Categorie di schiavitù: fra servitù comunitaria (ilotica) e schiavitù-merce

Lo storico francese Garlan ha individuato all’interno del mondo greco diverse categorie di schiavitù. Il principale parametro utilizzato per questa distinzione interna all’ambito della schiavitù si basa sull’analisi delle condizioni formali degli schiavi. La prima categoria è rappresentata dallo schiavo-merce che può essere liberamente venduto diventando un vero e proprio oggetto di trattativa tra padrone e compratore; la seconda, invece, è rappresentata dalla servitù comunitaria che gode di uno status differente, potremmo dire più elevato, poiché non può rientrare, se non limitatamente, in transazioni di natura commerciale.

La servitù ilotica, che è la forma più di nota di servitù comunitaria, è parsa già agli autori antichi collocarsi a metà strada tra libertà e schiavitù. Questa è una delle teorie più accreditate, elaborata dallo storico Moses Finley e successivamente sviluppata da altri studiosi. Ulteriori studi hanno analizzato il fenomeno della non-libertà in relazione al concetto di δουλεία, rilevando differenti condizioni degli stessi schiavi.

Chio categorie schiavitù
Chio e isole vicine. Foto NASA - Immagine satellitare presa col NASA World Wind software, modificata da AlekH. Pubblico dominio

Una delle principali fonti antiche, ovvero Teopompo, affermava che a Chio per la prima volta fu introdotta la compravendita di esseri umani:

Per quel che ne so, i Chii furono i primi greci a servirsi di schiavi acquistati, come racconta Teopompo nel XVII libro delle Storie: << dopo i Tessali e gli Spartani, i Chii furono i primi Greci a servirsi di schiavi ma se li procurarono in modo differente da quelli. Gli Spartani e i Tessali pare che si siano procurati gli schiavi assoggettando i Greci che abitavano in precedenza la terra nella quale essi sono ora insediati, gli uni, cioè gli Spartani, asservendo gli Achei, gli altri, i Tessali, assoggettando i Perrebi ed i Magneti. Gli Spartani chiamarono la popolazione asservita “Iloti”, i Tessali “Penesti”. I Chii, invece, possiedono schiavi barbari acquistati>> (Ateneo, VI, 88).

Tetradramma da Chio, 380-350 a. C. Foto Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 2.5

Lo schiavo-merce è divenuto tale a causa di una guerra che lo ha reso prigioniero; la guerra dunque, si configura come la principale causa di questo tipo di schiavitù. La servitù ilotica nasce nel momento in cui uno stato conquistatore si sovrappone ad uno stato preesistente, inferiore per caratteristiche politiche e militari. I due modelli sono evidentemente in contrasto grazie anche all’osservazione di due città in particolare che hanno visto l’evoluzione di strutture schiavistiche differenti: Atene e Sparta. La schiavitù ad Atene era ampiamente praticata e svolgeva un ruolo fondamentale nella vita quotidiana. La Polis infatti aveva la necessità di possedere schiavi per dare la possibilità ai cittadini di partecipare alla vita politica. Gli schiavi dovevano svolgere tutti quei lavori e quei servizi di cui i cittadini non si occupavano; come ad esempio i lavori domestici e nelle botteghe degli artigiani, vari incarichi legati al commercio, soprattutto nei porti e infine i lavori nei campi e nelle miniere.

La differenza tra il modello lacedemone e quello ateniese va ricercata non tanto nelle fondamenta politiche o istituzionali ma nella stessa natura degli schiavi. Si spiega in questo modo la condizione degli iloti spartani e il difficile rapporto tra questi ultimi e gli Spartiati. Come osserveremo anche successivamente, il problema degli iloti dipende dalla carenza demografica degli Spartiati a Sparta la quale rappresenta un centro circondato da individui rivoltosi e agitati, problema che sfocerà poi nella cosiddetta terza guerra messenica. Dunque, tra schiavitù e libertà ci sono quelle forme di dipendenza che Garlan1 prova a definire in rapporto all’idea di comunità.

Le servitù intercomunitarie sono quelle che una comunità (solitamente conquistatrice) impone a un’altra comunità (solitamente rappresentata da un popolo assoggettato). Tra queste tipologie di servitù intercomunitarie, uno dei casi più emblematici è rappresentato dalla servitù di tipo ilotico. Nel VI libro dei Deipnosofisti, Ateneo parla delle varie forme di schiavitù nel mondo greco. L’argomento è trattato con riferimenti a fonti poetiche, storiografiche ed erudite. In questa parte della sua opera Ateneo attua una descrizione delle varie forme di dipendenza e cita Teopompo che, durante il IV secolo, individuava tra le forme di schiavitù esistenti in Grecia, la schiavitù-merce e la schiavitù di tipo ilotico.

Lo schiavo-merce è un barbaro acquistato, ovvero un corpo fisico scambiato per un corrispettivo in denaro attraverso una vera e propria transazione commerciale; l’ilota, invece, è un greco che appartiene ad una popolazione che viene conquistata in seguito a una guerra. L’ilota non è un vero e proprio schiavo poiché è legato per autoctonia alla terra in cui esercita i propri compiti ed è sottomesso più a condizioni servili che schiavistiche. Dunque, come affermato precedentemente, la categoria degli iloti, secondo la visione tradizionale si differenziava da quella degli schiavi merce ridotti a un sistema di lavoro forzato.

Ma questa convinzione ritenuta inizialmente certa, è stata di recente messa in dubbio da alcuni storici. Christien e Hodkinson2, ad esempio, hanno avanzato delle teorie secondo le quali anche a Sparta era diffusa la compravendita di schiavi. Ecco perché, secondo la prospettiva di questi studiosi, gli iloti assumerebbero le connotazioni tipiche dello schiavo-merce, principalmente diffusa ad Atene. Ma a causa della mancanza di prove che attestino l’effettiva vendita di schiavi a Sparta, queste ipotesi sono state messe da parte. Nel prossimo articolo ci addentreremo più nel dettaglio tra le servitù comunitarie in Grecia, prima di addentrarci specificamente sul fenomeno dell’ilotismo.

1Yvon Garlan, Gli schiavi nella Grecia antica dal mondo miceneo all’ ellenismo, Milano, 1984.

2 Le teorie di Christien e Hodkinson sono citate e discusse da Nino Luraghi, Helots and barbarians: histography and representation, in Stephen Hodkinson, Sparta: Comparative Approaches, Swansea, 2009


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Quattro chiacchiere col fantasma della scrittura: dietro le quinte del mondo dei ghostwriter

Si crede spesso che il lavoro del ghostwriter sia un qualcosa che appartiene esclusivamente alla nostra contemporaneità, invece autori che hanno dato voce ad altre persone sono sempre esistiti. Ci si è interrogati sullo stesso William Shakespeare, avandando l'ipotesi che sia stato aiutato da un'altra équipe di scribacchini, o che lui medesimo sia stato il custode delle idee e dei sentimenti di altri individui. Anche il "padre fondatore" dell'horror, Howard Phillips Lovecraft arrotondò i suoi (già bassi) guadagni scrivendo come ghostwriter; "Il Tumulo", "La morte alata" e "Il diario di Alonzo Typer" sono alcuni dei suoi piccoli gioielli firmati con i nomi di Zealia Bishop,  Hazel Head e William Lumley.

ghostwriter Flavio TroisiMolti credono che sia un mestiere poco etico, altri non ci vedono niente di male; per conto mio ho scovato una persona squisita che mi ha spiegato nel dettaglio cosa significhi essere un "fantasma".

