Gli hooligan a Pompei, 2000 anni fa!

«Sub idem tempus levi initio atrox caedes orta inter colonos Nucerinos Pompeianosque gladiatorio spectaculo, quod Livineius Regulus, quem motum senatu rettuli, edebat. quippe oppidana lascivia in vicem incessente[s] probra, dein saxa, postremo ferrum sumpsere, validiore Pompeianorum plebe, apud quos spectaculum edebatur. ergo deportati sunt in urbem multi e Nucerinis trunco per vulnera corpore, ac plerique liberorum aut parentum mortes deflebant.»

«Nello stesso lasso di tempo per lievi motivi scoppiò un conflitto feroce tra gli abitanti di Nocera e quelli di Pompei a proposito d'uno spettacolo di gladiatori, offerto da Livineo Regolo che, come ho già detto, era stato espulso dal Senato. La gente,  con la mancanza di freni tipica di quelle città, incominciò con lo scambio di ingiurie, poi passò alle pietre, e finirono con l'impugnare le armi; ed ebbe la meglio la plebe di Pompei, dove aveva luogo lo spettacolo. Di conseguenza molti dei Nucerini tornarono nella loro città il corpo coperto di ferite, la maggior parte piangendo la morte di figli o di genitori.»

(Tacito, Annali, XIV, 17, nella traduzione di Lidia Storoni Mazzolani, Roma, 1995)
anfiteatro Pompei Nocerini Pompeiani
L'anfiteatro di Pompei, Nocerini vs Pompeiani, MANN. Foto tratta dal libro Storia delle civiltà antiche, Carlo Barberis, 1990. Pubblico dominio

 

Il passo di Tacito racconta un episodio molto grave e cruento relativo all'anno 59 d.C., che si svolse nell'anfiteatro di Pompei e vide protagonisti in negativo Pompeiani e Nocerini, gli abitanti cioè della vicina Nuceria Alfaterna, all'epoca potente e ricca città della Campania, posta al limite meridionale della pianura alluvionale solcata dal fiume Sarno, lo stesso fiume sulle cui sponde nascerà Pompei e che ne segnerà le fortune.  
La vicenda segna un punto di non ritorno nei rapporti fra le due comunità, che a onor del vero non erano mai stati del tutto idilliaci, a partire dal periodo della Guerra sociale del 91 - 88 a.C., quando Nocera restò fedele a Roma ed all'esercito di Silla, mentre Pompei si ribellò e venne duramente punita, perdendo in questo modo la libertà e divenendo una colonia, il cui nome noto è quello di Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum (nell'89 a.C.)
In virtù della sua fedeltà a Roma, Nocera ottenne numerosi privilegi, tra i quali quello che maggiormente attirò le ire dei pompeiani fu l'assegnazione a quest'ultima dei territori dell'ager stabianus e di conseguenza della città di Stabia, che costituiva certamente un importantissimo polo di attrazione marittimo e commerciale per tutta l'area; in aggiunta a questo, in età neroniana, la città di Nocera venne rinforzata con l'immissione di nuovi veterani, e le furono assegnate nuove terre, sempre a discapito di Pompei, la quale venne privata di importanti zone agricole che costituivano parte del suo tessuto economico.
Data quindi l'inevitabile tensione che questi provvedimenti scatenarono fra le due città, sarebbe davvero bastata una scintilla per far esplodere gli animi; e questa scintilla venne di fatto innescata (volontariamente o meno non è chiaro), da un certo Livineio Regolo, peraltro già espulso dal Senato pochi anni prima, il quale probabilmente pensò di riscattare la sua immagine organizzando ludi gladiatori, che al tempo costituivano in effetti un viatico immediato ed efficace per riparare a colpe precedenti.
L'iniziativa di Livineio Regolo sortì però l'effetto completamente opposto in quanto le due fazioni, mentre assistevano ad uno dei munera, cominciarono dapprima a "stuzzicarsi" verbalmente, dopodichè passarono "ai fatti", prima con un reciproco lancio di pietre e successivamente venendo a contatto, senza disdegnare l'uso della spada e di altri mezzi di offesa personale.
Il racconto di Tacito ci informa che i pompeiani, "padroni di casa" - in quanto organizzatori degli spettacoli - alla fine prevalsero, e molti dei Nocerini furono portati a casa mutilati dalle ferite e parecchi piansero la morte di figli o genitori.
L'episodio ebbe immediatamente vasta eco a Roma, tanto che lo stesso imperatore Nerone non tardò a prendere i dovuti provvedimenti, decretando la soppressione dei giochi e la chiusura dell'anfiteatro pompeiano per ben dieci anni oltre allo scioglimento immediato di tutte le associazioni costituite illegalmente in città, in quanto gli era giunta voce che dietro lo scoppio della rissa nell'anfiteatro si nascondesse in realtà una fallita congiura ai suoi danni.
anfiteatro Pompei
L'anfiteatro di Pompei ove si scontrarono Pompeiani e Nocerini. Foto di Greg Willis, CC BY-SA 2.0

