Capo Mulini Ognina relitti

A Catania si ispezionano i fondali: due relitti di epoca romana a Capo Mulini e Ognina

A Catania è appena stata effettuata una campagna di controllo dello stato conservativo di diverse anfore e tegole, presenti in due differenti relitti inabissatisi in epoca romana, rispettivamente a Capo Mulini e Ognina. 

Il primo relitto - segnalato nel 2009 e completamente rilevato nel 2016 - si trova ad una profondità di circa 55 metri e presenta centinaia di anfore di 5 tipologie diverse, che contenevano probabilmente vino, databili tra la fine del II secolo a.C. e la metà del I secolo a.C. 

Il secondo, invece, è conosciuto fin dal 1986 e si trova ad una profondità di circa 40 metri, nei pressi di Ognina. Esso trasportava un carico di tegole rettangolari di grosso modulo (66 x 50 cm), con i bordi ad alette ripiegate e coppi semicircolari. 

Questo relitto non è stato mai studiato con metodicità scientifica, per cui è stata effettuata una valutazione dell’area di dispersione e delle condizioni di giacitura del carico, con le stesse modalità attuate per il primo. 

Foto dalla Regione Siciliana

La Soprintendenza del Mare, in collaborazione con il 3° Nucleo Subacqueo della Guardia Costiera di Messina, diretto dal comandante Giuseppe Simeone e supportato da mezzi nautici della Capitaneria di Porto di Catania e dell'Ufficio Circondariale Marittimo di Riposto, ha proceduto ad esplorare mediante ROV – un veicolo filoguidato dalla superficie in grado di immagazzinare immagini - i fondali di Capo Mulini e Ognina per monitorare e controllare il carico delle due navi. 

Le operazioni di indagine sono state coordinate dall'archeologo della Soprintendenza del Mare, Nicolò Bruno, supportato da Teresa Saitta, archeologa esterna e grande conoscitrice dei fondali catanesi, e da Alessandro Barcellona, esperto subacqueo locale. A controllare l’andamento dell’immersione è intervenuto direttamente il comandante del nucleo subacqueo della Guardia Costiera, che ha messo a disposizione il ROV per verificare in situ le condizioni dei due relitti.

Il patrimonio scoperto viene lasciato per la maggior parte sui fondali marini, come testimonianza della consistenza e tipologia dei giacimenti archeologici rinvenuti, e in linea con le direttive Unesco, che suggeriscono di non prelevare dal fondale reperti, qualora sia possibile la loro fruizione e la salvaguardia del bene stesso sul luogo. 

Anche per migliorare la qualità delle indagini e l'attività della SopMare è in programma il potenziamento di un sistema di telerilevamento che favorisca una migliore indagine dei relitti.

Commenta così l’archeologo Nicolò Bruno: “Poter operare a quelle profondità con un veicolo munito di telecamera subacquea e monitor ci ha consentito di valutare le condizioni del giacimento archeologico e di indirizzare l'operatore ROV su aree particolarmente importanti per una più approfondita comprensione del relitto. Particolarmente preziosa si è rivelata anche in questo caso la collaborazione con il Nucleo Subacqueo della Capitaneria di Porto grazie alla quale - dopo anni dalla scoperta del relitto – è stato possibile verificare che il carico di anfore si mantiene abbastanza integro, come anche tutti gli elementi in piombo delle ancore e la tubazione plumbea relativa alla pompa di sentina lunga ben 4 metri, che sono rimasti nella stessa posizione di giacitura del 2016”.

Commenta così la Soprintendente del Mare, con Valeria Li Vigni: “La scelta di effettuare una ricognizione sui due relitti è stata dettata anche dalla necessità di acquisire elementi utili a creare itinerari subacquei per un turismo particolare, considerato che nella zona vi sono diving che hanno tutte le caratteristiche per poter operare in profondità. L'attività della SopMare è costantemente orientata alla ricerca, tutela e manutenzione degli itinerari e dei siti individuati, che vengono protetti attraverso ordinanze di interdizione che provvediamo a richiedere alla Capitaneria di Porto. Il primo relitto, anche se posto a notevole profondità, è in condizione di essere visitato senza alcun intervento, poiché il carico anforario è visibile e ben conservato. Il relitto delle tegole, invece, come constatato dalla ricognizione e dalla documentazione prodotta, ha bisogno di una sostanziale pulitura che servirebbe a far emergere le numerose tegole che, anche se coperte da sabbia, appaiono essere impilate. In quest'ultimo caso non ci troviamo davanti a un vero e proprio scavo subacqueo, ma ad un intervento che, oltre a consentire una migliore fruizione, permetterebbe di studiare più approfonditamente il sito, ritrovando elementi utili per una più precisa datazione della nave e del suo carico”. 