Ecco una chiacchierata con Flavio Troisi.

 

 

 

Grazie davvero, Flavio, per averci concesso il tuo tempo e per rispondere a queste domande. Iniziamo: cosa significa essere un ghostwriter?

Significa scrivere per conto terzi libri che altri firmano, di cui incassano le royalty (del tutto o in parte), di cui fanno firma-copie nelle librerie e di cui si attribuiscono la paternità. Il ghostwriter mette “in bella” le idee del cliente, le traduce in un libro che rispetti le sue aspettative, che non prenda in giro il lettore e che abbia un senso anche per l’editore, se presente. E poi c’è da misurarsi con se stessi, per scrivere qualcosa di degno, senza svendersi.

Una cosa mi sono sempre chiesto: immagino che tu avrai un tuo stile, ma a volte - mentre scrivi la storia di un'altra persona - subentra tra le righe il Flavio Troisi scrittore? O sei così "professionale" da rimanere concentrato sulle emozioni, il linguaggio e la storia del tuo assistito?

Considera che io scrivo soprattutto non-fiction, dove la prima esigenza stilistica è dettata dal bisogno di chiarezza e scorrevolezza insieme. Nello scrivere narrativa o storie autobiografiche mi appello a questi due criteri in primo luogo. In ogni caso, quale che sia il progetto, prima di scrivere intervisto a lungo il cliente, lo frequento, cerco di andare oltre il rapporto di lavoro.

È necessaria molta empatia per conoscere e capire la persona che si ha di fronte, perché poi bisogna tatuarla sulla pagina. Io mi preparo un po’ come un attore, cercando di entrare nella mentalità del mio assistito e di capire cosa prova, le sue priorità,i suoi valori. Solo allora comincio a scrivere, rispettando il pensiero e il sentire altrui attraverso la mia sensibilità.

Ma lo stile? Questione su cui bisogna fare luce a seconda dei casi. I clienti non hanno di solito un loro stile scritto, perché non scrivono, non sono scrittori. Ce l’hanno nel parlato,una loro calata, alcune espressioni chiave, e si può cercare di riprodurle un po’, ma la prosa è la prosa. Io non scrivo come parlo, se non in parte e quindi consiglio loro di non farsi scrivere un libro “parlato.” Altrimenti basterebbe registrarsi e trascrivere parola per parola. Funzionerebbe? Neanche un po’, se non sei avvezzo a scrivere in questo modo, se non sei Erle Stanley Gardner che se non erro dettava i suoi romanzi agli assistenti e lavorava contemporaneamente a più di un libro.

No, la scrittura ha le sue regole, il suo respiro, che è diverso dal quello del parlato quotidiano. Poi ci sono i clienti che pensano di sapere come scriverebbero se sapessero scrivere e si aspettano che io scriva di conseguenza a modo loro, ma questo modo non esiste perché non lo hanno mai sviluppato. Il che complica le cose. In tal caso cerchiamo di regolarci prima con esempi pratici. Chiedo loro: quale autore ti piace? Fammi leggere qualcosa di suo. Se lo hanno, posso cercare di adeguarmi. Se non lo hanno, siamo al punto di partenza. Non è sempre facile e a volte è difficile. Ma difficilmente è impossibile.

Di solito, a parte tutte queste sottigliezze, scrivo in base all’ispirazione che mi trasmette la persona, cerco entrare nei suoi panni e ci riesco senza pormi troppi problemi. E nel 99% dei casi tutto fila a meraviglia. Sai, io devo mettere da parte il mio ego, quando scrivo. Ma il cliente, non di rado, deve accantonare il proprio. Quando questo succede, nascono libri al servizio del lettore, che è sempre la figura più importante, non dimentichiamolo.

Secondo te è più difficile scrivere un romanzo nelle vesti dell'autore "classico" o nei panni del ghostwriter?

Nei panni dell’autore classico, nessun dubbio in merito. Un ghost ha il privilegio di nascondersi dietro una maschera, di vibrare i suoi colpi da dietro il sipario e poi passare alla sua vita. Ma quando scrivi il tuo libro, eh, allora la tensione, volenti o no, si fa sentire. Quando scrivi un libro tuo, ci metti la faccia e inevitabilmente avverti il peso della responsabilità, gli occhi del pubblico che convergono su di te, le luci che si accendono e arroventano l’aria. Cominci a sudare… perché il tuo nome sarà per sempre legato a quel libri, in un certo senso.

Per questo uso la massima delicatezza con i miei clienti. Se hanno paura di uscire con un libro che non lo rappresenti bene, be’, hanno tutta la mia comprensione, perché io vivo la loro stessa tremarella se scrivo per conto mio. Rassicurarli e lavorare con empatia e onestà intellettuale è parte della mia strana professione di fantasma della scrittura.

Ti senti mai in trappola a seguire delle linee guida predefinite e che magari bloccano la tua fantasia o verve narrativa?

Per lo più mi sento privilegiato ogni volta che qualcuno mi paga per scrivere. A volte ci sono paletti da rispettare ma sono quasi sempre utili e io rispetto la sensibilità dei miei clienti. I libri sono cose delicate, ci sono dentro pezzi di anima.
In un mondo immaginario sei tu che hai bisogno di un ghostwriter, quale autore chiameresti a raccontare la tua storia?
Di primo acchito, mi piacerebbe mettere insieme Nick Hornby e Joe R. Lansdale,entrambi maestri nel ravvisare il tragico nel comico e viceversa.

Raccontaci il tuo rapporto con le parole, quali sono i vocaboli che definiscono la tua persona.

Le parole sono un mezzo, non il fine. Cerco di tenere le distanze da loro quanto basta a maneggiarle con disinvoltura, altrimenti mi coglierebbe un timore reverenziale per il peso specifico di ciascuna di esse. Comunque meno sono, meglio è. In principio fu il verbo, non il verboso, ricordi? Roba grossa.

Le parole sono materiale esplosivo, ma se ci pensi troppo a lungo finisci per bloccarti. Guardo ai miei libri da una certa distanza. La mia unità di misura è la pagina, non la parola. Oggi devo scriverne almeno cinque. E così sia. Alla fine, dopo averle scritte, scoprirò quali parole ho usato. O mi hanno usato.