Arrivati a questo punto una riflessione sembra necessaria: quanto dell'episodio che vi ho appena raccontato può essere paragonabile alle odierne manifestazioni di violenza cui siamo purtroppo costretti ad assistere nel corso di manifestazioni sportive, soprattutto calcistiche?

Direi molto, ma evidenzierei ancor più il collegamento diretto tra la violenza e l'importanza della manifestazione sportiva antica e attuale; voglio dire in pratica che gli spettacoli gladiatori potevano essere tranquillamente paragonati per importanza e pathos alle odierne partite di calcio, in cui gli animi già esacerbati per presunte rivalità di varia natura fra le due fazioni molto, troppo spesso non riescono ad essere ricondotti nella logica di una manifestazione ludica o sportiva (che tanto sportiva certo non era al tempo dei romani).
In questo caso quindi vale ancora la massima dal Gattopardo: «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima»!

Svetonio, magister dell'aneddotica imperiale

SVETONIO, MAGISTER DELL’ANEDDOTICA IMPERIALE

Quando si esaminano le letterature antiche, spesso ci si sofferma sulle informazioni più importanti per dedurne la rilevanza storica di un personaggio o di un evento. Capita, quindi, di non prendere in considerazione quelle notizie ritenute poco fededegne ovvero di scarsa importanza. E non deve meravigliare se, al lettore o al semplice ascoltatore, proprio queste ultime informazioni risultano essere più semplici da memorizzare.

Ancora oggi, nel mondo dei social ormai alla ribalta, capita di imbattersi in notizie relative alla vita privata di un personaggio, al suo modus operandi, ai suoi vizi e vezzi. Quella che può definirsi, con la cautela del caso, la ‘letteratura del gossip’ abbraccia un pubblico vasto e variegato.

A questo punto sorge, lecita, una domanda: gli antichi nutrivano interesse per le informazioni più intime ovvero eclissavano, in qualche modo, la loro portata? A questa domanda si può rispondere citando Gaio Svetonio Tranquillo, vissuto nel I d.C. e probabilmente originario di Ostia. Come per ogni scrittore, anche per Svetonio si può prendere in considerazione l’opera che lo ha reso celebre al pubblico, specialista e non: il De vita Caesarum (La vita dei Cesari), nella quale, in otto libri, lo scrittore traccia le biografie di dodici imperatori, da Cesare a Domiziano.

Svetonio, De vita Caesaris, Apud Theobaldum Paganum - Lugduni 1541, foto MH Collections, CC BY-SA 4.0

Lo stile dell’opera risulta semplice e, a tratti, disadorno, motivo per cui si può dedurre che essa fosse destinata non soltanto ai più eruditi, ma anche e soprattutto a lettori dalle piccole pretese. Questo stile semplice e quasi elementare è stato adoperato da Svetonio non solo per motivi di fruizione, ma anche per questioni di genere. Svetonio, infatti, non può essere ritenuto uno storico stricto sensu, come Sallustio (I a.C.) o Tacito (I d.C.), per esempio, bensì un biografo; è stato colui che ha continuato, idealmente, l’opera di Varrone (II a.C.) prima e Cornelio Nepote (I a.C.) poi.