L’archeologia subacquea si conferma un’attività particolarmente strategica e importante dell’azione culturale del Governo regionale, sulla quale ha operato dapprima Sebastiano Tusa, e sta continuando ad operare con crescente impegno l’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, che, attraverso la Soprintendenza del Mare, sta cercando di operare la messa a rete e la valorizzazione degli itinerari che si trovano lungo la costa siciliana e che potrebbero rendere la nostra Isola una delle mete ambite del turismo subacqueo, grazie anche al considerevole numero di aree rilevate e censite. 

Capo Mulini Ognina relitti
Foto di Alessandro Pagano

 

Immagini sui relitti da Capo Mulini e Ognina dalla Regione Siciliana, dalla Soprintendenza del Mare e Alberto Samonà.


rostro isole Egadi isola di Levanzo 70 anni Sebastiano Tusa

Ritrovato un rostro di epoca romana al largo di Levanzo, nelle Egadi

Proprio nel giorno in cui il compianto Sebastiano Tusa avrebbe compiuto il suo settantesimo compleanno, giorno 2 agosto, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con il Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di Palermo ha recuperato un antico rostro nei fondali a nord ovest dell'isola di Levanzo (Egadi). L'operazione è stata condotta con la collaborazione dei subacquei altofondalisti della GUE - Global Underwater Explorer guidati da Francesco Spaggiari e Mario Arena.

Presenti durante le operazioni di recupero anche l'assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, Alberto Samonà, la Soprintendente del Mare Valeria Li Vigni, il gruppo subacqueo della Soprintendenza del Mare e i militari delle Fiamme Gialle, con in testa il comandante della Sezione unità navali di Palermo, Massimiliano Bonura e il capitano Daniele Bonanese della Sezione operativa navale di Trapani.
Oltre ad un rostro, già scoperto da Sebastiano Tusa, sono state riportate alla luce anche una spada e diverse monete.

Una volta concluse le operazioni, il rostro è stato trasportato a Favignana, dove la delegazione, guidata dall'assessore Samonà, è stata accolta dal vicesindaco Lorenzo Ceraulo. Il rostro è ora custodito presso l'ex Stabilimento Florio dell'isola. La parole dell'assessore Samonà:
"Il recupero di oggi conferma la volontà del Governo Musumeci di continuare la preziosa attività dell'indimenticabile Sebastiano Tusa e di dare la giusta rilevanza alle ricerche e alle indagini sul vasto patrimonio sommerso, di cui il nostro mare è custode. Grazie di cuore alla Guardia di Finanza!"

Foto dalla Regione Siciliana sul ritrovamento del rostro al largo dell'isola di Levanzo, nelle Egadi.

rostro isole Egadi isola di Levanzo 70 anni Sebastiano Tusa


Necropoli di Sant'Angelo Muxaro: nuovi ritrovamenti del IV millennio a.C.

Novità di grande interesse archeologico giungono dalla Necropoli di Sant'Angelo Muxaro nell'agrigentino: non si sono fatte attendere dopo la recente ripresa della campagna di scavi. Le ricerche in località Monte M'pisu le tombe a pozzetto dell'insediamento neolitico risalenti al IV millennio a.C. hanno permesso di portare alla luce numerosi resti scheletrici, che nei prossimi giorni verranno sottoposte ad analisi isotopiche per ottenere informazioni sul tipo di alimentazione della popolazione, e anche notevoli esempi di vasi, su cui verranno condotti esami per comprendere per che tipo di contenuto fossero destinati.
Parallelamente agli scavi di Sant'Angelo Muxaro si stanno portando avanti anche importanti studi sul Monte Castello, che ha già condotto a ritrovamenti di primaria rilevanza: da un'analisi in profondità si è potuta constatare la presenza di un insediamento umano riconducibile a 5000 anni prima di Cristo. La ricerca, inoltre, ha condotto al ritrovamento di ceramiche a decoro dipinto e inciso, oltre a notevoli reperti in ossidiana di Lipari e Pantelleria, testimoniando la potenzialità del commercio ad ampio raggio già nel Neolitico.
Monte Castello rappresenta un unicum per quanto riguarda la continuità abitativa della zona, che risulta ininterrotta dal V millennio a.C. fino al Medioevo, legandosi addirittura a leggende che ruotano intorno alla figura del cretese Minosse e del re sicano Kokalos.
Il ritrovamento dalla Necropoli di Sant'Angelo Muxaro è stato possibile grazie al finanziamento della Regione Siciliana, che ha consentito di avviare otto cantieri nelle province di Palermo, Catania, Agrigento, Trapani, Enna, Ragusa e Messina. Si tratta di alcune tra le zone della Sicilia fino a questo momento più trascurate per quanto riguarda i finanziamenti per la ricerca.
A questo proposito Nello Masumeci, presidente della Regione Siciliana, ha evidenziato la prioritaria importanza della valorizzazione del patrimonio locale. «La valorizzazione del nostro patrimonio archeologico - ha affermato - è una delle priorità del mio governo. Quello di Sant'Angelo Muxaro è uno degli otto cantieri che abbiamo attivato in tutta l'Isola, dopo un'interruzione di oltre dieci anni, per aprire una nuova stagione che consentirà alla nostra terra di ottenere un duplice risultato: da un lato arricchire l'offerta del nostro immenso giacimento culturale a turisti, studiosi e curiosi, dall'altro conservare la nostra memoria».
Alberto Samonà, assessore dei Beni culturali e dell'identità siciliana, ha commentato: «Le attività di ricerca e di scavo archeologico negli ultimi decenni sono state condotte da Università e Istituti privati ed è stata precisa volontà del governo regionale, sotto impulso dell’assessore Sebastiano Tusa, quella di ricominciare a finanziare campagne in tutta la Sicilia affidandole alle professionalità che operano all’interno dell’assessorato dei Beni culturali. I risultati ci confortano e rafforzano la consapevolezza che le Soprintendenze siciliane, dotate di eccellenti archeologi e tecnici, hanno la potenzialità di continuare in quell’attività di ricerca che ci ha reso famosi nel mondo. Riprendere le campagne di scavo, inoltre è il modo per riappropriarsi di una tradizione scientifica indispensabile per lo studio e la conservazione della nostra memoria».
Muxaro Necropoli di Sant'Angelo Muxaro
Foto dalla Regione Siciliana.