La scelta dei vocaboli è una questione di editing, di riscrittura. Ma se la prima stesura è stata prodotta senza troppe fisime, probabilmente ci sarà meno lavoro da fare in fase di riscrittura. Infine, se una parola, o un paragrafo non funzionano, il consiglio è sempre di sopprimerle.

La poesia è uno strumento importante, intimo e forse necessario per indagare noi stessi. Faresti mai il ghostwriter di poesie ? O forse lo hai già fatto. Altra domanda: forse il romanzo è ancora più intimo della poesia?

I romanzi possono essere intimi quanto superficiali, non è questione di cosa ma di come. Quanto alle poesie, non ne scrivo. A volte mi succedono, allora le butto giù (una ogni dieci anni) ma non sono mai stato un consumatore di versi, anche se sarebbe sano migliorare il mio rapporto con loro, perché non c’è mezzo di sintesi evocativa più potente, se parliamo di scrittura.

La poesia insegna a scrivere, se fatta con metodo, altrimenti come spesso accade, è un soliloquio ombelicale che mi ammorba, uno strumento di visibilità per profanatori incalliti di grammatica e sintassi, sentimentalisti bulimici. Prima di scrivere poesia bisognerebbe saper montare e smontare un racconto, un romanzo, avere la cognizione della prosa. Allora fai il poeta, che è un livello superiore. O bisogna essere geni.

Però non credo sia possibile essere un ghostwriter di poesie, e per un motivo molto prosaico, se mi passi il gioco di parole: i ghost scrivono per soldi ma c’è solo uno scrittore più povero di un romanziere, e quello è il poeta, che dunque non può permettersene uno. E poi sarebbe davvero contraddittorio, non trovi? Pagare un ghost per scrivere le tue poesie sarebbe come pagare qualcuno per farti dire che ti ama.

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Foto di Free-Photos da Pixabay

Flavio Troisi ha un blog molto curato e che affascina i suoi lettori, potete seguirlo e contattarlo presso il seguente link: www.lafattoriadeilibri.wordpress.com

 


Il paesaggio verde di Pompei tra orti e giardini illusionistici

Immaginare Pompei come una città con ampi spazi dedicati al verde oggi è difficile. Ma grazie agli affreschi presenti in molte domus con raffigurazioni di giardini fantastici e agli ampi studi di archeobotanica, gli studiosi oggi sono riusciti a ricostruire quella che doveva essere l’area verde sia di una residenza privata sia del verde comune.  Nel momento stesso in cui la città tornò alla luce, il verde cominciava a ricoprire gli spazi, complice il fertile terreno vulcanico e la mitezza del dolce clima campano.

Blick auf das große Theater von Pompeji, 1793, Gouache über Feder in Braun und Grau, 587 x 850 cm, Klassik Stiftung Weimar, Graphische Sammlungen. ah309

Non essendo avvertita l’esigenza di manutenzione del monumento e complice l’aurea romantica delle ruine, la vegetazione non destava preoccupazione. Molte le testimonianze letterarie e pittoriche arrivateci grazie ai viaggiatori del tempo. In particolare, molti vedutisti esaltavano la presenza di piante che selvagge e incolte correvano sulle creste dei muri o si inerpicavano sulle colonne.

L’immagine del verde è stata ripresa solo recentemente a Pompei, grazie anche al prezioso studio e alle campagne di garden archaeology promosse da Wilhelmina Jashemski o al lavoro di Anna Maria Ciarallo dove si è potuto ricostruire un ampio repertorio botanico e floristico che documentano le molteplici varietà e diversità biologiche che disegnavano il verde di Pompei e che popolavano una città romana di I secolo d.C.

Casa degli amanti, giardino. Foto: Alessandra Randazzo

Dopo l’unità d’Italia e l’apertura al pubblico degli scavi, la gestione del verde venne ripensata con l’eliminazione delle piante infestanti e la cura di quegli arbusti che andavano ad introdursi con le radici all’interno di cavità murarie, ormai diventate un tutt’uno con l’architettura. Inoltre, vennero sostituiti i platani, la cui manutenzione era particolarmente costosa, con la messa a dimora di pini marittimi così da creare ampie porzioni d’ombra per i visitatori, mentre cipressi furono piantati a bordura di giardini e domus. Ulteriori cambiamenti avvennero in epoca fascista, quando ad essere messe a dimora furono piante esotiche e palme all’interno delle domus aperte al pubblico e nei viridaria.

Casa del Frutteto. Foto: Alessandra Randazzo

La creazione di un Laboratorio di Ricerche Applicate all’interno del sito a partire dagli anni ’80 è stato inoltre un prezioso incentivo per lo studio di tutti gli spazi verdi pubblici e privati di Pompei, soprattutto perché si è riusciti a restituire una corretta immagine, molto vicina a quella riscontrata sugli affreschi dei giardini della città vesuviana. Le fonti antiche, le rappresentazioni pittoriche e le analisi archeo botaniche hanno permesso in molti casi, grazie alla scoperta di pollini e semi, di ricostruire in vivo le specie coltivate all’interno dei viridaria. Nelle aiuole si è così scoperta una certa preferenza per i sempreverdi e i ginepri ma anche per le piante medicinali e coronarie, cioè mirto e alloro, per intrecciare corone, oltre a fiori e alberi da frutta.

Ma i giardini non ospitavano solo verde e così si diffonde la moda tutta orientale di arricchire gli spazi con fontane, ninfei, vasche ed euripi oltre a statue di bronzo e di marmo, tutti tipici elementi dei grandi parchi delle ville d’otium piuttosto che delle case urbane. Questi spazi venivano così ad offrire luoghi riservati da far ammirare agli ospiti ma anche dove poter passeggiare tranquillamente lontano dal trambusto domestico a godere del paesaggio.

Giardino con euripo di Loreio Tiburtino. Foto: Alessandra Randazzo

Nelle tipologie abitative più arcaiche, non esisteva un vero e proprio giardino ma era preferibile, anche per l’economia familiare, avere a disposizione un ricco hortus, orto coltivato, per la produzione di verdura e frutta. Verso la fine del II secolo a.C. e poi soprattutto a partire dal I secolo a.C., l’hortus viene circondato da un peristilio che progressivamente acquisisce le caratteristiche di un vero e proprio giardino. Ad influenzare questa moda, sicuramente le tendenze che provenivano dall’oriente e in particolar modo dalla cultura ellenistico-alessandrina. Vaste aree della casa furono così destinate a verde che divenne parte integrante delle abitazioni più lussuose grazie a giardinieri professionisti che diedero vita all’ars topiaria: il giardinaggio.