Il De vita Caesarum, al di là dello stile semplice e lineare, presenta una trattazione degli argomenti che esula dai comuni trattati storici. Le biografie, infatti, mancano di un corretto susseguirsi cronologico degli avvenimenti (si potrebbe confrontare l’opera, per esempio, con l’Anabasi di Senofonte (V-IV a.C.) che, alla trattazione storica, antepone il gusto dell’autobiografia; infatti l’opera senofontea può essere definita, non a torto, un vero e proprio diario di viaggio) e risultano essere abbondanti per quanto riguarda gli aneddoti imperiali. Svetonio si dimostra un vero e proprio magister dell’aneddoto, il suo interesse per il cavillo biografico, per le notizie di scarso valore e per vizi e virtù degli imperatori è al centro della trattazione. Nell’esaminare le biografie, questi elementi risaltano sin da subito all’occhio del lettore: di Augusto, per esempio, racconta della sua creduloneria; di Caligola, del tentativo di candidare al consolato il suo cavallo, Incitatus; di Claudio, della sua vigliaccheria; di Vespasiano, delle sue abitudini sessuali e così via. La trattazione aneddotica, così presente nelle biografie svetoniane, si può giustificare se si prendono in considerazione i destinatari dell’opera; il professor Paolo Fedeli, nella sua Storia letteraria di Roma (edita da Fratelli Ferraro Editori, Napoli 2004), spiega, infatti che «Il gusto dell’aneddoto […] serve a tener desta l’attenzione di lettori non particolarmente esigenti e ci fa capire come si sia ampliato, anche in conseguenza della più diffusa alfabetizzazione […] il panorama dei fruitori delle opere letterarie. È questo un dato di un’importanza sostanziale per capire i contenuti dell’opera biografica di Svetonio […]». Nella narrazione degli aneddoti svetoniani, si ravvisano, a volte, imprecisioni e racconti al limite della verosimiglianza. Nella vita di Otone, per esempio, nel raccontare le vicissitudini che portarono, poi, l’imperatore al successo sulle truppe comandate da Vitellio, Svetonio si dimostra confuso ed impreciso. E ancora, nella vita di Domiziano, Svetonio racconta che l’imperatore ordinò che si tenessero cento gare in un unico giorno destinato ai giochi circensi, un numero che va al di là delle potenzialità degli atleti del tempo e che, anche oggi, sarebbe impensabile per un qualsiasi sportivo ben allenato.

Affresco (1563) dalla "Sala di Cesare", che orna lo studio del Marchese Diomede nel Palazzo della Corgna, a Castiglione del Lago (Umbria), sulla base di quanto nel testo di Svetonio. Qui si ritrae la battaglia di Farsalo. Foto di Wolfgang Sauber, CC BY-SA 4.0

Al di là delle imprecisioni, le biografie svetoniane presentano diverse ripetizioni; per esempio, nella vita di Cesare, l’impresa in Britannia è ripetuta due volte. Queste ripetizioni hanno delle sostanziali motivazioni: Svetonio, attraverso la riproposizione di un avvenimento politico-militare, presenta il mutevole atteggiamento di un imperatore durante la sua impresa politico-militare.

Ogni biografia presenta una struttura fissa: ad una prima parte legata alla presentazione dell’imperatore, sotto le spoglie del prodigio, e alle sue imprese militari, segue una seconda parte dedicata agli aneddoti e al racconto della morte, quasi sempre frutto di un presagio nefasto. Si può aggiungere, anche, che le biografie presentano un’autonomia tale che, prese singolarmente, possono ritenersi delle vere e proprie opere. Non è necessario leggere, per esempio, la vita di Tiberio per comprendere quella di Caligola e così via.

