Unite4Heritage: proseguono attività addestramento delle forze di polizia dei Paesi a rischio

I Carabinieri della Task Force “Unite4Heritage” (“Caschi Blu della Cultura”), del Comando Tutela Patrimonio Culturale, impiegati nell’ambito dell’Operazione “Inherent Resolve/Prima Parthica”, proseguono nelle attività di addestramento delle forze di polizia dei Paesi a rischio

In particolare a:
- Baghdad si è concluso da pochi giorni il III Corso Tutela Patrimonio Culturale per il personale appartenente al «Tourism and Antiquities Security Directorate» del Ministero degli Interni iracheno nonché per funzionari impiegati presso l’«Iraqi State Board of Antiquities and Heritage» del Ministero della Cultura e delle Antichità;
- Erbil si è concluso oggi il I Corso Tutela Patrimonio Culturale per le forze di polizia e per esperti in beni culturali della regione curda.
Continua con successo l’attività della Task Force Carabinieri “Unite4Heritage” (“Caschi Blu della Cultura”) nell’ambito delle attività di cooperazione multilaterale e bilaterale del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC). I corsi di addestramento in “Cultural Heritage Protection”, impartiti dal 2016 a Baghdad, vedono ora impegnati i Carabinieri anche con una nuova sessione addestrativa a Erbil.
Dall’1 al 13 luglio u.s., è stato svolto a Baghdad il III Corso “Cultural Heritage Protection” a favore di 23 unità appartenenti al «Tourism and Antiquities Security Directorate» del Ministero degli Interni iracheno, impegnati in attività di intelligence ed investigazioni nello speciale settore, nonché a funzionari impiegati presso l’«Iraqi State Board of Antiquities and Heritage» del Ministero della Cultura e delle Antichità. Questo intervento segue un’ulteriore attività formativa che ha visto la partecipazione dei “Caschi Blu” italiani del TPC: il workshop “Archaeological sites at risk: conservation and management Archaeological topography”, organizzato dall’«Iraq Italian Institute of Archaeological Sciences»,  tenutosi a Baghdad dal 23 al 27 aprile scorso.
Oggi, invece, a Erbil, si è concluso, con la cerimonia di consegna dei diplomi, il I Corso “Cultural Heritage Protection”, organizzato a favore delle forze di polizia curde, di esperti in beni culturali e di accademici locali. Sono state formate 28 unità, sviluppando, attraverso la condivisione della quasi cinquantennale esperienza del TPC nell’affrontare le minacce al patrimonio culturale e nel contrastarne il traffico illecito, peculiari competenze nella difesa dello straordinario patrimonio culturale di quell’antichissima regione.
Durante il corso, l’esperienza diretta dei “Caschi Blu della Cultura”, tuttora impiegati nelle aree del centro Italia colpite dai recenti eventi sismici, ha costituito un esempio concreto per delineare le difficoltà incontrate e le relative soluzioni nella tutela del patrimonio culturale in situazioni emergenziali in cui è stato possibile far rilevare la convergenza tra la protezione e la messa in sicurezza dei beni culturali in caso di emergenze naturali e le precauzioni e procedure da adottare nei periodi del pre e post conflict e nelle situazioni d’emergenza prodotte dall’uomo.
L’attuale impegno del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale in Iraq rientra tra le attività propedeutiche al progetto, in corso di finalizzazione con l’UNESCO e con il Governo iracheno, che prevede l’invio in quel Teatro Operativo, di esperti della Task Force italiana “Unite4Heritage”, al fine di supportare quelle Autorità a prevenire il saccheggio dei siti archeologici e il conseguente traffico di beni culturali, anche grazie alla realizzazione di un database dei reperti trafugati, sul modello della Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal TPC.
Alla cerimonia di fine corso, presso la locale Accademia di Polizia, è intervenuto quel Comandante, Major General Muhammad Dilshad, il Comandante della Polizia Regionale Curda, Major General Abdullah Kaylani, il Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Brigata Fabrizio Parrulli, il Comandante del Contingente dell’Esercito Italiano ad Erbil, Col. Stefano Scalabroni, il Console italiano a Erbil, Dottoressa Serena Muroni e rappresentanti dell’Ufficio UNESCO in Iraq.
Roma, 27 luglio 2017

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone


Dai denti da latte, l’identikit dei nascituri romani del II secolo d.C.