Casa della Venere in conchiglia. Foto: Alessandra Randazzo

In questi giardini, più o meno estesi, venivano coltivati peschi e limoni che le moderne tecniche di scavo permettono di riconoscere attraverso i resti dei pollini, dei legni, dei semi e hanno permesso l’identificazione delle specie coltivate, mentre i vuoti lasciati nel terreno dalle radici stabiliscono la dislocazione delle essenze messe a dimora. Alcune colture hanno avuto un’importanza particolare all’interno dell’economia della stessa città; in particolare i quartieri che si sviluppavano intorno all’area dell’Anfiteatro hanno restituito tracce di vigneti e di spazi verdi con diverse destinazioni d’uso.

Nella foto la raccolta nel Foro Boario davanti al grande anfiteatro.
Ph. Ciro Fusco

La fertilità del suolo permetteva una coltura estensiva ed intensiva per cui si privilegiava, soprattutto in vista della conservazione, ortaggi che potevano essere immersi in aceto o salamoia, per poi essere consumati durante l’anno in conserve. Tra i frutti invece noccioli, fichi, meli, peri, uve da tavola, che potevano essere consumati sia freschi che secchi o pesche che erano conservate nel miele. Importante il ritrovamento qualche tempo fa anche di un’area destinata a vivaio di essenze arboree che ha permesso l’identificazione delle specie più comuni coltivate nei ricchi giardini pompeiani.

Un’eco del lusso del verde pompeiano lo possiamo trovare oggi nelle pitture parietali che adornano i triclini delle case e che presentano una grande varietà di alberi, specie vegetali, uccelli di ogni specie e fontane monumentali, spesso utilizzati come prospettive illusionistiche per ampliare verso un immaginario spazio esterno un ambiente interno.

Frutteto. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un mirabile esempio di ricchezza del verde è dato dai bellissimi affreschi che ci ha restituito la Casa del Frutteto, dove è possibile ammirare limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamenti da giardino e un albero di fico a cui è attorcigliato un serpente, simbolo di prosperità e ricchezza. Una vegetazione degna di un paradiso terreste avvolge il riposo degli antichi abitanti di questa dimora che conserva uno dei più begli esempi di pittura da giardino rinvenuta in città. A differenza di quanto attestato in altre abitazioni dove la pittura da giardino era riservata solo alle stanze di rappresentanza, qui alcuni ambienti sono arricchiti oltre che da un verde lussureggiante anche da motivi prettamente egittizanti con riferimenti alla dea Iside, indizio di una devozione particolare del proprietario della casa al mondo orientale. Ma a caratterizzare gli ambienti anche statue faraoniche, rilievi con il bue Api e figure egizie, idrie e situle che si mescolano a vasi-fontana e quadretti con Dioniso.

Frutteto. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Altri giardini, forse letterari in quanto gli scavi non hanno confermato le notizie, sono quelli che nel 1841 visita Alexandre Dumas nella Casa del Fauno: “Alle spalle è un giardino che doveva aver tutto disseminato di fiori; in mezzo a quei fiori sgorgava una fontana che ricadeva in un bacino di marmo. Intorno intorno si sviluppava un portico sostenuto da ventiquattro colonne di ordine ionico, oltre le quali si scorgevano ancora altre colonne e un secondo giardino, piantato a platani e lauri, alla cui ombra sorgevano due tempietti consacrati agli dei lari”.

Casa del Fauno.

Una visita a Pompei permetterà quindi di affacciarsi nel verde di una città antica e di una abitazione privata ma anche di riposare la mente su quel prezioso patrimonio ricostruito di odori, colori e piante che la città e il sapiente lavoro di specialisti ci ha permesso di studiare.

https://www.facebook.com/pompeiisoprintendenza/videos/636311670499484/


Mare Nostrum – una mostra immersiva sul commercio marittimo nell’antica Roma

Il 4 Febbraio 2020, presso i Mercati di Traiano, è stata inaugurata Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma, mostra immersiva sul commercio e il trasporto merci nel Mediterraneo dell’età imperiale.

La mostra, temporaneamente sospesa per l’emergenza COVID-19, prevede un largo utilizzo di tecnologie multimediali - come la realtà virtuale fruibile con Oculus e un docufilm - attraverso le quali il visitatore può scoprire con immediatezza il percorso delle derrate e dei materiali da costruzione che giungevano per via fluviale a Roma dal Mediterraneo.

Anche se al momento non è possibile visitare l’esposizione, abbiamo rivolto alcune domande agli archeologi che hanno preso parte al progetto per parlare di tecnologie immersive, tecniche di storytelling, rielaborazione delle fonti e del lavoro scientifico necessario per allestire le mostre multimediali e fare divulgazione sul mondo antico.

Ci auguriamo che la situazione possa risolversi presto: nel frattempo, invitiamo i nostri lettori a restare a casa e riportiamo l’intervista a Roberto Petriaggi, archeologo subacqueo, curatore scientifico del progetto e autore del soggetto e della sceneggiatura del docufilm, e a Michele Stefanile, archeologo subacqueo e ricercatore.

In che modo i dati provenienti dalle fonti storico-archeologiche sono stati rielaborati nel docufilm in modo da essere alla portata di un pubblico ampio e non necessariamente specialistico?

Roberto Petriaggi:

“La divulgazione di argomenti storico-artistici o archeologici presso un pubblico di non specialisti richiede l’adozione di un linguaggio semplice, con richiami efficaci alla vita di ogni giorno, frequenti raffronti con la realtà moderna, richiami a quelle nozioni che già il pubblico possiede, in parte, come retaggio dell’età scolare. Nella redazione del lavoro non può mancare, dunque, la consultazione delle Fonti antiche; la loro citazione, senza esagerazioni, avverrà anche nell'ambito della presentazione al pubblico. Nel caso del nostro docufilm le Fonti sono state alla base del racconto e sono state richiamate, da parte dell’Archeologo che funge da spirito guida, in tutti quei casi, e in riferimento a quelle scene, in cui si è ritenuto di andare incontro ad una presumibile esigenza di approfondimenti da parte dello spettatore.”

I Mercati di Traiano costituiscono una sede quasi obbligata per una mostra che parla di navigazione e commercio in età imperiale. Il commercio marittimo e gli scambi commerciali attraverso il Mediterraneo nell’antica Roma sono temi conosciuti da un pubblico non specialistico, oppure la mostra “Mare Nostrum” colma un vuoto dal punto di vista della divulgazione in ambito archeologico?

R. P.:

“Credo che il pubblico dei non addetti ai lavori abbia, in larga parte, conoscenze vaghe del complesso sistema che regolava gli scambi commerciali, della qualità, della tipologia e della provenienza delle merci trasportate, del personale marittimo coinvolto, nonché dei contenitori adibiti al trasporto per mare, delle tipologie di navi commerciali e militari. Lungi dal voler costituire un documento esaustivo per la vastità dei temi sopra menzionati, “Mare Nostrum” vuole aprire una finestra su queste tematiche, offrire risposte, stimolanti spunti di interesse e, soprattutto, un momento di riflessione che possa risolversi nel risveglio della curiosità dello spettatore, per indurlo ad ulteriori approfondimenti.”