È doveroso, a questo punto, porsi un’ulteriore domanda: è possibile cavare il giudizio dell’autore dalle diverse biografie? A questo quesito si può rispondere esaminando la biografia di Tito e quella di Domiziano, per esempio. Se il primo è presentato quasi come un princeps illuminato e come se fosse il miglior imperatore che l’Impero avesse avuto sino a quel momento, tanto che, da Svetonio, è definito amor ac deliciae generis humani (amore e delizia del genere umano), al contrario, Domiziano è il princeps da scongiurare, a tal punto che ogni sua azione, anche la più virtuosa, è frutto della sua indole malvagia (il giudizio di Svetonio su Domiziano dipende, anche, dalla situazione socio-politica nella quale vide la luce il De vita Caesarum; infatti l’opera svetoniana è successiva al 70 d.C., anno di nascita, probabile, di Svetonio, quindi successiva alla morte di Domiziano, nel 68 d.C.: è chiaro che la damnatio memoriae cui fu sottoposto l’ultimo dei Flavi ha influito non poco sul giudizio del biografo). Svetonio, però, dimostra di possedere un’ideologia vicina a quella del Senato, infatti sono esenti da critiche feroci tutti quegli imperatori che, durante la loro vita, non hanno osteggiato, in alcun modo, il Senato romano.

Il De vita Caesarum ha suscitato non poco interesse, anche, nelle generazioni successive. Se si pensa che, durante l’epoca tardoantica e medievale, Svetonio è stato il modello di S. Girolamo e Isidoro di Siviglia, per esempio, si può comprendere l’importanza dell’opera svetoniana quale modello ‘cardine’ del genere biografico romano.

Svetonio De vita Caesaris
Svetonio, in una miniatura del Liber Chronicarum (foglio CXI), trattato di Hartmann Schedel (1493), scansione di Michel Wolgemut, Wilhelm Pleydenwurff, pubblico dominio

Nuceria Alfaterna: antiche glorie e moderne disillusioni

«Urbem inexpugnabilibus muris cinctam.»
«Città cinta da mura inespugnabili.»
(Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, IX, 6)

Nocera Superiore - 13/10/2019
L'attuale comune di Nocera Superiore, insieme a parte del limitrofo comune di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ha ospitato nel passato le glorie di un'antica città. Nuvkrinum prima, Nuceria Alfaterna in un secondo momento, fu fondata dai Sarrasti attorno al IX sec. a.C. e successivamente colonizzata dagli Etruschi nel VII sec. a.C. Dopo la loro disfatta nella battaglia di Cuma del 474 a.C., fu conquistata dai Sanniti che ne mantenerono il possesso per i tre secoli successivi, fino a quando la dilagante potenza romana nel III sec. a.C. la sottomise alla fine delle guerre puniche (216 a.C.). Questi ultimi la resero, nel corso dei secoli a venire, una florida e vitale colonia, nota in età augustea con l'appellativo di Constantia e dedita soprattutto alle attività agricole e commerciali.

L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e le mutate direttrici viarie dell'Impero Romano segnarono per Nuceria una fase di progressivo declino; questo non le impedì tuttavia di diventare sede vescovile a partire dal III sec. d.C., grazie all'opera del vescovo Prisco, ed in epoca bizantina di concepire e realizzare lo splendido Battistero di S. Maria Maggiore.

Nuceria Alfaterna

L'antica città di Nuceria, in cui in epoca romana si parlava il greco in segno di distinzione, si sviluppava nei tempi di massimo splendore su una superficie superiore a quella della vicina Pompei. I rapporti tra i due insediamenti non furono sempre idilliaci, come ricorda un passo degli Annali di Tacito, il quale descrive una furiosa lite tra nocerini e pompeiani presso l'anfiteatro di Pompei nel 59 d.C., a seguito del quale lo stesso edificio fu chiuso per ben dieci anni dall'imperatore Nerone.

