Cividale del Friuli: gli scavi archeologici riportano alla luce l'antemurale romano

Cividale del Friuli: gli scavi archeologici a ridosso del Castello Canussio riportano alla luce l'antemurale romano

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I lavori di scavo archeologici a ridosso del Castello Canussio, a Cividale del Friuli, appena iniziati, hanno consentito di verificare l’esistenza dell’antemurale di età romana, ovvero del muro di cinta più esterno della città che, in questa zona, era dotata di una doppia cerchia di mura difensive.
L’intervento, finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, nell’ambito dell’Accordo di valorizzazione del patrimonio storico cividalese, e condotto sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia del FVG, è funzionale alla comprensione dell’andamento delle mura urbane, parte delle quali è stata valorizzata e lasciata a vista nell’area archeologica ricavata all’interno dello stesso Castello Canussio dopo gli scavi del 1991-1992.
Lo scavo rappresenta, inoltre, una significativa opportunità, storica e scientifica, per documentare la frequentazione degli spazi a ridosso delle cinta muraria, sia nel periodo del suo utilizzo, che nella successiva fase di età longobarda, quando l’area prossima alla cinta fu destinata a sepolcreto.
Dal terreno, infatti, è affiorata anche una tomba con resti ossei, riferibile al periodo altomedievale. “La fossa, dichiara la dott.ssa Angela Borzacconi, funzionario Archeologo, che dirige per la Soprintendenza lo scavo, rispecchia la fruizione a fini funerari degli spazi antichi defunzionalizzati, come quello, appunto, delle mura. Occorre però precisare che non c’è alcuna attinenza tra questa fossa e la vicina Necropoli  della Ferrovia, portata alla luce nel 2012”.
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Come da MiBACT, Redattrice Carmelina Rubino
Castello Canussio - Cividale del Friuli, foto di stefano Merli, da Flickr, CC BY 2.0.
Panorama di Cividale del Friuli, foto di Mattanada WikipediaCC BY-SA 3.0.


L'antico scimpanzé ‘Adamo’ visse oltre un milione di anni fa

25 Febbraio 2016

L'antico scimpanzé ‘Adamo’ visse oltre un milione di anni fa - rivela una nuova ricerca

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Ricercatori dell'Università di Leicester confrontano le geneaologie umane maschili e femminili con quelle dei nostri più vicini parenti animali.

  • I ricercatori hanno determinato le sequenze di DNA dai cromosomi Y dei nostri più vicini parenti animali - scimpanzé, bonobo, gorilla e orangutan
  • L'‘Adamo’ umano data a circa 200.000 anni fa e l'‘Adamo’ gorilla a circa 100.000 anni fa
  • I gorilla mostrano un albero genealogico del cromosoma Y meno profondo di quello degli umani, riflettendo la struttura delle società di gorilla, caratterizzata da maschi alfa
  • Gli scimpanzé mostrano l'esistenza di un'ascendenza molto profonda nei loro cromosomi Y - l'antenato comune (lo scimpanzé ‘Adamo’) visse oltre un milione di anni fa, ed è oltre cinque volte più antico dell' ‘Adamo’ umano