capitello ionico Gela

Gela: scoperto un capitello in stile ionico risalente al VI-V secolo a.C. 

Nell’area urbana di Gela (in via Sabello), all’interno di un pozzo circolare è stato trovato un capitello in stile ionico, a seguito dei lavori di scavo per la posa di cavi elettrici, condotti sotto la sorveglianza archeologica della Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta.

Il capitello in questione è in pietra arenaria, ed ha una lunghezza di 60 cm per 51 di profondità ed un’altezza di 34 cm. Sul versante frontale, presenta una decorazione a coppia di volute contrapposte, legate tra loro da un cordoncino ricurvo a rilievo. Due cordoncini alla base del capitello segnano il raccordo con la sottostante colonna  caratterizzata da scanalature verticali, che è attualmente in fase di estrazione dal suolo. Il ritrovamento è stato rilevato grazie alla presenza di un archeologo che il Codice degli Appalti impone quando si effettuano opere di interesse pubblico.

Successivamente, sempre nella stessa cavità, sono state rinvenute sette grandi lastre in pietra arenaria dello spessore medio di 25 cm e dimensioni approssimativamente comprese tra 40 e 105 cm di lunghezza per una profondità compresa fra i 30 e 40 cm.

capitello ionico Gela
Foto Regione Siciliana

Da un primo tentativo di inquadramento cronologico, sembra possibile ipotizzare che si tratti di un unico manufatto di cui le lastre costituivano parte della trabeazione, mentre il capitello avrà costituito una decorazione anteriore dell'edificio con collocazione storica tra la fine del VI e il V secolo a.C.

Per il decoro e l'accuratezza degli elementi architettonici impiegati, potrebbe trattarsi di un edificio pubblico.

La Soprintendente Daniela Vullo ha lasciato la seguente dichiarazione:«Il ritrovamento è eccezionale sia per l'integrità dei manufatti lapidei che per la presenza dell'ordine ionico nel capitello, vista la rarità degli esemplari documentati in ambito gelese, e cioè gli unici due rinvenuti negli anni '50 all'interno di una cisterna nell'area dell'Acropoli, oggi custoditi presso il locale Museo Archeologico regionale».

Lo scavo è stato diretto dall'archeologa incaricata da E-Distribuzione Marina Congiuche, che ha operato con la supervisione della direttrice della Sezione Archeologica della Soprintendenza di Caltanissetta, Carla Guzzone.

 

Avviso e foto del capitello ionico ritrovato a Gela dalla Regione Siciliana


San Vito Lo Capo: recuperata un’ancora risalente all’età ellenistica

Nei fondali di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, è stata recuperata un’ancora in piombo risalente all’età ellenistica (IV-III secolo a.C.), a ceppo fisso, con una cassetta quadrangolare e un perno centrale.

Le operazioni di recupero sono avvenute il 23 maggio, grazie alla segnalazione e partecipazione del gestore di un diving che già conosceva la posizione esatta del reperto, il Sig. Marcello Basile, e alla Soprintendenza del Mare che, guidata da Stefano Vinciguerra e dall’ex direttore Lino Gaetano, insieme ad alcuni volontari, è riuscita nell’impresa di salvataggio dell’ancora, grazie anche all’aiuto del reparto ROAN della Guardia di Finanza, guidato dal tenente Sebastiani.

Il suo recupero è avvenuto a 19 metri di profondità, grazie all’uso del GPS, e sul posto è stata collocata una targhetta della Soprintendenza del mare. Adesso, l’ancora si trova all’Istituto Roosevelt di Palermo.