Mare Nostrum - Storie dal mare di Roma | docufilm
Mare Nostrum - Storie dal mare di Roma | docufilm

La mostra si è incentrata sulle vie d'acqua e il commercio marittimo nell'Impero Romano: l'archeologia subacquea, insieme ad altri studi, ha fornito nuove prospettive?

Michele Stefanile:

“L’archeologia subacquea ha certamente offerto un contributo estremamente significativo alle nostre conoscenze sul commercio marittimo romano: sono i carichi delle navi naufragate nel Mediterraneo a consentirci spesso di ricostruire in dettaglio rotte e traffici, mostrandoci in maniera chiara quali merci attraversassero il mare, entro quali contenitori, e secondo quali consuetudini e regolamentazioni. I relitti, in questo senso, sono delle preziose capsule del tempo, in grado di offrirci eccezionali spaccati dell’attività di armatori, navicularii, mercatores; di tutti quegli attori del commercio transmarino, insomma, a noi noto attraverso altre fonti.”

Portus ha sempre avuto problemi di insabbiamento e anche Claudio aveva cercato di risolvere il problema, facendo costruire una nuova struttura.
Come viene illustrata nella mostra la soluzione traianea?

M. S.:

“I filmati di Mare Nostrum, con l’ausilio della realtà immersiva, consentono di scoprire in maniera chiara e fortemente comunicativa il grande bacino esagonale traianeo, e i canali e le vie d’acqua ad esso connessi. Non mancano, inoltre, filmati da drone, ricostruzioni virtuali e splendide ricostruzioni artistiche, che aiutano i visitatori a immaginare un mondo oggi per gran parte scomparso.”

Per Mare Nostrum si sono utilizzati Oculus e Realtà Virtuale: a quale tipo di pubblico ci si rivolge e quali aspetti sono messi in evidenza attraverso questa tecnologia?

M. S.:

“L’uso di Oculus e Realtà Virtuale consente ai visitatori un’esperienza realmente immersiva: grazie a queste soluzioni tecnologiche, anche un pubblico non necessariamente esperto di antichità può ritrovarsi al centro della scena, vivendo una breve, suggestiva, avventura nel tempo. E del resto, fa parte (o dovrebbe far parte) del lavoro dell’archeologo il compito di raccontare le meraviglie del mondo antico con cui ha il privilegio di venire quasi quotidianamente a contatto: poterlo fare in maniera così interattiva e coinvolgente è certamente un grande vantaggio.”

Puoi dirci qualcosa di più sui personaggi che accompagnano i visitatori in Mare Nostrum? Chi sono e quali elementi storico-archeologici hanno fatto da base per la costruzione dei personaggi?

M. S.:

Farnaces, Proculus, Abascanthus, gli addetti alla misurazione dei carichi, gli avventori delle tabernae: i personaggi di Mare Nostrum sono figure tipiche di una scena portuale antica, e si ispirano a immagini provenienti dalla documentazione iconografica e in particolare musiva di Roma e Ostia; forse proprio questo ce le rende tutto sommato molto familiari. Tra questi uomini di mare e di commercio si aggira di tanto in tanto una figura in abiti moderni, l’archeologo, con il compito di spiegare le azioni meno facilmente riconoscibili, e di fornire il quadro generale della storia.”

La mostra “Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma”, allestita presso i Mercati di Traiano a Roma e originariamente prevista fino al 30 Aprile 2020, è attualmente sospesa fino al 3 Aprile in seguito al DPCM 8 Marzo 2020 per emergenza COVID-19.

È possibile vedere il trailer, la gallery fotografica e il making of del docufilm sul sito web della mostra.

Il progetto Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma, co-finanziato dalla Comunità Europea, è stato sviluppato nell’ambito del POR - FESR Lazio 2014-2020 - Azione 3.3.1 b – Avviso della Regione Lazio Atelier Arte Bellezza e Cultura - Museo abitato - Mercati di Traiano, in collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Syremont S.p.A. e Agorasophia Edutainment S.p.A.


Dantedì RAI

"Testimoni del tempo" e "Speciale per Dante": il Dantedì della RAI

"Testimoni del tempo" e "Speciale per Dante"

Per il Dantedì, Rai Cultura celebra il genio del poeta

 

Due programmi per celebrare la Divina Commedia e il suo sommo poeta:  in occasione del Dantedì, istituito per celebrare Alighieri il 25 marzo di ogni anno e alla vigilia del settecentesimo anniversario dalla morte, Rai Cultura dedica all’opera dantesca una programmazione in onda dal 16 al 25 marzo alle 16.00 su Rai5, con “Testimoni del tempo”, sei lezioni di Luca Serianni sulla Divina Commedia realizzate nel 2013, e a seguire “Storie della letteratura -  Speciale per Dante”, realizzato nel 2015.
La serie “Testimoni del tempo” - da lunedì 16 a sabato 21 marzo alle 16.00 - propone le sei “Lezioni” di Luca Serianni, con la regia di Daniela Mazzoli, sulla Divina Commedia. Serianni legge, commenta e analizza sei canti, due per ogni cantica, scelti tra i più noti e i meno conosciuti. Le sei puntate sono state realizzate presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana.
A seguire, lunedì 23, martedì 24 e mercoledì 25 marzo, è la volta dello “Speciale per Dante” di “Storie della Letteratura”, dei linguisti Valeria Della Valle, Giuseppe Patota, Luca Serianni e di Isabella Donfrancesco, Alessandra Urbani e Sandro Vanadia, con la regia di Laura Vitali. Ad ogni linguista è affidata la nota introduttiva di una cantica, realizzata nella cornice della Sala Dante del Casino Massimo Giustiniani in Roma, con gli affreschi dei Nazareni ispirati al poema dantesco: l’Inferno è affidato a Giuseppe Patota (Università di Siena – Arezzo), il Purgatorio a Valeria Della Valle (Università di Roma La Sapienza), il Paradiso a Luca Serianni (Università di Roma La Sapienza).
Accanto a loro 33 lettori eccellenti, scelti a suo tempo tra le figure più rappresentative della nostra scena culturale, affrontano le terzine dantesche in una ideale staffetta che vede intrecciarsi il mondo della scienza con le arti, la letteratura con la danza e il teatro, il cinema con la musica. Da Piera Degli Esposti a Francesco Piccolo, da Umberto Veronesi a Ennio Morricone, da Gian Luigi Beccaria a Ennio Calabria, da Roberto Bolle a Franco Mandelli, da Sandro Veronesi a Pupi Avati, da Giuliano Montaldo a Dacia Maraini, da Rosetta Loy a Tullio De Mauro, da Tiziano Scarpa a Ugo Gregoretti, da Marco Baliani a Valerio Magrelli, da Claudio Santamaria a Carla Fracci, da Giosetta Fioroni a Maddalena Crippa, da Jhumpa Lahiri a Flavio Caroli, da Glauco Mauri a Igiaba Scego: questi e altri i lettori che testimoniano tutta la grandiosa attualità del padre della lingua italiana. Le musiche che chiudono ogni puntata sono il singolare omaggio di Ambrogio Sparagna al poema dantesco.
Tra esegesi d’autore, approfondimenti linguistici, letture e curiosità, il giorno celebrativo di Dante diviene la straordinaria occasione per un viaggio nel testo e nelle radici dell’italiano, riscoprendole intatte nella lingua del nostro tempo.
Dantedì RAI