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Secondo i genetisti dell'Università di Leicester, gli scimpanzé hanno un antico antenato comune – o ‘Adamo’ genetico - che visse oltre un milione di anni fa.
In uno studio, finanziato dal Wellcome Trust e pubblicato sul periodico Genome Research, il team di ricerca guidato dal professor Mark Jobling del Dipartimento di Genetica dell'Università di Leicester ha determinato le sequenze di DNA di gran parte del cromosoma Y, passato esclusivamente di padre in figlio, in un insieme composto da scimpanzé, bonobo, gorilla e orangutan.
Lo studio ha pure guardato al DNA mitocondriale (mtDNA), passato dalla madre alla prole, nello stesso insieme di animali.
Questo ha permesso la costruzione di alberi genealogici che possono essere confrontati tra specie e sottospecie – e aiutano i ricercatori a scoprire che l'‘Adamo’ genetico per gli scimpanzé visse ben un milione di anni fa.
La dott.ssa Pille Hallast del Dipartimento di Genetica, autrice principale dell'articolo scientifico, ha spiegato: “L'antenato dell'albero genealogico del cromosoma Y è talvolta chiamato ‘Adamo del cromosoma Y’. Possiamo confrontare le epoche degli ‘Adamo’ delle specie. Per gli umani l'età è di circa 200 mila anni, mentre per i gorilla è di solo 100 mila anni circa. Grazie ai due scimpanzé nel campione, Tommy and Moritz, gli scimpanzé hanno un ‘Adamo’ incredibilmente antico, che visse oltre un milione di anni fa.
“L'albero del cromosoma Y per i gorilla è molto poco profondo, il che calza a pennello con l'idea che siano molti pochi maschi (maschi alfa) a dare origine alla prole all'interno dei gruppi. Al contrario, gli alberi per gli scimpanzé e i bonobo sono molto profondi, il che si adatta all'idea che l'accoppiamento tra maschi e femmine avvenga più indiscriminatamente.”
Il professor Mark Jobling del Dipartimento di Genetica dell'Università di Leicester, a capo del progetto, ha aggiunto: “È interessante confrontare le forme degli alberi genealogici degli umani con quelle dei nostri parenti tra le grandi scimmie. Considerando sia l'albero del cromosoma Y che quello del DNA mitocondriale, gli umani rassomigliano più ai gorilla che agli scimpanzé.
“Questo suggerisce che per tutto il lungo periodo dell'evoluzione umana, la nostra scelta di partner non è stata libera per tutti, e che più probabilmente gli umani, nell'arco della nostra storia evolutiva come specie, hanno praticato un sistema poliginico – nel quale pochi uomini hanno accesso alla maggior parte delle donne, e molti uomini non hanno accesso per niente. Questo è più simile al sistema dei gorilla che a quello di accoppiamento ‘multimaschio-multifemmina’ degli scimpanzé.
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Traduzione dalla University of Leicester. L’Università di Leicester non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
Lo studio "Great-ape Y Chromosome and mitochondrial DNA phylogenies reflect subspecies structure and patterns of mating and dispersal", di Pille HallastPierpaolo Maisano DelserChiara BatiniDaniel ZadikMariano RocchiWerner SchemppChris Tyler-Smith e Mark A. Jobling, è stato pubblicato su Genome Research.
Gorilla nel loro habitat, foto di TKnoxB from Chemainus, BC, Canada - Flickr, da WikipediaCC BY 2.0.
Scimpanzé comune dallo Zoo di Lipsia, foto di Thomas Lersch, da WikipediaCC BY 2.5, caricata da Tole de.


Microbioma intestinale umano: dai cacciatori raccoglitori alla società industriale

25 Febbraio 2016

Mercato Bantu. Credit: Andres Gomez
Mercato Bantu. Credit: Andres Gomez

Il microbioma intestinale degli occidentali differisce da quello dei cacciatori raccoglitori: è meno diversificato. Perché e come questa divergenza sia venuta in essere non è però noto.
Una nuova ricerca, pubblicata su Cell Reports, ha preso in esame il microbioma intestinale di una comunità Bantu della Repubblica Centrafricana, una popolazione di agricoltori tradizionali che incorpora alcune pratiche tipiche dello stile di vita occidentale, come l'economia di mercato. Questa comunità coltiva tuberi, frutti e altre piante, utilizza farine e alleva capre per la loro carne, ma fa pure uso di antibiotici e farmaci. Questo gruppo rappresenterebbe dunque uno stadio intermedio tra quello dei cacciatori raccoglitori e quello degli appartenenti alle società occidentali industrializzate.
I cacciatori raccoglitori presi in considerazione dalla ricerca sono i BaAka, pigmei che si nutrono di selvaggina, pesce, frutta e vegetali. Dal confronto è risultato che il microbioma intestinale dei Bantu è a metà strada tra quello delle società occidentali industrializzate e quello dei BaAka, che a sua volta è più simile a quello dei primati selvatici che non a quello degli occidentali.
Lo studio conclude suggerendo - ma invitando egualmente alla cautela, poiché ulteriori analisi sono necessarie - che il microbioma intestinale possa essere legato alla dieta e al consumo di farmaci.
Donne e bambini BaAka preparano un cefalofo azzurro (Philantomba monticola). Credit: Carolyn A. Jost-Robinson
Donne e bambini BaAka preparano un cefalofo azzurro (Philantomba monticola). Credit: Carolyn A. Jost-Robinson

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Le dimensioni dei denti umani dettate da una semplice regola