L’ancora a ceppo fisso, di epoca ellenistico-romana ( IV-III sec A.C) con cassetta quadrangolare e perno centrale, di piccole dimensioni presenta una decorazione a rilievo di delfino su uno dei due bracci.

Il delfino è considerato tra i simboli marini legati ad Afrodite Euploia uno dei più beneauguranti per la navigazione , altri simboli ricorrenti sulle ancore sono le conchiglie e gli astragali.

Fino agli anni’50 il delfino, raffigurato nelle imbarcazioni da pesca, aveva una funzione apotropaica in quanto rappresenta l’utero materno e la rinascita .”

ancora ellenistica

Commenta così il Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni:

L’operazione di recupero ha testimoniato una forte attenzione da parte dei diving che potremmo definire le nostre - sentinelle della cultura - che oltre a svolgere una funzione didattica e ricreativa rivolta agli appassionati dei fondali marini svolgono una funzione di tutela di quei reperti che costituiscono motivo di attrazione e valorizzazione alla visita. L’esigenza di prelevare l’ancora è stata dettata dai tentativi di depredazione che erano stati segnalati e quindi dall’esigenza di salvaguardare una testimonianza della nostra storia”.

Foto dell'operazione di recupero dell'ancora ellenistica dalla Soprintendenza del Mare

ancora ellenistica


Nuove scoperte a Gela. Si scava la necropoli dei primi coloni

Nel precedente articolo ( https://www.classicult.it/a-gela-trovato-un-sarcofago-con-obolo-di-caronte/ ) vi avevamo annunciato la scoperta a Gela di una presunta necropoli il cui primissimo scavo aveva portato alla scoperta di un sarcofago con i resti ossei del defunto e l’obolo di Caronte. Adesso, grazie ad ulteriori lavori e indagini, arriva la conferma del ritrovamento di una necropoli greca e di altre straordinarie tracce del passato glorioso della città siciliana. Infatti, durante i lavori realizzati da Open Fiber in via di Bartolo per il cablaggio della città, ad essere stata messa in luce è un lembo di necropoli di età arcaica databile al VII-VI secolo a.C.

Foto: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identita' siciliana

Ad essere intercettate, durante gli scavi, due sepolture, la più antica rappresentata dall’utilizzo di una hydria ,defunzionalizzata dal suo “ruolo” originario di vaso che conteneva acqua e qui utilizzato  come urna cineraria decorata con una fine decorazione ad onda continua sull’orlo e appunto divenuta dimora eterna per accogliere le piccole ossa di un neonato. Questo tipo di sepoltura si chiama infatti enchytrismos per gli addetti ai lavori. Il livello di frequentazione della necropoli appare molto antico, come testimoniato dalla presenza di frammenti di ceramica collocabile allo stile detto proto corinzio, corinzio e attico.

Foto: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identita' siciliana

Ancora testimonianze preziose provengono da circa venti reperti ceramici appartenenti allo stile di Fikellura, di produzione corinzia e databili tra il 560 e il 495 a.C. Il reperto più antico sembra essere una coppa su piede proto-corinzia collocabile tra il 700 e il 651 a.C. e probabilmente deposta durante il rito funebre mentre si svolgevano altri rituali quali la macellazione e la cottura di animali di grossa taglia dei quali sono stati ritrovati alcuni resti. Dai primi studi condotti sulla ceramica e sulla necropoli si pensa che questa possa essere collocata ai primissimi nuclei insediativi dei coloni giunti da Rodi e Creta per fondare la città di Gela e quindi anche il ritrovamento di questa necropoli sarebbe di rilevanza estrema perché riconducibile ai primi abitanti della nuova polis che dalla madrepatria avevano portato le loro ricche ceramiche.

Foto: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identita' siciliana

«Ancora una volta – dichiara il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci – Gela si conferma come uno dei luoghi siciliani che può raccontare una parte importante della nostra storia antica. Due importanti ritrovamenti archeologici, a breve distanza l’uno dall’altro, dimostrano l’impegno costante nel lavoro di tutela portato avanti dall’assessorato dei Beni culturali con il direttore Sergio Alessandro e la soprintendente di Caltanissetta Daniela Vullo. E’ la conferma di come venga tenuta alta l’attenzione sul territorio gelese che ritengo essere un prezioso scrigno di testimonianze archeologiche. E’ mia intenzione - conclude Musumeci - continuare l’opera di valorizzazione sul territorio, seguendo personalmente gli sviluppi di questi ultimi ritrovamenti, intraprendendo azioni che possano fornire occasione di riscatto culturale e sociale per un territorio troppo a lungo mortificato».