L'inclinazione dell'asse terrestre detta i tempi delle ere glaciali

Scoperta dal confronto di sedimenti marini e stalagmiti della Grotta del Corchia

L’INCLINAZIONE DELL’ASSE TERRESTRE DETTA I TEMPI DELLE ERE GLACIALI

Scienziata di Ca’ Foscari nello studio pubblicato su Science che lega la fine di due ere glaciali al cambio di obliquità e all’energia estiva sulle calotte glaciali

VENEZIA - Come finisce un’era glaciale? Uno studio pubblicato oggi su Science dimostra per la prima volta il legame tra i tempi del passaggio tra ere glaciali e interglaciali e le variazioni dell’angolo d’inclinazione dell’asse terrestre. La scoperta è merito di un team internazionale guidato dall'Università di Melbourne ed a cui ha preso parte anche l’Università Ca’ Foscari Venezia.

Il team ha effettuato una ricostruzione paleoclimatica combinando due diversi archivi geologici, ed in particolare alcune stalagmiti provenienti dalla Grotta del Corchia, sulle Alpi Apuane in Toscana e sedimenti marini perforati al largo del margine Iberico in Nord Atlantico.

Usando innovative tecniche di datazione radiometrica, gli scienziati sono riusciti quindi a determinare con precisione la fine (in gergo terminazione) di due ere glaciali, avvenuta circa 960.000 e 875.000 anni fa. L'inizio di entrambe le terminazioni è legato alle variazioni di insolazione associate all'angolo di inclinazione della Terra, o obliquità.

Secondo il paleoclimatologo dell'Università di Melbourne Russell Drysdale, che ha guidato lo studio, “per sapere perché le ere glaciali finiscono, dobbiamo sapere quando sono finite. I sedimenti oceanici registrano meglio la progressione dello scioglimento della calotta glaciale durante una terminazione, ma con essi è difficile generare un modello di età utilizzando datazioni radiometriche nell’intervallo temporale analizzato”.

inclinazione dell'asse terrestre ere glaciali
Grotta del Corchia. Foto di Paolo Billari

Le stalagmiti contengono minuscole quantità di uranio e piombo, sfruttate dai ricercatori per fornire un controllo cronologico alle informazioni paleoclimatiche da esse estratte. Poiché le stalagmiti e i sedimenti oceanici registrano lo stesso segnale climatico, è stato possibile confrontare la cronologia uranio-piombo delle stalagmiti con il record oceanico. Questa associazione non era mai stata fatta prima in questo intervallo temporale.

“Fortunatamente, le stalagmiti di Corchia conservano alcune delle firme geochimiche presenti nei sedimenti oceanici. Ciò ha permesso di confrontare i record climatici ricostruiti nei due diversi archivi geologici, le grotte e gli oceani”, afferma l'autore principale dello studio, Petra Bajo, che ha eseguito la maggior parte delle datazioni nell'ambito della sua tesi di dottorato.

Un confronto di questi nuovi risultati con i dati di nove terminazioni più recenti ha dimostrato che l'obliquità esercita un’influenza persistente non solo sull’inizio della terminazione ma anche sulla sua durata, e questo schema si è quindi ripetuto persistentemente nell’ultimo milione di anni.

Avendo a disposizione i nuovi dati cronologici, il team ha anche scoperto che il tempo necessario per portare a compimento una terminazione dipende dai livelli di energia estiva a disposizione delle calotte glaciali al momento dell'inizio della transizione.

inclinazione asse terrestre ere glacialiPatrizia Ferretti, paleoceanografa presso il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’Foscari , che in questo lavoro si è occupata  della precisa sincronizzazione tra i dati continentali e i marini, conclude : “È soltanto in questo modo che possiamo iniziare ad affrontare i delicati meccanismi del sistema oceano-atmosfera, e che gli ingenti investimenti per le perforazioni degli oceani, delle calotte polari e per il recupero di diversi archivi climatici produrranno i benefici necessari ad aumentare la nostra comprensione dei processi climatici".

Da tempo gli scienziati ritenevano cruciale il ruolo della geometria dell’orbita terrestre perché controlla la quantità di radiazione solare che raggiunge le latitudini critiche in cui si espandono le calotte glaciali. I parametri considerati erano appunto l’obliquità e la precessione, che regola il variare delle stagioni nel tempo. Lo studio appena pubblicato rende il ruolo dell’obliquità il principale indiziato come responsabile del fenomeno.

Le terminazioni delle ere glaciali

Il clima terrestre è stato molto più freddo dell’attuale per buona parte dell’ultimo milione di anni, con calotte di ghiaccio dello spessore di diversi chilometri che coprivano parte del Nord America e dell'Eurasia. Tuttavia, ogni 100.000 anni circa, il clima si riscaldò rapidamente, raggiungendo condizioni climatiche simili a quelle attuali.

Queste transizioni da periodi glaciali a periodi interglaciali sono chiamate terminazioni e sono esempi affascinanti di comportamento non lineare del sistema climatico terrestre che devono tuttora essere compresi, nonostante il periodo interglaciale in cui viviamo sia il risultato proprio di questo tipo di cambiamenti.

Nell’ultimo milione di anni, alcune terminazioni si sono concluse in poche migliaia di anni, mentre altre si sono protratte per oltre 10.000 anni. Il motivo di questa diversa durata temporale è stato sino ad oggi oscuro, Grazie ai nuovi dati cronologici, questo studio ora dimostra che il tempo necessario per portare a compimento una terminazione dipende dai livelli di energia estiva a disposizione delle calotte glaciali al momento dell'inizio della transizione.

Sempre più lontano nel tempo

Il team ha ora in programma di esplorare se queste stesse osservazioni sulla variabilità climatica dell’ultimo milione di anni possano essere estese anche a intervalli temporali più antichi del tempo geologico.

Di particolare interesse è un intervallo climatico cruciale chiamato Transizione del Pleistocene Medio (da circa 1.5 a 0.6 milioni di anni fa), durante il quale si è manifestato un’intensificazione del regime glaciale e la periodicità dei cicli glaciali-interglaciali è evoluta da 40.000 a circa 100.000 anni. Questo periodo climatico è un obiettivo chiave per la comunità scientifica, inclusi gli scienziati polari che hanno intenzione di effettuare una nuova perforazione in Antartide nei prossimi anni.