24 Febbraio 2016

Calco del cranio di Lucy, Australopithecus afarensis, dall'Etiopia. Credit: David Hocking
Calco del cranio di Lucy, Australopithecus afarensis, dall'Etiopia. Credit: David Hocking

La variazione nella dimensione dei molari negli umani e negli ominidi ha influenzato in maniera rilevante la nostra visione dell'evoluzione. La riduzione della dimensione del terzo molare è stata in particolare notata da oltre un secolo, ed è stata relazionata a cambiamenti nella dieta o all'acquisizione del cucinare.
Una nuova ricerca, pubblicata su Nature, dimostrerebbe ora che l'evoluzione dei denti umani sarebbe molto più semplice di quanto ritenuto, e che è possibile predire i denti mancanti dai fossili umani e di altri ominidi estinti.
Il dott. Alistair Evans, della Monash University, esamina calchi di crani di ominidi. Credit: David Hocking
Il dott. Alistair Evans, della Monash University, esamina calchi di crani di ominidi. Credit: David Hocking

La ricerca confermerebbe che i molari e i denti del giudizio seguono le regole predette dalla cosiddetta cascata inibitoria, per la quale la dimensione di un dente influenza anche quella del dente vicino. Alle volte si ritrovano solo pochi denti in un fossile: è il caso dell'Ardipithecus, per il quale è ora possibile predire la dimensione del secondo molare, mai ritrovato. Questa scoperta implica anche che l'evoluzione umana sarebbe stata molto più semplice e limitata di quanto ritenuto finora.
Nello studio si è poi applicata la scoperta ad appartenenti al genere Homo e ad australopitechi, inclusa Lucy, il più celebre esemplare di Australopithecus afarensis. Entrambi i gruppi seguirebbero la cascata inibitoria, in maniera lievemente differente: probabilmente si tratta di una delle differenze chiave tra i due generi, e che definisce il nostro.

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Tre scheletri documentano l'espansione araba dell'ottavo secolo fino in Settimania

24 Febbraio 2016
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Le analisi di carattere archeologico e genetico, effettuate su tre scheletri ritrovati in altrettante tombe medievali a Nîmes, in Francia, indicano che si trattava di tre musulmani.
La rapida espansione araba nei primi secoli del Medio Evo portò profondi cambiamenti nel mondo mediterraneo, ma se questa presenza è ampiamente attestata in Spagna, lo è assai meno a nord dei Pirenei. Il nuovo studio, pubblicato su PLOS One, ha dunque cercato di verificare una relazione tra queste tre tombe e la presenza musulmana nella Francia dell'ottavo secolo.
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Si sono esaminate le pratiche funerarie, DNA, sesso ed età degli individui in questione. Ne è risultato che si seguivano i rituali islamici, con gli scheletri che hanno testa e corpo orientati verso La Mecca. Dal DNA si è rilevata una probabile stirpe paterna dal Nord Africa. La datazione è compresa tra il settimo e il nono secolo. Gli autori sospettano perciò si tratti di Berberi integrati nell'esercito degli Omayyadi durante l'espansione araba in Nord Africa dell'ottavo secolo.
Lo studio fornirebbe dunque le prime prove riguardanti l'occupazione del territorio della Settimania (attuale Linguadoca-Rossiglione), allora in mano ai Visigoti, e mette in luce la complessità di relazioni tra le due comunità all'epoca.
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La dieta dei bambini a Canterbury, tra undicesimo e sedicesimo secolo

25 Febbraio 2016

Denti da latte di epoca medievale. Credit: University of Kent
Denti da latte di epoca medievale. Credit: University of Kent

Si è ricostruita la dieta dei bambini che vivevano a fianco della Cattedrale di Canterbury, dove Geoffrey Chaucer scrisse I racconti di Canterbury.
I bambini (ribattezzati dalla stampa bambini di Chaucer) vissero in realtà nel periodo compreso tra l'undicesimo e il sedicesimo secolo. I loro denti sono stati esaminati grazie all'imaging 3D microscopico, uno strumento non distruttivo per queste analisi.
Si son ricercate le prove dello svezzamento, e le variazioni nei cibi a seconda del'età e dello status sociale. Lo svezzamento era già cominciato nei bambini più piccoli. Cibi più solidi sono rilevati a partire dal quarto e dal sesto anno di età.
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Un pendente di undicimila anni fa da Star Carr

