Se la grande letteratura del ‘900 ha prodotto qualcosa che si avvicina alla forza suggestiva della tragedia greca di V secolo a.C., questo qualcosa è certamente Luce d’agosto di William Faulkner. Il premio Nobel, due volte premio Pulitzer e sceneggiatore americano è annoverato tra le più grandi penne del secolo passato. Celebre è infatti la sua scrittura magmatica e a tratti oscura, soprattutto quando si perde nei meandri di menti ‘ritardate’ o allucinate – come quelle dei fratelli Compson de L’urlo e il furore – o nella narrazione corale e multipolare di Mentre morivo (entrambi romanzi-capolavoro, ignorati dai suoi contemporanei e acclamati dai nostri). Il flusso di coscienza di matrice joyciana in Faulkner assorbe tutto, anche la realtà, mescolandola, quasi senza soluzione di continuità, ai pensieri dei suoi personaggi. Tra continui flashback e flashforward, il lettore si muove, tra le sue pagine, a tentoni, come in una nebbia, ma invogliato ad ogni giro di frase a proseguire il cammino, alla ricerca della luce, della parola che scioglie l’intreccio e lo riempie di significato.

Le storie che Faulkner narra riguardano vicende torbide e squallide, dalle atmosfere pulp e gotiche. Incesti, omicidi, delitti di sangue, adulteri, stupri erano il fulcro delle tragedie dell’antichità, e lo sono anche delle storie dello scrittore di New Albany, che nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, Mississippi ambienta la maggior parte dei suoi racconti.

La “Faulkner Portable”, la macchina da scrivere Underwood Universal Portable appartenuta a William Faulkner. Foto di Gary Bridgman, CC BY-SA 3.0

Dopo il flop dei suoi ‘capolavori’ d’esordio, Faulkner raggiunge finalmente il successo con Santuario (1931) e Luce d’agosto (1932). Agli albori degli anni ’30 gli Stati Uniti sono nel pieno della recessione economica, la Jim Craw Law legalizza la segregazione razziale e il proibizionismo è ormai agli sgoccioli. Ed è proprio il contrabbando di alcool a fare da sfondo ai due romanzi di Faulkner più apprezzati dal pubblico dell’epoca: da un lato un cupo dramma senza possibilità di redenzione, Santuario, con al centro la vicenda personale (e scandalosa) di Tample Drake, giovane ragazza violentata in un capanno e poi segregata in un bordello di Memphis dal glaciale contrabbandiere senza scrupoli Popeye; dall’altro Luce d’agosto, la storia travagliata di Joe Christmas, uomo dalla pelle ‘color pergamena’ e ‘sangue negro’ nelle vene, anche lui contrabbandiere di alcool e assassino della donna bianca che amava, l’unica donna bianca che potesse amare a Yoknapatwapha: Joanna Burden, ultima superstite di una famiglia di abolizionisti del New England, trapiantata nell’ostile Mississippi schiavista, dopo la guerra civile.

È la natura equivoca e ambigua di Joe Christmas, metà bianco e metà nero, a renderlo uno degli antieroi più affascinanti e rari della letteratura americana. Come gli eroi tragici della tragedia greca, le cui contraddizioni venivano portate all’estremo sino ad implodere sulla scena, così Joe Christmas assurge a personaggio sommamente tragico: il suo non ri-conoscersi, non conoscere la propria reale natura ‘bianca’ o ‘nera’ nel mondo segregazionista e fanatico del Mississippi degli anni ’30, non può che spingerlo a rotta di collo verso un destino ineluttabile. Su di lui, come una spada di Damocle, pende (e penderà sino agli ultimi istanti di vita) quel ‘non conoscere’ la propria reale natura che era stata la causa dell’abbandono ancora in fasce in un orfanotrofio e poi dell’adozione da parte del fanatico religioso McEachern, che si era assunto il ‘fardello’ di redimerlo dalla sua natura ‘nera’ educandolo ad una vita di sacrifici e devozione religiosa che non gli impedirà però di ribellarsi e uccidere il suo padrone-patrigno.

Uno stabilimento per la lavorazione del legno negli anni ’30, simile a quello descritto nel romanzo. Foto U.S. National Archives and Records Administration

Tuttavia, è l’amore ‘impossibile’ per Joanna la chiave di volta della vicenda umana di Joe, quell’amore che lei voleva in qualche modo ‘istituzionalizzare’, spingendolo ad abbandonare la vita facile del contrabbandiere di alcool. Unire due mondi che tutti volevano separati: è questo che fa esplodere la contraddizione profonda, ossia l’impossibilità di riconoscersi in una delle sue due nature in quanto entrambe mescolate nel proprio sangue; l’impossibilità di vivere una vita da bianco, lui sempre dimidiato, che per non pagare le prostitute nei bordelli si fingeva bianco per poi dichiararsi negro.