Era provvista di un foro, di terme, case, teatri ed un anfiteatro, recentemente riscoperto al di sotto di un moderno quartiere residenziale; purtroppo molte di queste costruzioni oggi versano in uno stato di profondo e desolante abbandono.

Strano il destino delle due città: Pompei distrutta dalla furia del vulcano in passato e riscoperta in modo capillare e nella sua massima bellezza nei tempi moderni; Nuceria Alfaterna risparmiata dal Vesuvio ma sepolta negli ultimi decenni da uno strato spesso di noncuranza e desolante abbandono...

Il Teatro ellenistico-romano, venuto alla luce in località Pareti e ormai invaso dalla vegetazione, Le Terme del Foro nelle immediate vicinanze del Battistero abbandonate (pur se rinchiuse in uno spazio verde cittadino) sono solo due piccolissimi esempi di una tendenza frequente nell'amministrazione della cosa pubblica, cioè il valorizzare i beni massicciamente visitati, in quanto fonte di reddito, mentre si lasciano nell'incuria quelli che potenzialmente potrebbero crearlo, il reddito, ma che abbisognano di investimenti e manutenzioni che forse si ritiene non ripaghino gli sforzi.

Nuceria Alfaterna

 

Tutte le foto sono di Camillo Sorrentino

Nuceria Alfaterna


Roma Brucia. Nerone e l'incendio di Roma del 64 d.C.

Era la notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C. quando scoppiò il grande incendio di Roma che colpì la zona del Circo Massimo e infuriò per nove giorni complessivamente lambendo quasi tutta la città. Lo storico Tacito, che scrisse dell’accaduto, lo annoverò come uno dei più gravi fatti che colpì l’Urbe e sin dall’inizio del suo racconto evidenzia come siano incerte le origini del disastro.

« Iniziò in quella parte del Circo che confina lungo il Palatino e il Celio, dove il fuoco, scoppiato nelle botteghe che contenevano prodotti altamente infiammabili, divampò subito violento, alimentato dal vento, e avvolse il circo in tutta la sua lunghezza, visto che non esistevano palazzi con recinti o templi cinti con mura o qualcosa che potesse fermare le fiamme. » (Tacito, Annali, XV, 38.2.)

Di Carl Theodor von Piloty (1826-1886) - http://www.reproarte.com/files/images/P/piloty_karl_t_von/0191-0237_nero_auf_den_truemmern_roms.jpg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10629003

Il grande incendio quindi sarebbe stato alimentato dalle costruzioni di legno ma anche dal vento che spirava, diffondendosi così con grande rapidità e senza trovare grossi impedimenti. Tacito menziona addirittura di personaggi che avrebbero impedito i soccorsi e avrebbero attizzato le fiamme, impedendo così ai vigiles, cioè al corpo speciale preposto per lo spegnimento degli incendi a Roma, di compiere il proprio lavoro. Non sappiamo l’identità di questi insubordinati, forse si pensa a dei saccheggiatori che agivano durante i disastri. Il vero protagonista però di questo terribile episodio passato alla storia che, ancora dopo secoli lo accusa, fu l’imperatore Nerone.

L’imperatore però non si trovava a Roma in quei giorni ma ad Anzio e sarebbe rientrato in città solo quando le fiamme stavano per lambire la sua residenza che aveva fatto costruire per unificare il palazzo sul Palatino e gli Horti Maecenatis. Addirittura si sarebbe occupato di soccorrere i feriti e i senza tetto aprendo i monumenti come luoghi di alloggio (Pantheon, le terme, il Porticus Vipsania e i Saepta Iulia, i giardini di Agrippa sul Campo Marzio), allestendovi baraccamenti, facendo arrivare le provviste dai dintorni e abbassando il prezzo del grano a tre sesterzi il moggio, visto il momento di crisi della città.