L’articolo: “Persistent influence of obliquity on ice age terminations since the Middle Pleistocene transition”, Science

Petra Bajo, Russell N. Drysdale, Jon D. Woodhead, John C. Hellstrom, David Hodell, Patrizia Ferretti, Antje H. L. Voelker, Giovanni Zanchetta, Teresa Rodrigues, Eric Wolff, Jonathan Tyler, Silvia Frisia, Christoph Spötl, Anthony E. Fallick

Testo e foto relativi allo studio di Science sul tema dell'inclinazione dell'asse terrestre che detta i tempi delle ere glaciali dall'Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Ca' Foscari Università di Venezia

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it


busto femminile in basanite età claudia

Busto femminile in basanite torna al Museo “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Vibo Valentia

busto femminile basaniteÈ ritornato, dopo otto anni di assenza, nella prestigiosa Sede del Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, afferente al Polo museale della Calabria, l’atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria.

Adele Bonofiglio - Direttore Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia

Ne danno informazione la dottoressa Adele Bonofiglio, direttore del Museo dell’antica Hipponion e la dottoressa Antonella Cucciniello, direttore del Polo museale della Calabria.

Antonella Cucciniello
Antonella Cucciniello - Direttore Polo museale della Calabria

Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un’importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del ‘900.

L’opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell’epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C.

Al momento del ritrovamento si propose l’identificazione con Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell’impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana.

L'emergenza sanitaria attuale, dovuta al contenimento della diffusione del COVID-19 che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell’importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l’augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale.

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Attività commerciali a Pompei. A cosa serviva una fullonica?

L’attività di una fullonica era una delle più redditizie per quanto riguarda l’economia dell’antica Pompei, diverse erano sparse per la città, ma le due più importanti si trovavano su due degli assi viari principali: via dell’Abbondanza e via Stabiana.

Ma cos’è una fullonica? Oggi potremmo chiamarla “lavanderia”, ma l’articolazione interna dei vari passaggi è ben più complessa. Si trattavano non solo vesti usate che venivano portate a lavare ma l’attività della fullonica si concentrava anche nel lavaggio di vesti e tessuti nuovi appena lavorati che dovevano splendere per poi essere esposti e venduti al mercato. A volte questi venivano anche tinti, si sa infatti che il colore nell’abbigliamento romano era sinonimo di ricercatezza ma anche possibilità di seguire la moda del momento. Economicamente non era costoso portare un vestito in lavanderia, il lavaggio costava un denario e gli affari dovevano girare abbastanza bene se si pensa che l’affitto annuo di una fullonica arrivava ad essere di 1652 sesterzi.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

La prima fase prevedeva il ripulire il tessuto, questo avveniva in una vasca di forma ovale e gli schiavi pestavano con i piedi in un misto di acqua, soda e urina. La fullonica si sa, non era di certo un luogo profumato, ma l’urina umana o animale era molto ricercata per questo lavoro. La quantità richiesta era cospicua ogni giorno, e la più pregiata sembrava essere quella di dromedario che addirittura veniva portata dall’Oriente. Non potendone però farne arrivare una quantità tale per tutto il lavoro necessario, agli angoli della strada spesso venivano messe delle anfore con un’apertura laterale dove chiunque poteva depositare; regolarmente poi passava uno schiavo della fullonica a ritirare il contenuto.

Fullonica di Veranius Hypsaeus. WolfgangRieger / Public domain

Ai tempi dell’imperatore Vespasiano aveva fatto scandalo la tassa sull’urina usata dalle tintorie, tanto che le voci di protesta arrivarono fino all’imperatore che pronunciò la famosa frase “Pecunia non olet”, "i soldi non puzzano", proprio perché l’utilizzo fruttava molto.

Terminato il lavaggio, su vasche messe a livelli diversi e comunicanti fra loro a cascata, venivano sciacquati con cura i panni pigiati prima per eliminare ogni traccia di ciò che si era usato. Anche qui le sostanze utilizzate erano importate; per questa fase si prevedeva l’uso di argilla smectica del Marocco, oppure dell’isola di Ponza e continuava così il lavaggio e la battitura per rendere la trama dei tessuti più compatta.

A questo punto non restava che stendere i “panni” e l’ampio terrazzo sembrava essere il luogo più adatto, lì avveniva anche la zolfatura dove i panni bianchi venivano stesi sopra un piccolo braciere ingabbiato da canne (vimea cava)  che emanava esalazioni. Ultimo passaggio non poteva che essere la stiratura. I panni li si stirava sotto grandi presse a vite e dovevano assolutamente risultare privi di pieghe.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

Ancora oggi passando per la Regio I 6,7 è possibile ammirare uno dei luoghi dove avveniva tutto ciò, proprio nella Fullonica di Stephanus. Lo scavo venne effettuato per la prima volta tra il 1912-1913, e quello che vediamo oggi è la risultante di un’ulteriore modifica avvenuta già nell’antichità.

Gli ambienti in cui si articola la fullonica derivano infatti da una precedente abitazione, una casa ad atrio e peristilio, ristrutturata dopo il rovinoso terremoto del 62 d.C., cambiando così l’uso dei locali originali e riadattandoli a quelle della nuova attività commerciale. Gli ambienti principali e tipici di una domus come l’atrio, la sala da soggiorno (l’oecus), e il triclinio vennero trasformati e dotati di vasche per la lavorazione, così come l’impluvium dell’atrio che venne dotato di una vasca a bordi alti.

La corporazione dei fullones ricopriva un ruolo molto importante all’interno della vita economica e politica della città di Pompei, come mostrano le numerose iscrizioni elettorali, visibili anche nell’officina di Stephanus, e la dedica della statua di Eumachia nell’edificio fatto costruire da lei stessa nel Foro. La corporazione era dotata anche di un animale totem, l’ulula (la civetta) sacra a Minerva.

Stephanus non sopravvisse alla catastrofe del 79 d.C. Il suo corpo venne ritrovato al momento dello scavo della domus presso l’ingresso. Portava con sé un gruzzolo di monete, l’ultimo incasso di una ricca giornata lavorativa.

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Cicerone Harris

Cicerone protagonista della trilogia di Roma antica di Robert Harris

Marco Tullio Cicerone Robert Harris
Marco Tullio Cicerone, busto in marmo dai Musei Capitolini. Foto di Liam Clarkson-Holborn, CC BY-SA 4.0

Chiacchierando con la professoressa di Latino in facoltà le chiesi se esistesse un qualche libro che parlasse di Roma antica. Volevo calarmi nelle sue vicende da una prospettiva non sempre e solo accademica. Mi disse di aver letto una trilogia che l’aveva tenuta con il naso tra le pagine fino alla fine. Non potevo esimermi dal leggerla.

Edita in Italia presso Mondadori, si compone di tre romanzi di carattere storico (con una patina di giallo) ambientati nella tumultuosa Roma del I sec. a.C., ove se tramontava la Repubblica al tempo stesso nascevano grandi personaggi. Essi raccontano gran parte della vita di un uomo in particolare: Marco Tullio Cicerone.