25 Febbraio 2016
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Un pendente con incisioni e risalente al Mesolitico è stato ritrovato a Star Carr, nello Yorkshire settentrionale. Il pendente di forma triangolare risale data a 11 mila anni fa ed è stato ricavato da un pezzo singolo della roccia sedimentaria nota come shale.
Il reperto è piccolo (31x35 mm) e fragile, e costituisce la prima testimonianza artistica per il Mesolitico in Gran Bretagna. Su di esso è possibile vedere una serie di linee che rappresenterebbero un albero, una cartina, una foglia o persino un conteggio. Le incisioni erano appena visibili al momento della scoperta: si sono perciò utilizzate diverse tecniche di microscopia digitale per generare immagini ad alta risoluzione. Potrebbe essere stato proprietà di uno sciamano o utilizzato per fini di protezione spirituale.
Si tratta di un reperto unico, visto che motivi prodotti con incisioni su pendenti del Mesolitico sono estremamente rari, e non vi sono altri pendenti di questo tipo che siano stati prodotti con questo materiale. Reperti con simili decorazioni provengono dall'area del Mare del Nord, e dalla Scandinavia meridionale: possono perciò parlarci di connessioni culturali tra questi gruppi alla fine dell'Era Glaciale. Nel sito di Star Carr si sono pure recuperati grani di collane (sempre in roccia shale), un pezzo di ambra perforata e due denti animali perforati.
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Preservati per migliaia di anni i tessuti di Timna

24 Febbraio 2016

Tessuto tinto di rosso e blu, ritrovato a Timna. Il tessuto utilizzava i diversi colori pelo animale per creare i colori nero e arancio-marrone per le fasce decorative. Credit: Clara Amit, courtesy of the Israel Antiquities Authority
Tessuto tinto di rosso e blu, ritrovato a Timna. Il tessuto utilizzava i diversi colori pelo animale per creare i colori nero e arancio-marrone per le fasce decorative. Credit: Clara Amit, courtesy of the Israel Antiquities Authority

Il sito di Timna, collocato nel Wadi Araba, è noto soprattutto per le miniere di rame, ed è per alcuni il luogo delle miniere di Re Salomone. Il clima arido ha permesso la conservazione fino ad oggi di materiali organici di tremila anni fa, come semi, cuoio e tessuti.
Gli scavi, condotti dal dott. Erez Ben-Yosef dell'Università di Tel Aviv, hanno permesso di ritrovare una vasta collezione di tessuti con diversi colori, disegni e provenienze. Si tratta pure della prima scoperta di tessuti dell'epoca di Davide e di Re Salomone, che getta luce sulle mode di allora e sugli Edomiti, che operavano presso queste miniere ed erano in guerra con Israele. Gli Edomiti erano responsabili della fusione del rame: i loro tessuti sono filati in maniera semplice, ma con decorazioni elaborate: adornavano gli artigiani delle fornaci. Oltre a questi artigiani, rispettati e qualificati, lavoravano qui però pure schiavi e prigionieri. Il rame, utilizzato allora per produrre strumenti e armi, era una grande fonte di potere per l'epoca, e la sua produzione richiedeva conoscenze e abilità.
I piccoli frammenti di tessuto (5x5 cm) sono molto diversificati ma possono ricordare tessuti più tardi di epoca romana. Provengono da borse, tessuti, tende, corde. I tessuti sono anche in lino (che non era prodotto localmente e veniva forse dalla Valle del Giordano o dalla parte settentrionale di Israele), ma per la maggior parte dei casi veniva impiegata la lana. I tessuti sono di alta qualità, e testimoniano come gli Edomiti dovessero essere una presenza importante nella regione. Nomade non significa "semplice".
Migliaia di semi non carbonizzati, appartenenti alle cosiddette "sette specie" bibliche, sono stati pure ritrovati: si tratta di due cereali e cinque frutti considerati unici della terra di Israele.
Link: EurekAlert! via American Friends of Tel Aviv University


Roma, incontro "Mostrare il Museo - L'allestimento della Centrale Montemartini"

Incontro nell’ambito del programma della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Educare alle mostre educare alla città

MOSTRARE IL MUSEO

L'allestimento della Centrale Montemartini

Incontro e visita guidata a cura di Francesco Stefanori

Lunedì 1 marzo, ore 16.00

MUSEI CAPITOLINI - CENTRALE MONTEMARTINI

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Ad aprire il ricco e variegato calendario del mese di marzo di Educare alle mostre educare alla città, iniziativa di Roma Capitale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, sarà l’incontro MOSTRARE IL MUSEO: L'ALLESTIMENTO DELLA CENTRALE MONTEMARTINI, il prossimo lunedì 1 marzo 2016, ore 16.00, a cura di Francesco Stefanori, cui seguirà una visita guidata attraverso le sale del Museo.