Palermo. Conclusi i lavori a San Giovanni degli Eremiti

Conclusi i lavori di scavo e fruizione dei percorsi presso il complesso medievale di San Giovanni degli Eremiti a Palermo, finanziati dalla Regione Siciliana. La soprintendenza ai Beni culturali ha già allestito i pannelli illustrativi che descrivono gli interventi effettuati, durante i quali le visite non sono state interrotte.

Le opere – all’interno di una delle chiese normanne più importanti del capoluogo siciliano, a poche centinaia di metri da Palazzo Orleans – hanno riguardato la sistemazione della passerella all'interno della struttura e la realizzazione di una cartellonistica rinnovata e aggiornata nei contenuti, oltre a due saggi di scavo. Il primo per la verifica con metodologia archeologica della sezione stratigrafica, visibile in corrispondenza dell'abside da circa un trentennio, sia con finalità di documentazione e analisi scientifica delle varie fasi di frequentazione del luogo e delle vicende costruttive degli edifici, sia per la futura fruizione per gli studiosi ed i visitatori. Il secondo, eseguito in prossimità delle mura di fortificazione, si è rivelato di grande interesse per ricostruire la storia di un complesso monumentale di grande importanza per l'archeologia medievale di Palermo.

San Giovanni degli Eremiti. Foto: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identita' siciliana

«Quello di San Giovanni degli Eremiti - evidenzia il presidente della Regione Nello Musumeci - è il sesto degli otto cantieri attivati in tutta l’Isola che si conclude. Prosegue, quindi, l’impegno del mio governo per le campagne di ricerca, scavo, messa in sicurezza e miglioramento della fruizione nei principali antichi insediamenti siciliani. La valorizzazione del patrimonio archeologico regionale è una priorità e per questo sono stati stanziati complessivamente cinquecentomila euro per far ripartire gli interventi dopo dieci anni. Abbiamo avviato una nuova stagione per consentire alla nostra terra di poter arricchire l'offerta del nostro immenso giacimento culturale oltre a conservare la nostra memoria».


A Gela trovato un sarcofago con "obolo di Caronte"

È recente la scoperta a Gela di un sarcofago con all’interno uno scheletro con obolo di Caronte. Il ritrovamento è avvenuto durante lo scavo per la posa di cavi condotti dall’Enel sotto la sorveglianza dell’Assessorato regionale dei Beni Culturali. Il sarcofago, in terracotta con coperchio a spioventi, conteneva lo scheletro di un individuo presumibilmente di sesso maschile e dall’altezza di circa un metro e sessanta, al momento senza corredo funerario poiché lo scavo è ancora ad una fase iniziale.

Dopo la rimozione dell’individuo, le indagini proseguiranno con ulteriori documentazioni di rilievo per accertare la presenza di altre evidenze archeologiche. Interessante il ritrovamento del cosiddetto “obolo di Caronte”, consistente nel ritrovamento di una moneta che documenta il rituale funerario del pedaggio simbolico che il defunto avrebbe dovuto pagare al traghettatore infernale per il passaggio nell’Ade. La moneta, ancora da studiare, è stata rinvenuta all’interno del cranio, probabilmente in seguito al crollo del tetto del sarcofago trovato frantumato.

Foto: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identita' siciliana

Unico elemento datante per la tomba, al momento, è una coppetta in ceramica a bande rosse trovata però all’esterno della sepoltura, riferibile grosso modo ad età ellenistica e che rappresenta l’unico elemento utile in questa fase preliminare per una datazione orientativa della tomba. Un riscontro per il IV secolo a.C. trova conferma anche nel rinvenimento di alcuni unguentari in terracotta ritrovati vicino al sarcofago e in connessione con altre sepolture appartenenti alla stessa necropoli e che saranno presto oggetto di scavi e ricerche approfondite. Già negli anni sessanta del secolo scorso, l’archeologo Piero Orlandini, aveva individuato in località Costa Zampogna poco lontana dal rinvenimento, una piccola necropoli ellenistica probabilmente connessa all’attuale sepoltura. La zona è stata sorvegliata giorno e notte dai Carabinieri della stazione di Gela che hanno assicurato la protezione del sito che presto racconterà nuovi aspetti dell’antica colonia greca di Gela.

Foto: Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identita' siciliana

«La città di Gela - dichiara il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci - continua a restituire preziose testimonianze della civiltà greca. Gela per il mio governo rappresenta un luogo privilegiato di investimenti nel campo dei beni culturali come modello di sviluppo alternativo e risarcitorio delle ferite che in questi anni il territorio ha subito. Voglio ringraziare il dirigente generale del dipartimento dei Beni culturali Sergio Alessandro e la soprintendente di Caltanissetta Daniela Vullo e che si sono prontamente attivati per le immediate azioni di tutela del nuovo ritrovamento. Mi auguro che, insieme alla “Nave di Gela”, possa costituire una nuova tessera del progetto di valorizzazione della città e di grande rilevanza per l’intera regione. Sono in continuo contatto con loro - conclude Musumeci - per seguire gli sviluppi dello scavo e dei risultati definitivi che esso potrà fornire».


Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

Licodia Eubea (CT), 12/10/2019

IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, dal 17
al 20 ottobre l'Antico protagonista di documentari, docu-fiction e film
di animazione
Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica
Tutto pronto per la IX edizione della Rassegna del Documentario e della
Comunicazione Archeologica. Dal 17 al 20 ottobre l'ex chiesa di San
Benedetto e Santa Chiara di Licodia Eubea ospiterà uno dei più
importanti festival cinematografici italiani (l'unico nel Sud Italia)
dedicato alla DIVULGAZIONE DELL'ANTICO attraverso le arti visive.
L'evento, organizzato dall'Associazione ArcheoVisiva in collaborazione
con l'Archeoclub d'Italia di Licodia Eubea "M. Di Benedetto" e con il
sostegno della SICILIA FILM COMMISSION (programma Sensi Contemporanei),
offre anche quest'anno un calendario ricco di appuntamenti, tra
proiezioni di film in prima visione da tutto il mondo, incontri con
archeologi e registi, laboratori didattici, visite guidate e aperitivi
al museo, mostre fotografiche e workshop, che avranno come filo
conduttore il fascino dell'Antico e i suoi legami con il CONTEMPORANEO.
Licodia Eubea
Si comincia giovedì 17 ottobre alle ore 17 con i saluti del presidente
dell'Archeoclub d'Italia Giacomo Caruso, i direttori artistici del
festival Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, il sindaco Giovanni Verga,
la Soprintendente ai Beni Culturali di Catania Rosalba Panvini e il
direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici
dell'Università di Catania Dario Palermo. A seguire, la proiezione in
prima nazionale del film "À LA RENCONTRE DE NÉANDERTAL" (Francia,
2019) di Rob Hope e Pascal Cuissot che racconta, sulla base di recenti
scoperte, la vita dei nostri progenitori vissuti oltre 200 mila anni fa;
a seguire "PROGETTO ALBANUS: DENTRO L’ANTICO EMISSARIO& RDQUO;
(ITALIA, 2019) DI MASSIMO D’ALESSANDRO, CHE DOCUMENTA L’ESPLORAZIONE
DI UNA DELLE PIÙ ANTICHE TESTIMONIANZE ROMANE DI INGEGNERIA IDRAULICA;
“ANTIQUARIUM. MEMORIE DEL PASSATO" (Italia, 2018) di Giovanni
Giordano, un viaggio nella necropoli di Pedemonte (Gravellona Toce, in
Piemonte), rinvenuta negli anni Cinquanta del Novecento. Alle 21:00,
subito dopo l'"Aperitivo al Museo", si concluderà con la visione del
film fuori concorso "SICILIA GRAN TOUR 2.0" (Italia, 2019), prodotto da
Fine Art Produzioni srl, viaggio in chiave moderna sulle orme del
viaggiatore francese Jean Houel. Si tratterà, in questo caso, di una
prima regionale.
Licodia Eubea
La mattina di Venerdì 18 sarà dedicata alle scuole con un laboratorio
didattico condotto dall'archeologa Stefania Berutti e la proiezione dei
film "APUD CANNAS" (Italia, 2017) di Francesc o Gabellone, che
ricostruisce la battaglia di Canne in 3D, e "C’ERA UNA VOLTA IATO"
(Italia, 2017) di Donatella Taormina, dove le ombre cinesi narrano la
storia della città elimo-sicana sorta nei pressi di San Cipirrello
(Palermo). Il programma pomeridiano comprende, dalle ore 17, "THE BATTLE
OF JERASH" (Giordania, 2017) di Carlos Cabrera e "LA SIGNORA MATILDE.
GOSSIP DAL MEDIOEVO" (Italia, 2017) di Marco Melluso e Diego Schiavo,
dove finzione e storia si mescolano rievocando rispettivamente il
passato romano della Giordania e la vita di Matilde di Canossa. Seguirà
un'altra anteprima nazionale, "OS ENIGMAS DO CABEÇO DA MINA"
(Portogallo, 2019) di Ruy Pedro Lamy, sull'enigmatico sito, ricco di
rarissimi menhir antropomorfici. In serata verrà proiettato il
pluripremiato "VOCI DAL SILENZIO" (Italia, 2 01 9) di Joshua Wahlen e
Alessandro Seidita, un viaggio attraverso l'Italia alla scoperta degli
eremiti.
Sabato 19, alle ore 11, ancora un momento dedicato alle scuole con il
progetto "ArcheoMovies. L'Archeologia al Cinema", realizzato in
collaborazione con l'Istituto comprensivo "D. Costa" di Augusta,
nell'ambito del Piano Nazionale Cinema per la Scuola del MiBac-Miur. Il
cartellone pomeridiano, con inizio alle ore 17, prevede l'anteprima
nazionale "THE PREHISTORIC NIGHT OF MARS AND VENUS" (Croazia, 2018) di