Dai denti da latte, l’identikit dei nascituri romani del II secolo d.C.

Una ricerca della Sapienza ha analizzato lo smalto dei denti decidui, rinvenuti nella necropoli di Velia, per ricostruire la vita prenatale ai tempi dell’impero romano. Lo studio è pubblicato su Plos ONE

L’analisi della microstruttura istologica dello smalto dei denti decidui, su un campione di bambini dell’epoca romana, fornisce informazioni importanti sui tempi e sulle modalità di sviluppo fetale della popolazione di quel periodo.
Lo smalto prenatale, studiato in relazione con il successivo sviluppo postnatale costituisce il principale oggetto di ricerca del progetto condotto da un team della Sapienza in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, l’Université di Toulouse III e l’University College London. La ricerca, realizzata per la Sapienza da Alessia Nava e coordinata da Alfredo Coppa nell’ambito del corso di dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica, è pubblicata sulla prestigiosa rivista PLoS ONE.
I denti umani sono importanti archivi paleobiologici che raccontano la storia di un individuo; quelli decidui, la cui formazione comincia già dai primi mesi in utero, possono costituire l’unica finestra di conoscenza sullo sviluppo intrauterino, un momento cruciale nella vita, che ha inevitabili ricadute sulla salute anche in età adulta.
A oggi molti studi si sono focalizzati sulle porzioni di smalto dei denti decidui sviluppate dopo la nascita, ma è l’analisi delle porzioni prenatali che è cruciale nella conoscenza dello sviluppo intrauterino: permette infatti di identificare eventuali eventi stressanti e può rivelare informazioni utili circa lo stato di salute della madre durante la gravidanza.
I dati ottenuti da un campione di 18 denti decidui su una popolazione della necropoli di Elea-Velia (I-II secolo d.C., Salerno) dell’Impero Romano sono stati utilizzati per la realizzazione di un solido modello statistico che permette di calcolare in maniera semplificata i tassi medi di crescita dei denti da latte e di stimare la percentuale di bambini nati prematuri in popolazioni archeologiche. “Il modello statistico impiegato in questo studio – spiega Alessia Nava – conferisce una validità metodologica ai risultati ottenuti e apre innumerevoli scenari di ricerca meritevoli di approfondimento”.
In particolare il confronto tra i tassi di crescita media giornaliera in queste popolazioni e quelli osservabili in bambini di epoche moderne, cresciuti in un ambiente a stretto controllo medico, rivela sorprendentemente che lo sviluppo è più variabile e mediamente più alto nei bambini di epoca romana rispetto a quelli di oggi.

Leggere di più


Salgono a 53 i siti UNESCO in Italia

FRANCESCHINI: SALGONO A 53 I SITI UNESCO IN ITALIA
Le antiche faggete e le Opere di difesa veneziane iscritte nella lista del Patrimonio dell'Umanità

