È stata la mano di Dio:

Paolo Sorrentino tra Fellini e Maradona

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Non è un caso che poco dopo l’inizio di È stata la mano di Dio, l’ultimo lungometraggio di Paolo Sorrentino, sia evocato Federico Fellini in persona; pur essendo la star della scena in questione, tuttavia, egli non compare sullo schermo: se ne sente la voce, se ne percepisce l’autorevolezza, ma di fatto rimane una presenza marginale, in grado però di influenzare le scelte e il futuro di Fabietto Schisa, il protagonista/alter ego dello stesso Sorrentino. Questa chiosa sembra quasi essere una tacita ammissione del debito che la cinematografia sorrentiniana sconta nei confronti di quella felliniana: non è un mistero che il regista napoletano sia partito dal linguaggio del Maestro per crearne uno proprio, pregno delle suggestioni oniriche di pellicole come 8 e ½ e La Strada, alle quali si mescola uno sguardo asettico e disincantato verso il futuro. Tanto per dirne una, La grande bellezza molto deve a La dolce vita e Roma. Questo accade anche per È stata la mano di Dio, in assoluto il film più personale di Sorrentino fino a oggi.

Di seguito, la recensione continua con alcuni particolari della trama.

è stata la mano di Dio
Foto copyright LUCKY RED S.r.l. tutti i diritti riservati

La trama del film è ispirata alla vicenda personale del regista, che a soli sedici anni perde entrambi i genitori a causa di una fuga di monossido di carbonio: questa tragedia è solo uno dei perni attorno ai quali ruota la formazione di Fabietto, dotato di estrema sensibilità ma anche fragile e disilluso come può esserlo un adolescente della Napoli borghese degli anni ’80. La città e i suoi abitanti sono un altro pilastro della narrazione: ciascun personaggio è espressione di un modus vivendi che agli occhi del ragazzo (e incidentalmente ai nostri) risulta incompiuto e grottesco, ma dotato di una poesia nascosta e insondabile. E poi c’è il mondo claustrofobico e standardizzato del “decennio stravagante”: le boiserie di plastica, le moquette polverose, gli occhialoni con le lenti fumé; e soprattutto c’è il Tifo calcistico con la T maiuscola, quello di Napoli verso Diego Armando Maradona, il cui arrivo è atteso prima e celebrato poi come quello di un messia in grado di risolvere tutti i problemi.

è stata la mano di Dio
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Lo stesso titolo del film fa riferimento al celebre “goal di mano” che il pibe de oro eseguì durante Inghilterra – Argentina nei Mondiali 1986, che nell’economia del film diventa atto politico e manifestazione divina; ma i miracoli devono scontrarsi con la dura realtà e, soprattutto, con un lutto impossibile da elaborare: e sebbene Fabietto (come del resto lo stesso Sorrentino in numerose interviste) attribuisca a Maradona la propria salvezza dalla disgrazia familiare, presto scoprirà che il suo idolo non è in grado di azzerare il dolore. E nemmeno può farlo il cinema: vagheggiato, agognato e infine raggiunto, ma assolutamente inefficace come lenitivo per le ferite dell’anima. E così Fabietto dovrà compiere una drastica scelta: rimanere a Napoli e raccontarne le storie (inclusa la propria) o lasciarsi tutto alle spalle, “disunirsi” come il regista/deus ex machina mancato Antonio Capuano gli suggerisce di non fare, e recarsi a Roma per studiare cinema.

Sarà forse in conseguenza di questo assunto che È stata la mano di Dio risulta sospeso tra introspezione autobiografica e un asettico racconto in terza persona: sembra quasi che Sorrentino abbia deciso di non decidere tra la possibilità di raccontare la propria storia nuda e cruda oppure girare un film dei suoi, basati più che altro su un’estetica briosa e ricca di allegorie; una scelta che finisce per penalizzare il film, che pare non trovare mai la strada per decollare: ma si tratta probabilmente di un rischio calcolato. Per questo, in contrapposizione alla Roma barocca di Loro o del già citato La grande bellezza, la Napoli di questo film appare reticente e lontana sin dai primissimi fotogrammi, una panoramica a volo d’uccello senza altra colonna sonora che il rumore del mare. L’intero film, a ben vedere, soffre di un silenzio studiato: solo qualche accordo stonato di archi ogni tanto rompe i rumori ambientali, salvo poi esplodere nei titoli di coda con un brano che non potrà non arruffianarsi la commozione del pubblico. Lasciamo allo spettatore scoprire di quale si tratta.

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In questa ambigua mise en place della lacerazione interiore di Sorrentino, non possono mancare le suggestioni che hanno reso variopinto il suo immaginario: ecco pertanto tornare in scena Fellini, che oltre a fare un cammeo sembra dare linfa a entrambe le anime del film. Se da un lato il modo di raccontare il passato con le sue luci e ombre molto deve ad Amarcord, il percorso interiore di Fabietto ricalca in più parti quello della protagonista di Giulietta degli spiriti; in effetti già la potente scena iniziale vede come protagonisti San Gennaro e il Munaciello, quasi a lasciar intendere che demoni e protettori di Napoli siano gli stessi di Fabietto. E di Sorrentino.

È stata la mano di Dio è un film intenso, godibile e soddisfacente, ma per certi versi addirittura incompiuto nel suo continuo cercare un’emozione che non arriva e nel racconto di molteplici storie che dovrebbero comporne una sola e invece rimangono tutte in sospeso. Come d’altronde accade nella realtà.

è stata la mano di Dio
La locandina del film È stata la mano di Dio (2021), per la regia di Paolo Sorrentino. Immagine copyright  LUCKY RED S.r.l. tutti i diritti riservati