Nella tragedia antica, l’eroe tragico è messo in scacco nel momento in cui ‘riconosce’ di essere vittima di un dissidio insolubile legato alle proprie azioni consapevoli o meno: Edipo si acceca dopo la scoperta dell’incesto con sua madre e dell’omicidio del padre; suo figlio Eteocle è diviso tra la difesa della città e il legame che lo lega a suo fratello Polinice che voleva usurpare il suo trono; Aiace si suicida per la vergogna delle sue azioni mentre era acciecato dalla follia.

Nella tragedia americana di Faulkner, invece, il dissidio è nella natura stessa del suo antieroe: Joe Christmas è egli stesso la ‘sua’ contraddizione e l’omicidio dell’unica donna che lo potesse amare non è che la conseguenza del riconoscimento di questa sua condizione.

Ma non è tutto: a ben vedere, questo suo dissidio – il suo essere l’«ombra di un bianco»- è in verità il dramma di un’intera nazione. Joe Christmas, infatti, porta nelle sue vene quella ‘maledizione’ americana che è la «razza nera». Così la definisce il padre di Joanna Burden mentre mostra alla figlia la tomba in cui erano sepolti suo padre e suo figlio, ammazzati dal colonnello schiavista Sartoris: «Ricordatelo. Il tuo nonno e il tuo fratello giacciono lì, trucidati non da un bianco ma dalla maledizione che Dio ha gettato su un’intera razza prima che il tuo nonno o il tuo fratello o io o te fossimo mai stati anche solo pensati. Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. […] la maledizione della razza nera è la maledizione di Dio. Ma la maledizione della razza bianca è il negro che sarà in eterno l’eletto di Dio perché una volta Egli lo maledisse».

La maledizione, che nella tragedia greca il dio scagliava come punizione contro il ghenos, la stirpe familiare, minandone l’integrità di generazione in generazione, in Luce d’agosto diventa la maledizione di tutta la nazione. Il dramma del razzismo, d’altronde, innerva la società americana e ne ha segnato irrimediabilmente la storia e la cultura. Il razzismo, inteso come la concezione della superiorità antropologica dell’uomo bianco su quello nero, per gli americani del Sud, come Faulkner e i suoi avi, non era semplice odio o paura del diverso, ma rappresentava l’architrave della propria identità culturale e, dopo la guerra civile, invece di essere estirpato dall’abolizione della schiavitù, si estese come un virus dal Sud in tutto il Paese.

Rex Theatre for Colored People, Leland, Mississippi, giugno 1937. Un luogo di segregazione. Foto di Dorothea Lange

Joe Christmas, dunque, non è che un mescolamento innaturale, un «abominio della carne» (queste le parole deliranti del folle Doc Hines, il nonno che lo aveva abbandonato in orfanotrofio), vero e proprio emblema di una nazione che non può ignorare – sembra dire Faulkner -, con l’illusione segregazionista, il suo dissidio e la maledizione per il proprio peccato originale. Ed è in questa follia collettiva, in questo fervore religioso quasi oracolare (che anima molti dei personaggi chiave di questa vicenda), che si consuma la tragedia di Joe Christmas, una tragedia tutta americana.

William Faulkner, fotografato da Carl Van Vechten (11 dicembre 1954). Foto Prints and Photographs division della United States Library of Congress, digital ID cph.3f06403

Eppure in Luce d’agosto manca quel nichilismo cieco e senza redenzione che corrode le anime ‘perdute’ di Santuario: è la Speranza infatti ad aprire e chiudere il romanzo, nella persona di Lena Grove, la giovane giunta a piedi, incinta, dall’Alabama, da sola e scalza, in cerca del padre della creatura che porta in grembo. Grazie a lei, alla sua ingenuità, che è seconda solo alla sua forza ostinata, Faulkner guida il lettore nell’abisso di Joe Christmas, ossia quella Dark House (titolo originale del romanzo, a cui fu poi preferito Light in August) che in fondo non è che l’America-Mississippi; ed è sempre grazie a lei, alla fine, che ne esce con gli occhi rivolti verso il Domani, verso il Tennessee.

La prima edizione di Luce d’agosto di William Faulkner.