Salgono a 53 i siti italiani iscritti nella lista del Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Dopo il riconoscimento attribuito ieri a un insieme di dieci antiche faggete italiane per una superficie di 2127 ettari nel contesto del sito ambientale transazionale delle Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d'Europa, la 41° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, in corso a Cracovia, ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco il 53° sito italiano. Si tratta delle "Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: Stato di Terra - Stato di mare occidentale", un sito seriale transnazionale presentato nel 2016 dall'Italia insieme con Croazia e Montenegro all'Unesco a Parigi. Il sito raccoglie un insieme straordinario dei più rappresentativi sistemi difensivi alla moderna realizzati dalla Repubblica di Venezia, progettati dopo la scoperta della polvere da sparo e dislocati lungo lo Stato di Terra e lo Stato di Mare. Per decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale, entrano a far parte del sito Unesco le opere di difesa presenti a Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda per l'Italia, Zara e Sebenico per la Croazia, Cattaro per il Montenegro.
"Questo importante risultato - dichiara il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini - conferma il forte e pluriennale impegno dell'Italia nell'attuazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale Unesco. Un'opera preziosa che consente al nostro Paese di mantenere il primato del numero di siti iscritti alla Lista e di esercitare un notevole ruolo nella diplomazia culturale nel contesto internazionale".
La candidatura è il risultato di un lungo e complesso lavoro di équipe. Coordinata a livello centrale dal MiBACT, ha visto la partecipazione di studiosi di chiara fama così come delle più alte cariche istituzionali e dei servizi tecnici dei Comuni coinvolti, dei rappresentati delle altre istituzioni territoriali insieme con gli uffici periferici del MiBACT. Una nutrita delegazione italiana era presente a Cracovia al momento della proclamazione. Oltre alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unesco, erano presenti tutti i protagonisti del progetto di candidatura: il MiBACT, i Sindaci dei Comuni coinvolti, esperti e tecnici che hanno partecipato al lungo lavoro intrapreso fin dal 2008.
Roma, 9luglio 2017
Ufficio Stampa MiBACT
Le Opere di difesa veneziane tra il XVI e XVII secolo Stato da Terra -  Stato da Mar occidentale
Breve descrizione
Le Opere di difesa veneziane tra il XVI e XVII secolo Stato da Terra -  Stato da Mar occidentale sono costituite da sei componenti fortificate situate in Italia, Croazia e Montenegro, che formano un sistema esteso per oltre mille chilometri tra la Regione Lombardia in Italia, e la costa orientale adriatica. La serie nel suo complesso rappresenta una significativa rappresentazione tipologica delle fortificazioni costruite dalla Serenissima tra il XVI e il XVII secolo, un periodo molto importante nella lunga storia della Repubblica di Venezia. Inoltre il sistema è rappresentativo delle modalità di intervento, dei progetti, dei nuovi criteri riconducibili all’architettura militare "alla moderna" poi diffusa in tutta Europa.
L'introduzione della polvere da sparo ha comportato importanti trasformazioni delle tecniche e dell'architettura militare, cambiamenti che si riflettono nella progettazione delle fortificazioni  denominate alla moderna. Gli apparati difensivi dello Stato di Terra (a protezione della Repubblica dai potentati europei del nord-ovest) e dello Stato di Mare (a difesa delle rotte marittime e dei porti, dal Mare Adriatico fino a Levante) erano entrambi necessari per proteggere l'assetto territoriale ed il potere della Repubblica di Venezia.
Durante il Rinascimento, il vasto e strategico territorio della Serenissima fu lo spazio ideale per sostenere la nascita dei sistemi bastionati o ‘alla moderna’; già concepite in un’ottica di rete estesa e innovativa, la opere di difesa create dalla Repubblica di Venezia sono di eccezionale importanza storica, architettonica e tecnologica.
Gli elementi di Eccezionale Valore Universale sono molteplici: dalle colossali operazioni di scavo per i percorsi ipogei, alle realizzazione di complessi manufatti che riflettono i nuovi requisiti costruttivi messi a punto tra XVI e XVII dai tecnici della Repubblica. Al valore del sito, contribuisce fortemente il contesto paesaggistico in cui si inseriscono le sei componenti, ciascuna in grado di offrire notevoli suggestioni visive all’interno del proprio contesto; inoltre gli elementi della serie inseriti all’interno di tessuti urbani medievali preesistenti o interessati da interventi riconducibili a più recenti periodi storici (del periodo ottomano e napoleonico) hanno mantenuto chiaramente la loro matrice veneziana e ciascuna opera testimonia ancora oggi la propria funzione tattica nell’ambito del sistema complessivo.
Criteri
Criterio (iii): Le opere di difesa veneziane alla moderna costituiscono un'eccezionale testimonianza dell’architettura militare che si è evoluta tra XVI e XVII secolo e che ha interessato territori vasti e le loro interazioni. Nel loro insieme le componenti testimoniano la presenza di una rete difensiva unica tra Stato da Terra e Stato da Mar occidentale incentrato sul Mare Adriatico storicamente conosciuto come Golfo di Venezia. Tale progetto difensivo ebbe connotazione civile, militare e urbane che si estesero oltre il bacino mediterraneo spingendosi a Oriente.
Criterio (iv): Le difese veneziane presentano tutte le caratteristiche del sistema fortificato alla moderna (sistema bastionato) testimoniando i mutamenti che furono introdotti successivamente all'introduzione della polvere da sparo. Nel loro insieme, i sei elementi dimostrano in modo eccezionale le caratteristiche di un progetto difensivo concepito sulla base di grandi capacità tecniche e logistiche, di moderne strategie di combattimento e dei nuovi requisiti architettonici applicati diffusamente nelle difese dello Stato da Terra e del settore occidentale dello Stato da Mar.