Di Copyright George Kleine (expired) - Library of Congress[1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6308225
Tutte queste azioni, secondo Tacito, sarebbero state messe in pratica dall’abile Nerone solo per aggraziarsi la plebe e tuttavia senza ottenere nessuno scopo vista la voce in circolo circa l’imperatore che mentre il fuoco infuriava visibile dal suo palazzo si sarebbe messo a cantare della distruzione di Troia. Le fonti antiche devono ovviamente essere interpretate tenendo conto dell’ostilità degli storici verso Nerone; Tacito apparteneva all’aristocrazia senatoria ostile alla politica dell’imperatore che invece favoriva i ceti popolari e produttivi.

Le fonti antiche non hanno dubbi nel ritenere l’incendio di origine dolosa, sottolineando alcune particolarità come l’espandersi dell’incendio senza seguire i venti, il fatto che le fiamme bruciavano anche edifici in pietra e che dopo che sembrò essersi esaurito, un secondo e terribile incendio divampò nuovamente causando altri danni. Non essendo testimoni dei fatti ma osservando l’episodio con un’intensità emotiva meno carica di avversione verso la figura di Nerone possiamo dire, grazie anche all’osservazione dei grandi incendi dei nostri giorni ,che le fiamme tendono ad espandersi alla ricerca di altro ossigeno che permetta la combustione e che gli edifici in pietra possono prendere fuoco in seguito all’incendiarsi di mobilio in legno che prende fuoco dall’esterno. Infine anche se l’incendio sembra essere assolutamente domato, le braci accese possono rimanere sotto la cenere causando l’improvviso riaccendersi di fiamme.

La colpa, secondo gli storici, fu di Nerone, la cui figura ci è stata tramandata quasi con un aspetto demoniaco e folle, che appiccò l’incendio a Roma per trarre spunto per il suo canto da una distruzione in fiamme di città e soprattutto per fare spazio per la costruzione della sua nuova residenza, la Domus Aurea. Tutto ciò che successivamente l’imperatore fece fu una prova tangibile della sua colpevolezza. Fece abbattere gli edifici sull’Esquilino per impedire un’ulteriore propagazione dell’incendio e fu accusato di voler creare ulteriori distruzioni; fece sgombrare macerie e cadaveri a proprie spese e allora venne accusato di volersi impossessare dei beni come uno sciacallo.

Di Henryk Siemiradzki - www.abcgallery.com, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=320986

Secondo lo storico Tacito inoltre, nessuno di questi provvedimenti riusciva a sopire le voci sui sospetti della colpevolezza dell’imperatore nello scoppio dell’incendio:« Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso o alla perfidia del principe, in quanto le fonti tramandano entrambe le versioni, ma certamente più grave e più spaventoso di ogni altro che si sia mai abbattuto su Roma per la violenza del fuoco.  (Tacito, Annali, XV, 38.1.)

Nerone quindi, per mettere a tacere tutte queste voci, accusò i cristiani, «una setta invisa a tutti per le loro nefandezze», secondo Tacito i cui colpevoli sarebbero stati arrestati e condannati, non tanto per l’incendio ma per il loro “odio nei confronti del genere umano”. i Romani avevano inizialmente distinto con difficoltà i cristiani dalle altre sette giudaiche. Svetonio conferma che Nerone aveva mandato i cristiani al supplizio definendoli “una nuova e malefica superstizione”, senza collegare direttamente il provvedimento all’incendio.

Non sapremo mai la verità, ma certo è che la situazione che Nerone dovette affrontare dopo l’incendio fu molto grave. I costi per la ricostruzione furono tanto alti da esacerbare alcune situazioni di tensione sia con il senato e la plebe di Roma sia nelle province, provocando addirittura una forte perdita di consenso.