Darko Puarich, sui Vucedol, popolo vissuto tra il 3000 e il 2500 a.C.
sulla sponda del Danubio, film segnalato dal Festival Internazionale di
Cinema Archeologico di Split, che da due anni ha attivato un
partenariato con il festival di Licodia Eubea. A seguire "PECUNIA NON
OLET. L’ODORE DEI SOLDI NELL’ANTICA POMPEI" (Italia/Francia, 2018)
di Doroth&e ac ute;e Neyme, un viaggio olfattivo nelle attività che
generavano ricchezza; "RAGUSA TERRA IBLEA" (Italia, 2019) di Francesco
Bocchieri, un omaggio al capoluogo ibleo e alla sua storia; "IL
‘RAGAZZO’ CON LA NIKON" (Italia, 2019) di Lucio Rosa, sulle oasi dei
berberi di Libia, luoghi abbandonati e prossimi alla scomparsa; "IL
CONTE MAGICO" (Italia, 2019) di Melluso e Schiavo, che racconta le
avventure di un Youtuber alle prese con un misterioso conte bolognese
dell'Ottocento.
Domenica 20, dalle ore 17, saranno proiettati "#INMINIMISMAXIMA"
(Francia, 2018) di Pierre Gaignard e Laura Haby, che invita a pensare
l'umanità di ieri con l'occhio rivolto a quella di oggi; "ADOLF
VALLAZZA, SCIAMANO DEL LEGNO ANTICO" (Italia, 2019) di Lucio Rosa, sul
celebre scultore ligneo gardenese; " I LEONI DI LISSA" (Italia /
Croazia, 2019) di Nicolò Bongiorno, figlio dell'amatissimo Mike, in cui
l'esplorazione subacquea fa rivivere la leggendaria battaglia navale
nell'Adriatico tra austriaci e italiani (1866). Gran finale, alle ore
20,30 con la cerimonia di premiazione. Due i premi in palio: "Archeoclub
d'Italia" al FILM PIÙ VOTATO DAL PUBBLICO (a consegnarlo sarà Enzo
Piazzese, presidente dell'Archeoclub Italia di Ragusa) e "ArcheoVisiva"
(consegnato da Laura Maniscalco, dirigente del Servizio Archeologico
della Soprintendenza BB.CC.AA. di Catania) al FILM SELEZIONATO DALLA
GIURIA internazionale di qualità (Diego D'Innocenzo, Anthony Grieco,
Lada Laura, Laura Maniscalco, Brian McConnell). Infine, il premio
"ANTONINO DI VITA", intitolato all'archeologo chiaramontano, la
scomparsa del quale, nel 2011, ha stimol at o la nascita del festival di
Licodia Eubea. Il premio, consegnato dalla moglie Maria Antonietta Rizzo
Di Vita, "madrina" dell'evento e docente presso l'Università di
Macerata, viene assegnato a chi, nel corso della propria attività
professionale, ha contribuito alla divulgazione dell'Antico. Il nome del
premiato verrà annunciato la stessa sera di domenica 20.
Tra gli eventi collaterali, si segnalano la MOSTRA FOTOGRAFICA "Vivere
l'Antico" a cura del gruppo fotografico "Obiettivo Grammichele"
(giovedì 17, ore 19,45); gli INCONTRI con Sandro Garrubbo, social media
strategist del Museo archeologico Salinas di Palermo, sui "Linguaggi
contemporaneamente archeologici" (venerdì, ore 18,45) e con Alessandro
De Filippo, docente di Tecnica della rappresentazione audiovisiva
all'università di Catania, sul documentarista Vittorio De Se ta
(domenica, ore 19,45); la mostra di COSTUMI TEATRALI "Abitare il
racconto" di Ariana Talio. Tutte le sere: visite guidate e APERITIVO AL
MUSEO etno-antropologico "P. Angelo Matteo Coniglione". Domenica
mattina, visita al centro storico di Licodia Eubea e ai suoi principali
LUOGHI DI INTERESSE.
Tanti saranno gli ospiti, tra registi, produttori, archeologi e addetti
ai lavori. Tra questi anche Dario Di Blasi, direttore artistico di
FIRENZE ARCHEOFILM, festival creato dalla rivista ArcheologiaViva
(Giunti editore), che da sempre collabora con Licodia Eubea in uno
spirito di positiva sinergia tra manifestazioni con lo stesso tema. Qui
il link [1] al programma completo. L'ingresso alla manifestazione è
gratuito.
Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di
Licodia Eubea

Ultimati i lavori di restauro nella Villa romana di Gerace

Grazie ai finanziamenti della Regione Siciliana si sono effettuati e conclusi importanti lavori di copertura e restauro degli ambienti della villa romana di contrada Gerace ad Enna. I preziosi pavimenti musivi, già messi in luce durante le campagne di scavo precedenti, sono stati attentamente restaurati e puliti e ulteriori lavori di sistemazione dell'area hanno portato anche alla realizzazione di percorsi di visita e didattici.