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone


Pistoia: restituito volume scomparso da anni alla Biblioteca Forteguerriana

Pistoia: i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale restituiscono alla Biblioteca Forteguerriana un volume scomparso da anni

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Firenze hanno restituito alla comunità pistoiese un prezioso volume, stampato a Venezia nel 1518 dal titolo «Opera Omnia, Soluta Orazione Composita» di Giovanni Gioviano Pontano (Cerreto di Spoleto 1429 – Napoli 1503), poeta, umanista e uomo politico. Il bene, scomparso da oltre venti anni dalla Biblioteca Forteguerriana e di cui si erano perse le tracce, ha un valore stimato in diecimila euro.
Il libro è stato nei locali della Biblioteca Leoniana di Pistoia e consegnato ai militari del reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri dal responsabile alla sicurezza di quella struttura perché non di pertinenza di quell’Ente. L’opera, non presente nel catalogo del fondo antico della Biblioteca Forteguerriana, risultava catalogata in un verbale datato 1910 e censita in un inventario redatto agli inizi degli anni ’80, in occasione del censimento nazionale delle cinquecentine.
A dirimere ogni ulteriore dubbio, la presenza sul dorso di un’etichetta recante una doppia serie di numeri (1557 e 2799), pratica in uso per la collocazione del fondo antico della Forteguerriana, così come una vecchia segnatura sul frontespizio (Q.96), rintracciabile in quasi tutti i libri del citato fondo antico.
Molto probabilmente l’opera, prelevata da uno studioso dalla Biblioteca Forteguerriana, è stata depositata erroneamente presso la Biblioteca Leoniana, dove sino ad oggi è rimasta dimenticata.
Firenze, 7 giugno 2017.

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone.


Sisma Centro Italia, messa in sicurezza del gruppo scultoreo "Dormitio Virginis"

SISMA CENTRO ITALIA, MESSO IN SICUREZZA IL GRUPPO SCULTOREO BRONZEO “DORMITIO VIRGINIS” DELLA CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA NEL COMPLESSO DON MINOZZI DI AMATRICE

Il 7 aprile si è proceduto, nell’ambito degli interventi di messa in sicurezza e recupero delle opere d’arte della Chiesa di Santa Maria Assunta ad Amatrice, allo smontaggio e recupero del gruppo scultoreo in bronzo “"Dormitio Virginis" di Francesco Nagni (1940 circa).
La composizione scultorea, delle dimensioni di 4,15 x 2,20, si presenta a forma cava, con getto fusorio di spessore variabile (tra i 2 e i 4 cm circa), ed è realizzata in basso e alto rilievo con alcuni elementi compositivi aggettanti e a tutto tondo. Si tratta di una delle opere più significative dell’artista viterbese, caratterizzata da una pregevole fattura e definizione dei dettagli.
Pur non avendo subito particolari danni a seguito del terremoto, l’opera presenta uno stato di evidente degrado delle superfici, caratterizzato da notevoli depositi di guano e alterazioni di carattere corrosivo soprattutto a carico delle superfici posteriori. I notevoli dissesti statici subiti dalla chiesa non garantivano, inoltre, le necessarie condizioni di stabilità della scultura, soprattutto in caso di nuovi eventi sismici, portando alla decisione di rimuoverla.
L’intervento, che ha richiesto l’utilizzo di più mezzi e il coinvolgimento di varie professionalità, è stato coordinato dai funzionari dell’Unità di Crisi per la Regione Lazio del MiBACT.
Roma, 19 aprile 2017
Ufficio Stampa MiBACT
Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone

Carabinieri TPC recuperano beni sottratti in Italia ed esportati negli USA

I CARABINIERI TUTELA PATRIMONIO CULTURALE E l’HSI-ICE STATUNITENSE RECUPERANO BENI SOTTRATTI IN ITALIA ED ESPORTATI NEGLI USA

Il 19 Aprile, a Boston (USA), alle 10 -ora locale-, presso la Boston Public Library, alla presenza del Sindaco di Boston, dott. Marty Wash, del Console Generale d’Italia a Boston, dott. Nicola De Santis, e di Beth Prindle, Head of Special Collections della Boston Public Library, si è svolta la cerimonia di restituzione al Generale di Brigata Fabrizio Parrulli, Comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, di:
- due manoscritti, di importante valore storico culturale, del XIV e XV sec., denominati “Mariegola della Scuola Grande di Santa Maria di Valverde della Misericordia” e “Mariegola della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista”, entrambi rubati nel 1949 dal l’Archivio di Stato di Venezia. La “mariegola” che in latino “matricula” o, ancora, definita “Regola Madre” è quel libro in cui venivano raccolte le leggi sistematiche di alcune corporazioni di arti e anche di luoghi di culto, statuti di confraternite religiose o di corporazioni laiche.
Nel 1950, furono individuati e processati i responsabili del furto, ma i beni non furono recuperati.
Solo nel 2013, la “Mariegola della Scuola Grande di Santa Maria di Valverde della Misericordia” e una pagina miniata appartenente alla “Mariegola della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista” sono state individuate tra le collezioni della Boston Public Library. In forza di una Commissione di Rogatoria internazionale inviata agli USA dall’Autorità Giudiziaria di Venezia, i beni sono stati sequestrati dall’Homeland Security Investigations (HSI) - Immigration and Customs Enforcement (ICE) e la Boston Public Library ha rinunciato al possesso agevolandone, così, la restituzione all’Italia.
- un pregiato volume della fine del XVI sec., asportato dalla biblioteca arcivescovile “L. Torres” di Monreale (Palermo), scritto da Bernardino Telesio, con la firma del Cardinale Ludovico II de Torres, Arcivescovo di Monreale dal 1588 fino alla sua morte avvenuta nel 1609 (i libri personali dell'Arcivescovo portavano la sua firma in prima pagina. Tutta la sua collezione è stata donata alla libreria intitolata in suo onore ed era protetta da una bolla di Papa Clemente VIII del 1593).
Il libro, segnalato come rubato in circostanze sconosciute e localizzato nel catalogo della Boston Public Library dal Direttore della biblioteca arcivescovile di Monreale, era stato legittimamente acquistato dall’istituzione statunitense nel 1980. Informata delle prove raccolte dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale a sostegno dell’identificazione del volume acquisito per quello rubato a Monreale, la Boston Public Library ha spontaneamente rinunciato alla proprietà del bene, consegnandolo all’HSI-ICE per la restituzione al Governo italiano.
- 198 monete di origine romana, nella maggior parte risalenti al periodo dell'imperatore Costantino I (337 d.C. circa).
Nel 2014, l’Ufficiale di collegamento dell’HSI-ICE a Roma ha informato il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di una spedizione sospetta giunta dagli Emirati Arabi Uniti a una persona di Cincinnati, nota a quel Servizio per precedenti legati al traffico di beni culturali.
Grazie agli accertamenti condotti congiuntamente dall’HSI-ICE e dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, è stato possibile dimostrare che le 198 monete romane, oggetto della spedizione, di recente, erano state scavate clandestinamente in Italia e illecitamente esportate.
I beni, pertanto, sono stati sequestrati dalle Autorità statunitensi per violazioni in materia di importazione e commercializzazione di beni culturali rubati.
Durante la cerimonia, l'Agente Speciale dell’HSI-ICE di Boston Matthew Etre, ha tenuto a precisare come “Il furto di antichità culturali impoverisce una nazione della sua storia, la sua gente del loro orgoglio e identità privandola di quei riferimenti storici fondamentali che un paese può consegnare alle generazioni future”.
Questo importante evento è l’ulteriore dimostrazione della straordinaria collaborazione tra Homeland Security Investigations, Immigration and Customs Enforcement e il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
Roma, 19 aprile 2017