 

Copertina del romanzo Imperium di Robert Harris. Immagine Fair use

Il primo romanzo si intitola Imperium (2006), il secondo Conspirata (2009, pubblicato in altri Paesi come Lustrum) e il terzo Dictator (2015). Io ho reperito un’edizione del 2017 che raccoglie la trilogia in un volume unico, parte della collana Oscar Bestsellers. Per quanto i romanzi siano autonomi e leggibili individualmente, la raccolta fa tenere il passo con gli eventi e ricordare qualche dettaglio funzionale alla storia.

L’autore di questi romanzi è lo scrittore ed ex giornalista televisivo inglese Robert Harris. Noto probabilmente al pubblico interessato di storia antica per il romanzo Pompei (2003), è consacrato alla fama per i romanzi Fatherland (1992), Enigma (1996), Archangel (1998) e Il ghostwriter (2007), thriller dai quali sono tratti altrettanto famosi film. Come non menzionare inoltre l’attività saggistica dello scrittore, tra la quale si annovera un’inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002).

 

 

Robert Harris Cicerone
Robert Harris (2009). Foto di Jost Hindersmann, CC BY 3.0

Tornando alla trilogia. Si potrebbe pensare di trovarsi in fronte ad una biografia simile a quella dei manuali scolastici. Oppure a un panegirico di colui che conosciamo come un brillante oratore ed avvocato che in prima persona si racconta. Invece Harris ha pensato per il lettore, sin dalle prime pagine di Imperium, di ricorrere alla penna di Marco Tullio Tirone, ovvero liberto di Cicerone dal 53 a.C. Fino ad allora lo si conosce storicamente come Tirone, schiavo (per condizione giuridica) ma anche vero e proprio braccio destro di Cicerone già dall'adolescenza.

Copertina del romanzo Lustrum/Conspirata di Robert Harris. Immagine Fair use

Nei romanzi il vecchio Tirone, sopravvissuto all'amico (secondo le fonti morì a cento anni), ripercorre tutta la vita insieme a lui. Racconta di come crebbero insieme, si istruirono insieme, viaggiarono insieme, di come l’ambizioso Arpinate salì ai vertici del potere fino a scenderne bruscamente, in balia dei capricci della fortuna e dei potenti. Sempre però vivendo in una simbiosi tale con Tirone che nel romanzo Conspirata si legge Terenzia appellarlo “moglie ufficiale” del marito. Il protagonista è tratteggiato in maniera serenamente veritiera e umana. Non mancano infatti accenni di critica da parte del modesto segretario-narratore per alcune scelte del suo padrone, sia a priori che a posteriori.

Copertina del romanzo Dictator di Robert Harris. Immagine Fair use

La narrazione procede scorrevolmente, seguendo in maniera appropriata i fatti storici, modificando e sintetizzando (come scrive l’autore nei ringraziamenti) le parole di Cicerone, citate solo quanto serve a veicolare al meglio il suo pensiero. Ciò che senza dubbio rende peculiare la trilogia è la caratterizzazione dei personaggi. Harris infatti fa in modo che Tirone, per la sua condizione di segretario colto in grado di trascrivere stenograficamente (significativo l’episodio in cui Cicerone sfoggia le sue abilità con il potente Lucullo) abbia la possibilità di accompagnarlo agli incontri o portar loro messaggi. Così il lettore non è mai privato dell’occasione di una descrizione. Esemplare quella di Cesare all'accampamento di Mutina nel romanzo Dictator: Tirone non può nascondere la soggezione innanzi la potenza fisica e il fascino che gli occhi scuri e penetranti del condottiero gli trasmettono, nonostante egli stia tramando contro la Repubblica. Così tutti quei personaggi che trovano posto nella memoria di Tirone assumono consistenza e vesti non sempre scontate. Anche i dialoghi e le lettere sembrano renderli vivi: Attico, Verre, Catilina, Pompeo Magno, Catone l’Uticense, Cesare, Clodio, Antonio o Ottaviano non appaiono solo iconici autori di gesta ma persone le quali non sembra così impossibile abbiano provato paura, odio, disprezzo, invidia.

Robert Harris La trilogia di Cicerone
Copertina del volume La trilogia di Cicerone (con Imperium, Conspirata e Dictator) di Robert Harris, edito da Mondadori, Oscar Bestsellers. Foto di Valentina Foti

Concludendo, nonostante la storia di Marco Tullio Cicerone la conosciamo più o meno tutti, la lettura di questa trilogia di Robert Harris non risulterà mai noiosa e il senso di inquietudine e attesa tipica del romanzo giallo è assicurato.

La Trilogia di Cicerone ha risposto a quello che cercavo.


I Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano #iorestoacasa

Gli italiani devono stare a casa e così tutto lo staff del Parco Archeologico di Ercolano si sta mobilitando, anche a distanza, anche in smartworking, per aiutare ognuno a rimanere connessi con la cultura, con la bellezza dei luoghi d’arte del nostro Paese, attraverso i Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano #iorestoacasa, interventi social sui principali contenuti del Parco per aderire a #iorestoacasa.

I nostri utenti potranno fruire digitalmente quello che per il momento non possono vedere fisicamente, portando il parco a casa loro in attesa di rivederli presto da noi.

Mi rivolgo a tutti gli amici del Parco archeologico di Ercolano e a tutti gli amici della cultura – interviene il direttore Sirano – dicendovi che anche il Parco di Ercolano aderisce a #iorestoacasa. E noi, dalla nostra casa di lavoro, in attesa di potervi riaccogliere al più presto vi assicuriamo che Ercolano è un luogo straordinario che nel tempo ci ha insegnato la resilienza, la capacità di riemergere da ogni catastrofe e da ogni tragedia. Usciremo da questo momento complicato ma nel frattempo porteremo il Parco nelle vostre caseSeguiteci sulla nostra pagina facebook dove troverete I Lapilli del Parco pensati per non interrompere quel filo che ci lega nell’amore per questi luoghi e nel dovere di condividere la conoscenza.”

I Lapilli del Parco di Ercolano verranno pubblicati sulla pagina facebook del Parco (https://www.facebook.com/parcoarcheologicodiercolano) il mercoledì di ogni settimana; i contributi sono a cura dello staff del Parco, del direttore ma si allargheranno alla partecipazione dei tanti amici e collaboratori di questo luogo patrimonio dell’umanità.

Andremo alla scoperta dell’antica Ercolano e metteremo in evidenza i suoi eccezionali valori culturali e tutti gli aspetti che ne fanno un sito archeologico unico al mondo.

I Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano andranno anche a popolare l’iniziativa del MIBACT L’Italia Chiamò, la Campagna nata spontaneamente sulla rete che vede molti artisti e giornalisti impegnati in un grande evento finalizzato alla raccolta fondi per la Protezione civile.