L'eruzione del 79 d.C. sui social media oggi

Pierre-Henri de Valenciennes, Eruzione del Vesuvio del 24 Agosto dell’anno 79 d.C. sotto il regno di Tito (1813), Olio su tela, Toulose, Museé des Augustins

Il 24 agosto del 79 d.C. è la data in cui, dall’esito di un’analisi filologica di un passo della lettera di Plinio il Giovane a Tacito, si colloca convenzionalmente l’eruzione del Vesuvio che portò alla devastazione di tutta l'area circumvesuviana. 

Per ricordare quel fatidico giorno, i social network del parco archeologico di Pompei hanno fatto rivivere ai propri utenti i terribili istanti dell’eruzione, attraverso una sequenza di immagini fortemente evocative ed il racconto di Plinio il Giovane contenuto nelle sue famose epistole.
Stratigrafia eruzione

I canali social del Parco, in continua crescita di numeri ed interazione, rappresentano la  piattaforma principale per la promozione e la quotidiana comunicazione di notizie e curiosità che riguardano  Pompei e i siti vesuviani di Oplontis, Stabiae e Boscoreale, luoghi che oggi, a centinaia di anni dalla loro scoperta, ancora riservano importantissime novità grazie ai recenti e sensazionali rinvenimenti che continuano ad affiorare dai lapilli di quella tragica eruzione.
Karl Brjullov L’ultimo giorno di Pompei olio su tavola San Pietroburgo Hermitage
Testo e immagini da UFFICIO STAMPA
Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscorealeweb: www.pompeiisites.org
FaceBook: https://www.facebook.com/pompeiisoprintendenza/
Twitter: https://twitter.com/pompeii_sites
https://www.instagram.com/pompeii_parco_archeologico/
YouTube: https://www.youtube.com/c/PompeiiSites79dc

 

Thomas Burke, Plinio il Giovane rimproverato, Incisione a colori su rame ispirata ad un dipinto di Angelika Kauffmann del 1785

L'eruzione del 79 d.C. #accaddeoggi

La tradizione filologica che si basa soprattutto sulle lettere di Plinio il Giovane a Tacito, colloca l’eruzione del Vesuvio il 24 agosto del 79 d.C.

La “montagna” si era svegliata, nonostante varie avvisaglie non colte ne annunciassero da tempo una ripresa attività. Una pioggia di materiale piroclastico ricopre il cielo di Pompei e degli altri siti vesuviani, che di lì a poco subiranno la stessa tragica fine. Molti morirono già durante le prime fasi dell’eruzione. Pomici e lapilli in accumulo fecero crollare i tetti delle abitazioni, si svilupparono incendi e solo pochi riuscirono a fuggire, Quanti si erano attardati a prestare soccorso ad amici o parenti, o a raccogliere gli effetti personali, furono travolti da una nube tossica che li asfissiò in una crudele agonia causata dal micidiale mix di cenere vulcanica mista ai gas. Pochi giorni dopo il disastro, i sopravvissuti e forse molti sciacalli, cercarono di recuperare quanto possibile, ma il pericoli crolli spesso rivelò difficile l’impresa. Oggi a destare curiosità e frenesia è l’attendibilità della fonte Plinio, non pervenutaci in originale ma solo in tradizione medievale e quindi spesso “guasta”. Punto di dibattito è il mese che, nei codici medievali che riportano la lettera di Plinio il Giovane, slitta alle calende di novembre, facendo ipotizzare quindi ad un’eruzione autunnale. A districare l’arcano ci può venire in aiuto solo il dato archeologico. Un altro storico antico, Cassio Dione, parlando dell’eruzione dice che «In quel tempo accaddero delle cose orribili nella Campania, che sono veramente meravigliose. Infatti nell’autunno si accese repentinamente un grande incendio…» . Il ritrovamento di bacche di alloro, castagne, noci, fichi secchi e una grande quantità di melagrane farebbero propendere per un’eruzione autunnale, così come la vendemmia già ultimata in una villa rustica di Boscoreale. Nel cortile dell’edificio, i dolia per il mosto, erano già chiusi e sigillati, segno che la vendemmia era già avvenuta. C’è da dire però che funziona anche la tesi dell’eruzione estiva. I dolia interrati e le anfore chiuse e pronte al commercio avrebbero potuto contenere, invece del vino, altre sostanze, oppure vini non destinati alla tavola o vini a lungo invecchiamento. Così come la frutta secca potrebbe essere stata una giacenza dalla scorsa stagione; le noci potrebbero essere state raccolte verdi e consumate fresche e non secche, e le melagrane raccolte verdi in modo da rallentarne il processo di maturazione per poi usarle per preparati medici oltre che per consumo alimentare. Anche la botanica propenderebbe per una datazione estiva; come prova, sono state trovate oltre duecento specie erbacee, arbustive e arboree di cui si sarebbero conservati sia i pollini, sia parte di fusti e foglie. Descrivendo le attività dello zio il giorno dell’eruzione, Plinio ricorda tra l’altro che dopo pranzo aveva fatto un bagno di sole e poi d’acqua fredda, attività che, come riporta un’altra lettera (Epist., III 5, 10-11) sono tipiche della stagione estiva. Inoltre, il viaggio per mare di Plinio il Vecchio, compiuto con le navi partendo da Miseno nel pomeriggio e approdando a Stabiae verso il tramonto, dopo aver tentato di raggiungere Ercolano, ben si addice ad una tipica giornata estiva e non ad una corta di un mese autunnale.