L'edificio, scoperto nel 1994, si trova a circa quindici chilometri dalla più famosa Villa del Casale di Piazza Armerina. Inizialmente furono riportate alla luce cinque stanze e due corridoi. Si tratta del corpo centrale di un complesso edificio dotato di un peristilio circondato da ambienti abitativi, un locale absidato con tratti pavimentati a mosaico, un corridoio, sale per banchetti e cucine. Successive ricerche hanno consentito di stabilire che l'area di interesse archeologico è di circa tre ettari, sui quali insistono almeno dodici costruzioni e tra queste i resti di un edificio termale che domina il complesso, con mosaici pavimentali e marmi policromi di almeno quindici tipi diversi, tutti di provenienza estera. La struttura presenta diversi ambienti, compresa una vasca per immersioni, con complessi sistemi di riscaldamento tramite tubuli in cui circolava l'aria calda.

Villa romana di Gerace

Sono state trovate anche tracce di una cisterna per l'approvvigionamento idrico, di alcune fornaci per la lavorazione della terracotta e di magazzini per lo stoccaggio di sementi. Il complesso si data intorno al IV secolo d.C., forse edificato tra il 361 e il 363 e sarebbe appartenuto a tale Philippianus della famiglia romana dei Filippiani.

L'identificazione del proprietario è stata possibile grazie al ritrovamento di un'iscrizione che recita: "Possano le tenute dei Filippiani prosperare! Gioia ai giochi Capitolini! Possiate costruire più cose, dedicare cose migliori. Asclepiades, possa tu invecchiare insieme alla tua famiglia!". Ulteriori conferme arrivano anche dal nome che compare inciso su alcuni bolli di laterizio e tegole delle villa che sono stati ritrovati durante le numerose indagini di scavo.  Nonostante alcune variazioni grafiche, il nome di Philippianus compare costantemente. Dall'analisi delle tavolette con incisioni che raffigurano alcuni cavalli, corroborate dal ritrovamento di ossa equine, gli studiosi hanno tratto il convincimento che il titolare della Villa di contrada Gerace fosse un proprietario terriero che possedeva un allevamento di cavalli, probabilmente destinati ai giochi equestri delle celebrazioni di Roma.

Una missione diretta dall'Università di Vancouver vede dal 2013 numerosi studenti partecipare alle campagne di scavo e di ricerca dirette dal Professor Roger Wilson.

Quest'anno, la delegazione composta da quindici studenti, ha effettuato rilievi in convenzione con la soprintendenza ai Beni culturali di Enna. In particolare, sono stati portati alla luce due locali delle terme con pregevoli testimonianze che arricchiscono le conoscenze sulla villa e ci raccontano la Sicilia centrale all'epoca del Tardo Impero, l'economia del latifondo e un'attività legata all'allevamento dei cavalli.

Dopo dieci anni, grazie al finanziamento del governo Musumeci, sono ripartite le campagne di ricerca, scavo, messa in sicurezza e miglioramento della fruizione nei siti archeologici minori dell'Isola. Questo primo impegno della Regione, pari a cinquecentomila euro, ha finora riguardato, oltre a Gerace, altri sette cantieri nelle province di: Palermo (Complesso di età medievale di San Giovanni degli Eremiti); Catania (pulitura dei mosaici, ripristino, restauro e messa in sicurezza della Villa romana con le Terme di contrada Castellitto); Agrigento (necropoli di "Monte Mpisu" e area di "Monte Castello" dove le strutture del castello medievale si sono impiantate su strati preistorici e greci); Trapani (a Pantelleria scavo, rilievo e studio di Mursia, il villaggio preistorico costituito da capanne e con la necropoli costituita dai Sesi); Ragusa (Villa romana di Giarratana, del III secolo dopo Cristo);Messina (scavi archeologici nel sito della necropoli greca dell'antica Mylai, a Milazzo).

«La ripresa dei lavori di scavo, ricerca e conservazione del prezioso patrimonio archeologico siciliano - commenta il presidente della Regione Nello Musumeci - è una delle priorità per il mio governo. Ci eravamo posti un primo obiettivo di riavviare un'attività che tanto lustro ha dato, in passato, alla Sicilia e lo abbiamo raggiunto. E' soltanto una prima tappa, si apre una nuova stagione che consentirà alla nostra terra di ottenere un duplice risultato: arricchire l'offerta culturale del nostro patrimonio archeologico a turisti, studiosi e curiosi e riappropriarsi di una tradizione scientifica indispensabile per lo studio e la conservazione della nostra memoria».