Tra gli allestimenti museografici più recenti, il caso della Centrale Montemartini è esemplare sotto diversi  aspetti, specialmente per la valorizzazione di uno spazio di archeologia industriale e la trasformazione di un’esposizione provvisoria in collezione permanente.

Nel 1997, in occasione della ristrutturazione di ampi settori dei Musei Capitolini, si decise il trasferimento temporaneo nell’ex  Centrale termoelettrica di numerosi capolavori della scultura antica e di preziosi manufatti rinvenuti negli scavi della fine dell'Ottocento e degli anni Trenta del 1900. Venne così allestita una mostra dal titolo "Le macchine e gli dei", accostando due mondi diametralmente opposti come l’archeologia classica e l’archeologia industriale. Lo splendido spazio museale, inizialmente concepito come temporaneo, in occasione del rientro di una parte delle sculture in Campidoglio nel 2005, alla conclusione dei lavori di ristrutturazione, è stato confermato come sede permanente delle collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini. Nei suoi spazi continua il lavoro di sperimentazione di nuove soluzioni espositive collegato alla ricerca scientifica sui reperti; l'accostamento di opere provenienti da uno stesso contesto consente anche di ripristinare il vincolo tra il museo e il tessuto urbano antico. 

FRANCESCO STEFANORI

architetto, dal 1981 al 2012 ha lavorato presso la Sovrintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, dove è stato responsabile dell’Ufficio Allestimenti Museali e ha realizzato  numerosi allestimenti di mostre sia archeologiche che di arte contemporanea, oltre a  ristrutturazioni e allestimenti museali, tra cui il Museo di Sculture Antiche all’ex Centrale Elettrica G. Montemartini, la Galleria Lapidaria nella Galleria di Congiunzione dei Musei Capitolini, il Museo Bilotti nell’Aranciera di Villa Borghese, le Sale della scultura romana  nei Musei Capitolini, il primo lotto lavori del MACRO, il nuovo basamento per il monumento equestre del Marco Aurelio in Campidoglio, i Musei di Villa Torlonia (Casina delle Civette, Casino Nobile, Casino dei Principi), la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma Capitale in via Francesco Crispi.
Ha svolto incarichi di docenza presso la Luiss Business School, l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Dipartimento Architettura e Progetto, Facoltà di Architettura a Valle Giulia,  l’Italian Academy della Columbia University di New York. Ha collaborato con i Musei Vaticani per allestimenti di mostre. Ha inoltre partecipato a convegni sul tema degli Allestimenti museali. Ha al suo attivo circa 200 progetti di allestimento di mostre e 12 progetti di allestimenti museali, di cui ha curato anche la Direzione Lavori. 

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Nasce la Fondazione Real Sito di Carditello, Mirella Barracco Presidente

NASCE LA FONDAZIONE REAL SITO DI CARDITELLO, MIRELLA BARRACCO PRESIDENTE
Franceschini: "grande opportunità di rilancio internazionale per la Campania"
De Luca: "impegno per garantire infrastrutture adeguate a offrire massima fruibilità del sito"

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È nata questo pomeriggio a Roma la ‘Fondazione Real Sito di Carditello’. Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca e il Sindaco di San Tammaro, Emiddio Cimmino hanno firmato, davanti al notaio, l’Atto costitutivo e lo Statuto della nuova fondazione. A presiedere la ‘Fondazione Real Sito di Carditello’ è stata nominata Mirella Barracco. “La Fondazione – così come si legge nello Statuto – opera per la promozione della conoscenza, della protezione, del recupero e della valorizzazione del Real Sito di Carditello e delle relative aree annesse. Per queste finalità la Fondazione persegue lo scopo di elaborare ed attuare il piano strategico di sviluppo turistico-culturale e di valorizzazione, anche paesaggistica del complesso di beni culturali e delle aree annesse, avviando la prima fase di sviluppo del percorso turistico culturale integrato delle residenze borboniche attraverso un’azione programmatica condivisa nell’individuazione delle linee strategiche e degli obiettivi, così come nella definizione delle modalità operative”.