In attesa di dati, chissà poi se scopriremo mai il mese dell'eruzione, questi bellissimi versi di Marziale ci riportano indietro nel tempo... quello che Pompei era, quello che Pompei è stata dopo la tragedia.

“Ecco il Vesuvio, che ieri ancora era verde delle ombre di pampini: qui celebre uva spremuta dal torchio aveva colmato i tini.
Questa giogaia Bacco amò più dei colli di Nisa: su questo monte ieri ancora i Satiri eseguirono il girotondo.
Qui c’era la città di Venere, a lei più gradita di Sparta;
qui c’era la città che ripeteva nel nome la gloria di Ercole.
Tutto giace sommerso dalle fiamme e dall’oscura cenere:
gli dei avrebbero voluto che un tale scempio non fosse stato loro permesso”
Marziale Ep. IV, 44

Testo e foto: Alessandra Randazzo


Bulgaria: intrighi degli ultimi anni della dinastia dei Sapei da un'iscrizione

9 - 11 Luglio 2015
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Ritrovata ad Aquae Calidae, nella città di Burgas sulla costa bulgara del Mar Nero, un'importante iscrizione che menziona la dinastia Sapea, l'ultima a governare in Tracia prima del suo divenire provincia romana.
L'iscrizione data agli anni venti o trenta del primo secolo d. C. Si tratta di un documento di grande importanza, perché fornisce informazioni sugli ultimi anni del regno degli Odrisi in Tracia.
Vengono citati Re Remetalce II (18-38 d. C.) e sua sorella Pitodoride II (o Pitodorida II, 38–46 d. C.) confermando che la regina Pitodoride era figlia di Re Cotys III (12-18 d. C.), a sua volta figlio di Re Remetalce I. Pitodoride II avrebbe perciò sposato il figlio dell'assassino di suo padre (e suo cugino), Remetalce III, del quale però ottenne l'uccisione nel 46 d. C. Alla morte di questi si creò un vuoto di potere e il Regno divenne Provincia Romana. Questo periodo di intrighi è anche narrato nel secondo libro degli Annales di Tacito.
Aquae Calidae era un santuario e centro termale, ma a quanto pare aveva anche importanza da un punto di vista amministrativo. Nel Medio Evo divenne poi nota come Termopili.
Link: Archaeology in Bulgaria; The History Blog
Un cavaliere dal Museo Archeologico di Burgas, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Vmenkov