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone


Nelle ossa il segreto dei Fuegini per sopravvivere in ambiente estremo

Nelle ossa il segreto dei Fuegini per sopravvivere in ambiente estremo

I primi abitanti della Terra del Fuoco si nutrivano di otarie e uccelli marini per contrastare la rigidità del clima. I nuovi dati emersi dall’analisi delle collezioni scheletriche rivelano la capacità delle antiche popolazioni della Patagonia di adattare il proprio regime alimentare nonostante le trasformazioni apportate dai conquistatori. Lo studio su PlosOne

 Cosa mangiavano i “Fuegini”, le antiche popolazioni della Terra del Fuoco per contrastare il freddo glaciale come quello antartico? Nonostante un abbigliamento semplice, composto da un ridotto mantello di pelliccia queste popolazioni riuscirono con una alimentazione ricca di grassi animali a resistere ai rigidi inverni della regione. Ad aggiungere un nuovo tassello nella conoscenza di queste antiche popolazioni del Sud America, ormai estinte, ci ha pensato un team di ricerca  guidato da Mary Anne Tafuri del Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Firenze e del CONICET di Buenos Aires e Ushuaia che ha pubblicato recentemente i risultati di un’indagine paleonutrizionale su due importanti collezioni scheletriche provenienti dalla Terra del Fuoco.

Il lavoro, pubblicato su PLOSone, è basato sulla misurazione del rapporto isotopico di carbonio e azoto nel collagene delle ossa che ha permesso di ricostruire la dieta seguita dai Fuegini nel corso dell’ultimo millennio. Le serie scheletriche hanno offerto infatti la possibilità di studiare il variare della dieta di queste popolazioni, successivamente all’arrivo degli esploratori Europei e Nord Americani attratti anche dall’opportunità di sfruttamento dei pinnipedi (in questa zona soprattutto otarie) fonte principale di cibo per le popolazioni indigene.

I risultati della ricerca mostrano una sorprendente omogeneità nel regime alimentare dei Fuegini nelle fasi precedenti al contatto con gli Europei e successivamente al loro arrivo. Tale omogeneità è stata interpretata come segnale di adattamento delle popolazioni locali, che modificarono il proprio regime alimentare in modo da mantenere invariato il carico proteico sostituendo i pinnipedi, oramai depredati, con altre risorse (prevalentemente uccelli marini).
 
Le due collezioni oggetto di studio, risalenti al XIX secolo sono conservate presso il Museo di Antropologia “G. Sergi” della Sapienza e il Museo di Storia Naturale di Firenze e furono raccolte nel corso delle spedizioni del Capitano Giacomo Bove in Patagonia sul finire dell’800.

Focus
Vennero chiamati “Fuegini” le popolazioni aborigene della Terra del Fuoco, il vasto arcipelago situato all’estremità dell’America del Sud. Queste popolazioni comprendevano sia i gruppi arcaici del sud e dell'ovest, cioè Halakwùlup (Alakaluf) e Yámana, sia gli Ona, stanziati a est, affini ai Patagoni. Il nome deriva dai numerosi focolari che i primi navigatori occidentali videro sulle coste. I loro usi e costumi furono raccontati da Charles Darwin nel saggio “Viaggio di un naturalista intorno al mondo”.
Le due etnie, oggi estinte, si differenziavano antropologicamente per alcuni caratteri: più alti, con corpo robusto, testa mesomorfa, faccia affilata e molto sviluppata in altezza, gli Ona; statura piccola, cranio lungo con forti arcate sovraorbitali, faccia larga, pelle bruno-rossastra, gli altri. Queste popolazioni avevano uno straordinario adattamento al clima rigido della zona da loro abitata; indossavano, infatti, un abbigliamento ridottissimo anche durante l'inverno.
I Fuegini vivevano di pesca, di raccolta di molluschi e di caccia e usavano come abitazione semplici ripari di frasche. Le strutture sociali erano semplici: mancavano capi ed entità totemiche; la famiglia, monogama, era patrilineare, sebbene la donna godesse di una certa libertà; fondamentali i riti (officiati da una sorta di stregone privo di poteri) che tramandavano le consuetudini sociali, morali e religiose; entrambe le etnie credevano in un essere supremo.
Queste etnie furono decimate dall’incontro con gli Europei, dalle malattie, dall’impoverimento dell’habitat dovuto all’introduzione degli ovini, dalla concentrazione in nuclei abitativi stabili (le cosiddette reducciones missionarie). Le lingue parlate dai Fuegini appartenevano al gruppo dell’Araucano.

Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma
 
 
 


DNA delle popolazioni isolate è uno scrigno di conoscenze sul nostro passato

Tante storie per un solo racconto: il DNA delle popolazioni isolate è uno scrigno di conoscenze sul nostro passato
Una ricerca coordinata dalla Sapienza apre nuove prospettive per lo studio della diversità umana, riscoprendo il valore dei gruppi umani isolati 
Le popolazioni in cui le barriere geografiche o culturali limitano il mescolamento con gli altri gruppi vengono tradizionalmente viste come “incidenti” della storia, gruppi relegati ad ambienti estremi o che praticano culture in via di sparizione, più che come parte integrante della diversità umana. Un recente studio condotto da un team internazionale coordinato da dalla Sapienza e finanziato in parte dal National Geographic cambia completamente prospettiva, mostrando che tramite lo studio degli isolati è possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il DNA nei gruppi umani.
Confrontando la struttura del genoma delle popolazioni europee, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol hanno osservato tra i gruppi isolati una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci. Nel loro DNA possiamo leggere la testimonianza di tante storie umane differenti.
“Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega Giovanni Destro Bisol - le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia.” Per trovare un perché non basta mettere in conto le dimensioni ridotte dei tre gruppi alpini, tutti insieme non superano un paio di migliaia di individui, ma bisogna considerare anche l’importanza del loro senso di identità. Infatti, a differenza di quanto avviene anche in altri gruppi alpini, nelle loro scelte matrimoniali il legame degli individui verso le singole comunità di appartenenza avrebbe prevalso su quello che deriva loro dalla comune ascendenza germanica.
Diverso è il caso dei Cimbri, un altro gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto e quello degli abitanti di Carloforte nell'isola di San Pietro vicina alla coste meridionali della Sardegna. I Cimbri sono andati nel tempo incontro ad una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne nel corso della loro peregrinazione dalla zona di Pegli, in Liguria, all’isola di Tabarka in Tunisia e poi fino ai lembi meridionali del Sulcis. Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata in definitiva più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate.

Grazie a questi ultimi risultati cade in definitiva un’altra barriera, quella eretta dai genetisti per distinguere in maniera dicotomica le popolazioni aperte da quelle isolate. Con l’abbandono delle “razze umane” da parte degli antropologi, la diversità del nostro DNA non si presta a classificazioni rigide e semplicistiche, ma ci parla di tante diverse storie che solo una sintesi tra biologia e cultura può aiutarci a riunire in un solo grande racconto dell’evoluzione umana.
 
Riferimenti: Anagnostou P. et al. Overcoming the dichotomy between open and isolated populations using genomic data from a large European dataset. Scientific Reports, 7:41614. DOI: 10.1038/srep41614
 
 

Testo da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma
Il cortile del Palazzo della Sapienza, foto di Anthony Majanlahti (antmoosehttp://www.flickr.com/photos/antmoose/14694803/), da WikipediaCC BY 2.0, caricata da Foundert~commonswiki.

L'Aquila: concluso restauro della Chiesa di Santa Maria del Ponte

L’AQUILA: CONCLUSO IL RESTAURO DI UN PICCOLO SCRIGNO, LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL PONTE | visitabile il 25 e 26 marzo per le Giornate di primavera del FAI

Un piccolo scrigno prezioso, sconosciuto a molti, viene restituito alla fruizione, dopo i lavori di consolidamento e restauro: si sta concludendo proprio in questi giorni l’intervento alla Chiesa di Santa Maria del Ponte, gioiello di arte e architettura collocato appena fuori le Mura urbiche, a poca distanza dalla Fontana delle 99 Cannelle.
La Chiesa, che rappresenta “un unicum” sul territorio aquilano per la struttura architettonica che ingloba al suo interno un’edicola votiva monumentale, in pietra affrescata e intagliata, risalente con ogni probabilità al 1400, era stata gravemente danneggiata dal sisma del 2009. I lavori (suddiviso in due lotti)  hanno riguardato la parte strutturale dell’edificio, la parte storico-artistica e gli aspetti impiantistici, ed il cantiere ha richiesto un notevole impegno organizzativo anche riguardo alla sicurezza stradale e ferroviaria, considerata la localizzazione del monumento. Il I lotto d’intervento si è concentrato sul consolidamento e sul miglioramento strutturale della Chiesa, mentre il recente impegno lavorativo si è concentrato sul consolidamento e restauro della preziosa edicola sacra e delle sue pregevolissime decorazioni architettoniche e pittoriche. Grazie alla prima fase di catalogazione dei frammenti, si è potuto ricomporre buona parte dell’immagine pittorica dell’edicola, con un impegnativo e paziente lavoro dei restauratori. Altro aspetto di particolare interesse è rappresentato dalla pregevole pavimentazione con elementi lapidei bicromi.
La singolarità artistica ed architettonica di questa struttura finalmente recuperata, sarà mostrata in anteprima, dopo il restauro, in occasione delle prossime Giornate di primavera del FAI (25 e 26 marzo 2017– www.giornatefai.it), ma meriterebbe di essere fruita da tutti, almeno periodicamente, inserendo l’edificio in un ideale itinerario culturale e paesaggistico, che comprende le 99 Cannelle, la Chiesa di San Vito, il Museo Nazionale d’Abruzzo, per raggiungere, superata la cinta muraria, la via Mariana e il Santuario di Roio, fino alla Pineta di Monteluco.

Leggere di più


Sisma Centro Italia: 153 opere recuperate a Porchiano

SISMA CENTRO ITALIA, 153 OPERE RECUPERATE ALL'INTERNO DELLA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO IN PORCHIANO FRAZ. DI ASCOLI PICENO

Lunedì 13 marzo 2017 la squadra beni mobili del MiBACT, il Nucleo TPC e i Vigili del Fuoco deputati alla rimozione delle opere, con il supporto dei volontari del Soccorso Alpino di Ascoli Piceno, hanno recuperato 153 beni storico-artistici, per un totale di 55 schede, all’interno della chiesa di san Michele Arcangelo in Località Porchiano a Ascoli Piceno. Collocata isolata sulla cima di una collina, e attualmente raggiungibile per la pericolosità a piedi per una strada che costeggia una strada panoramica sui calanchi. Dalla chiesa e dalla cappella attigua ad essa sono stati rimossi un grande numero di arredi d’altare, serie di candelieri, tabernacoli, reliquiari, tronetti eucaristici, carteglorie, Crocifissi e diversi  Ex voto in cui alcuni abitanti del luogo hanno riconosciuto i nominativi di amici e parenti.
Tra le numerose sculture presenti è importante segnalare una statua in legno policromo di particolare pregio artistico Madonna col Bambino databile alla fine del Quattrocento o agli inizi del secolo successivo. La Vergine, caratterizzata da una compostezza, un equilibrio e una simmetria ripresa da modelli rinascimentali vicini a Piero della Francesca, tiene il Bambino sul grembo e si presenta ai fedeli con le mani giunte in preghiera. Buona parte degli sforzi sono stati dedicati al recupero della cimasa d’altare con due angeli scolpiti alti circa cm. 70.
I dipinti, databili al secoli XVII e XVIII, raffigurano soggetti devozionali tra i quali i santi Francesco, Michele Arcangelo, Eurosia, Antonio da Padova.
Le opere sono state portate in sicurezza ad Ascoli Piceno nei locali predisposti accanto alla chiesa dalla Diocesi.
Gaspare Baggieri, Rossana Vitiello
Squadra composta da Gaspare Baggieri, Gianluigi Dal Frà, Rossana Vitiello
Fotografie di Rossana Vitiello
Fonte dati: Servizio Comunicazione e Promozione del Segretariato Regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per le Marche - Marina Mengarelli, Michela Mengarelli

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone