Friedrich Nietzsche

Che cos'è aristocratico? La nobiltà secondo Nietzsche

La nobiltà secondo Nietzsche: Che cos'è aristocratico? 

In un contesto violento, autoritario e colonialista, la collettività è ossessionata dal perseguimento della potenza, tanto da identificare quest’ultima con la vita stessa. Chi è forte, vive. Chi è debole, soccombe. La legge del dominio è la legge dell’esistenza. Nietzsche, in Al di là del bene e del male, lo dice molto chiaramente:

“la vita è di per appropriazione, repressione, sopraffazione dell’estraneo e del più debole, sottomissione, durezza, imposizione di forme proprie, incorporazione e, quanto meno, nel più dolce dei casi, sfruttamento” (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, p. 242).

Friedrich Wilhelm Nietzsche che cos'è aristocratico?
Nel libro Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche, il nono capito è appunto Cos'è aristocratico? Qui una prima edizione (1886) di Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire (Jenseits von Gut und Böse. Vorspiel einer Philosophie der Zukunft),  Qui la prima edizione del libro (1886). Wikimedia: Foto H.-P.Haack, CC BY-SA 3.0

Qui il riferimento polemico è certamente il marxismo, che prevede l’eliminazione dello sfruttamento nella società socialista. Il filosofo tedesco rincara la dose:

“Lo sfruttamento non appartiene a una società viziata o incompleta e primitiva: appartiene essenzialmente a ciò che è vivente in quanto funzione organica di base” (ivi, pp. 242-3).

Il dominio non è un evento accidentale né un modo di governare: è la struttura fisiologica della realtà. Non c’è alternativa. Chi propone un’ontologia politica differente, basata sulle cosiddette idee moderne – egualitarismo, solidarietà, altruismo –, nega la vita: “perché vivere è volontà di potere” (ivi, p. 242).

La teoria nietzschiana, sebbene possa apparire nuova, affonda le proprie radici nel fatto originario di tutta la storia. La storia del dominio e la storia tout court coincidono. Premesso ciò e stabilito che l’aumento di potenza di una collettività umana è, e sempre sarà, connesso ad un assetto aristocratico della società, resta da capire che cosa sia aristocratico. Il nono capitolo, intitolato appunto Che cos’è aristocratico?, consiste nella risposta a questa domanda: su cosa è basata una comunità nobile? Gerarchia, sopraffazione e creatività.

La gerarchia consiste nel pathos della distanza, cioè nella tendenza del dominante ad allontanare da sé il dominato. Di qui discendono i caratteri, per così dire, esteriori di un ordinamento fondato sul rango: differenziazione dei valori tra un essere umano e l’altro; bisogno della schiavitù; diversità delle classi; bassa considerazione dei sottoposti – ritenuti attrezzi. La sopraffazione caratterizza, fin dalle origini, tutte le cosiddette culture superiori:

“Barbari, in ogni terribile significato di quel vocabolo, uomini da preda, ancora in possesso di una forza di volontà e di un desiderio di potere intatti, si gettarono su razze più deboli, più civili, più pacifiche” (ivi, p. 240).

Il risultato del sopruso è il sacrificio sistematico delle classi subalterne. Chi è impotente viene immolato. Questo rituale macabro non genera sensi di colpa nell’officiante – in questo caso, l’aristocratico. È necessario, infatti, che egli:

“accetti con coscienza pulita il sacrificio di un enorme numero di esseri umani che per amore suo devono venire schiacciati e sminuiti al ruolo di uomini incompleti, schiavi, strumenti” (ivi, p. 241).

La creatività appartiene alla classe dominante soprattutto in ambito morale, dato che: “essa sa di essere l’elemento che conferisce il primo valore alle cose, è creatrice di valori” (ivi, p. 244). Il bene e il male, oggettivamente intesi, non contano.

Creare è qui sinonimo di attribuire primariamente, mettere mano, firmare. L’aristocratico marca ciò che lo circonda; usa e direziona ciò che è diverso da sé; è lo scopo, il senso, la giustificazione della totalità politica. In altre parole, la società non è autonoma: vive affinché la nobiltà viva. Anche le pratiche di aiuto, nella prospettiva signorile, perdono il proprio valore intrinseco. Non si aiuta l’infelice per spirito di solidarietà, quanto: “per un impulso generato per la sovrabbondanza di potere” (ibid.).

Solone chiede che ci si impegni a rispettare per le sue leggi. Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

Dunque, anche l’altruismo è subordinato alla volontà di potere. È lecito affermare, a questo punto, che la morale dei padroni non si configura come una lista di comportamenti. Per essere nobili, non basta fare alcune cose e non farne altre. A differenziare un patrizio da un plebeo è la prospettiva, lo sguardo, lo status. La verità, per un barbaro dominante, non è l’adeguamento dell’intelletto alla cosa ma il frutto di una posizione politica:

“‘Noi veritieri’, così si chiamavano nell’Antica Grecia i nobili. È noto che le definizioni di valore morale sono state ovunque attribuite agli esseri umani e solo successivamente deviate sulle azioni” (ibid.).

Il nobile attribuisce, ad esempio, la verità e la bontà a sé stesso, a prescindere dalle proprie caratteristiche oggettive, reali, esteriori; definisce, invece, a priori, coloro che sono diversi da sé menzogneri e cattivi. Questo è evidente nella giurisprudenza. Nietzsche fa notare, infatti, che le leggi penali: “hanno di mira solo i devianti” (ivi, p. 251).

La norma vale per gli schiavi, non per i padroni. Questa disparità di trattamento viene chiamata giustizia. Ancora una volta: “non sono le opere, è la fede che decide qui, che stabilisce qui la gerarchia” (ibid.).

Per Nietzsche, essere aristocratico significa non conoscere la verità, ma essere la verità; non adeguarsi ad una comunità, ma essere il senso della comunità; non vedere la realtà, ma plasmare la realtà. Perciò, si tratta di una credenza, di un’opinione, di un pregiudizio: della pura autoglorificazione. È una tremenda questione di igiene:

“Ciò che più profondamente separa due esseri umani è un differente senso e grado della pulizia” (ivi, p. 263).

Il nobile, il pulito, il puro può fare qualunque cosa al non nobile, allo sporco, all’impuro. Il non aristocratico è semplicemente il ricettacolo della volontà di potenza dell’aristocratico, accecato dalla venerazione di sé.

Friedrich Nietzsche, autore di Al di là del bene e del male, il cui nono capitolo è Che cos'è aristocratico? Immagine Bain News Service, publisher - Library of Congress Catalog: https://lccn.loc.gov/2014697837, dalla George Grantham Bain Collection, in pubblico dominio

Riferimenti bibliografici

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Al di là del bene e del male, Giunti Editore, Milano 2006.


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Padrone, marito e padre: gerarchie nella Politica di Aristotele

Padrone, marito e padre: gerarchie nella Politica di Aristotele

 

Platone Aristotele Politica
Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene; al centro Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani. Foto di Rafael in pubblico dominio

La filosofia elabora significati, funzionali alla conservazione del dominio in una data società, a sé contemporanea o futura. È il caso della Politica di Aristotele. Nel Libro I, viene stabilito che la gerarchia, cioè la presenza di un comandante e di un obbediente, è un principio naturale:

“Quando si costituisce un composto unitario constante di più parti, continue o discrete, in ogni caso si riscontra un qualcosa che comanda e qualcosa che obbedisce” (Aristotele, Politica, I, 1254a, p. 87).

L’intera realtà è comprensibile in termini autoritari. Questo è evidente tanto negli esseri animati quanto in quelli inanimati. L’animale, ad esempio, consta di anima e corpo. La prima ordina, il secondo esegue. Quando ciò non accade, c’è una violazione del codice legittimo. Per questo, la ricerca aristotelica prende le mosse dal cosiddetto uomo meglio disposto, prototipo del dover essere politico, contrapposto all’animale malfunzionante. È opportuno chiarificare i rapporti di forza:

“perché nei perversi o in quelli che agiscono perversamente si direbbe spesso il corpo comandi all’anima, in quanto essi si trovano in posizione di difetto e contro natura” (Aristotele, Politica, I, 1254a -1254b, p. 87).

Chi scuote la sintassi del dominio è tacciato di perversione, difetto, innaturalità. Ci si rivolge, dunque, ad un modello rassicurante, per sfuggire all’errore. Ci avviciniamo velocemente alla dimensione immediatamente umana dell’indagine politica. Se la gerarchia è un principio naturale e, come abbiamo visto, animale, varrà sicuramente anche per la nostra specie. Infatti, lo stagirita afferma che:

“fin dalla nascita alcuni sono destinati a obbedire, altri a comandare” (Aristotele, Politica, I, 1254a, p. 85).

Data la pervasività di questo modello politico, non c’è da sorprendersi che venga analizzata, attraverso lo stesso comparto concettuale, l’amministrazione familiare. I rapporti di potere presi in esame sono tre: padrone-schiavo, marito-moglie, padre-figlio. Al primo sono dedicate molte pagine. Chi è il padrone? Cosa lo rende riconoscibile?

“Il padrone […] è definito non dal possesso di una particolare scienza, ma dalla sua condizione. […] La capacità di un padrone si rivela non nell’acquisto dei servi, ma nell’uso di essi” (Aristotele, Politica, I, 1255b, p. 99).

Essenzialmente, il padrone si serve di qualcuno. Ciò non richiede competenze scientifiche rilevanti. Il grado di razionalità impiegato in questa relazione politica è minimo. D’altra parte, gli schiavi sono non-umani, utensili animati, cose dominabili. Non appartengono a sé stessi: sono proprietà del padrone. Possono ambire ad essere solo:

“uno strumento che serve all’azione” (Aristotele, Politica, I, 1254a, p. 85).

Tra il governante e il governato, in questo caso, intercorre lo stesso rapporto che c’è tra l’anima e il corpo e tra l’uomo e la bestia. Il compito di chi obbedisce, nell’ambito della padronanza, è, infatti, permettere l’uso del proprio corpo. Questo rapporto di potere esiste in natura? Esistono individui che sono destinati a comandare o ad essere comandati?

Per Aristotele, sì. Quindi, stante la naturalità della gerarchia, come si spiegano le ingiustizie, le violenze e gli abusi? Con quale criterio si stabilisce chi deve comandare e chi deve essere comandato? La virtù è la discriminante: se la virtù di qualcuno è nell’esser schiavo, egli deve essere schiavo; così per il padrone. In definitiva:

“tocca al migliore comandare ed essere padrone secondo la virtù che gli è propria” (Aristotele, Politica, I, 1255a, p. 93).

Se ne deduce che l’errore consiste nel fatto che il peggiore comanda non secondo la virtù che gli è propria. Dunque, a generare ingiustizie, violenze e abusi non è la gerarchia in sé ma una sua specifica manifestazione. Con questo escamotage, Aristotele disinnesca ogni obiezione alla funzionalità della padronanza, direzionando il biasimo verso la mancanza di virtù. Il principio naturale è valido. La sua applicazione è scorretta. Di conseguenza, si interviene sulla seconda e mai sul primo.

Veniamo ora al rapporto uomo-donna, nella sua variante marito-moglie. Il potere si esercita, in questo caso, come se si stesse governando una città, formata da individui teoricamente uguali. Di fatto, ci si alterna nelle cariche: alcune volte, si comanda, altre volte, si obbedisce. Però:

“quando alcuni comandano e altri obbediscono, si cerca di introdurre una differenza e nella figura esteriore e nel linguaggio e nei titoli d’onore” (Aristotele, Politica, I, 1259b, p. 123).

La diversità tra governanti e governati si conserva anche in un contesto apparentemente egualitario. Chi comanda si appropria di un capitale simbolico: figura esteriore, linguaggio, titoli d’onore. Il marito si comporta allo stesso modo nei confronti della moglie.

“Il sesso maschile è per natura atto al comando più del sesso femminile” (ibid.), quindi l’uomo è legittimato ad attribuirsi i segni del potere, che marcano la sua superiorità. Il maschio ha l’apparenza del potente, parla la lingua del comando e riceve il riconoscimento sociale dovuto al migliore. Infine, esaminiamo il rapporto padre-figlio. Il padre è come un re per il figlio: utilizza, per governare, l’amore e l’amicizia. Il genitore è diverso dal fanciullo, ma fa parte della sua stessa stirpe, proprio come il re rispetto ai suoi sudditi.

Come mai lo schiavo, la donna e il bambino vengono dominati diversamente? Non potrebbe esserci un’unica forma di dominio valida per tutti i sottoposti? Ciò che differenzia i dominati, dunque anche i tipi di dominio, è la facoltà deliberativa, cioè la capacità decisionale, che si applica alle cose possibili.

“Lo schiavo non ha affatto la facoltà deliberativa, la femmina ce l’ha ma incapace e il fanciullo ce l’ha, ma imperfetta” (Aristotele, Politica, I, 1269a, p. 127).

In base al deficit di potere del governato, il governante agisce differentemente. Lo schiavo, la moglie e il figlio hanno, d’altronde, qualcosa in comune. Devono tacere. Aristotele, citando il verso di Sofocle: “ornamento è per la donna il silenzio” (Sofocle, Aiace 293), afferma che questo motto deve valere per tutti, tranne che per l’uomo. Egli parla per sé e a sé. Sente solo la propria voce. È sordo a tutto il resto.

 

Riferimenti bibliografici

Aristotele, Politica, a cura di Carlo Augusto Viano, RCS Libri S.P.A., Milano, 2015

Sofocle, Aiace in I tragici greci. Eschilo, Sofocle, Euripide, Newton Compton editori s.r.l., Roma, 2013


Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (1970) - recensione

Come si è posta la cosiddetta cultura occidentale di fronte alla questione femminile? In che termini è stata descritta la condizione delle donne? I “classici” del pensiero hanno fornito strumenti all’emancipazione o alla conservazione del potere patriarcale?

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel
Carla Lonzi. Foto (anni sessanta, Università delle donne) in pubblico dominio

A queste domande, ma non solo, tenta di rispondere Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel, saggio del 1970, frutto del lavoro del collettivo Rivolta Femminile. Come è facile intuire, uno degli obiettivi polemici è il filosofo di Jena.

“Il rapporto hegeliano servo-padrone è un rapporto interno al mondo maschile, e ad esso si attaglia la dialettica nei termini esattamente dedotti dai presupposti della presa del potere” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, p. 28).

In questo breve estratto cogliamo già i principali problemi della concettualizzazione classica: parzialità maschiocentrica e subordinazione alla lotta di classe. La filosofia parla agli uomini degli uomini. Quella tra servi e padroni è una lotta tra uomini, che esclude le donne e ha come obiettivo la conquista del potere. Pertanto,

“far rientrare il problema femminile in una concezione di lotta servo-padrone quale è quella classista è un errore storico” (Ivi, p. 29).

La schiavitù femminile è trasversale, riguarda tutti i livelli sociali. Tant’è che questa discriminazione è presente anche nel marxismo, che designa, come soggetto rivoluzionario, la classe operaia maschile e, allo stesso tempo, non considera le donne né come oppresse né come portatrici di futuro. Tornando ad Hegel, Carla Lonzi analizza la sua idea del rapporto uomo-donna che

“non è un dilemma: ad esso non si prevede soluzione in quanto non viene posto nella cultura patriarcale come un problema umano ma come un dato naturale” (Ivi, 28).

Qui ravvisiamo un altro errore metodologico, che smaschera la connivenza della filosofia hegeliana con il dominio maschile: l’essenzializzazione di una situazione storica. Il fatto che la donna sia stata oppressa per secoli non significa che lo sia per natura. Hegel, però, sostiene che la donna sia fondamentalmente incapace di superare la soggettività immediatamente universale, poiché si identifica definitivamente con la famiglia e non compie il salto che le permetterebbe, attraverso l’autocoscienza e il distacco dal nucleo d’origine, di ottenere l’universalità potenziata, tipica del cittadino.

Viene operata qui un’inversione: l’effetto della discriminazione diventa la sua stessa causa. La donna è schiacciata dall’uomo: ciò non soltanto avviene concretamente, ma è anche necessario che avvenga.

“Nel principio femminile Hegel ripropone l’a-priori di una passività nella quale si annullano le prove del dominio maschile” (Ivi, p. 30),

cioè, se si considera l’essere dominata come un attributo essenziale della donna, e non come il risultato dell’oppressione operata dall’uomo, costui, dominando, ossequia l’essenzialità del dover essere, non commette un abuso.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, foto di Muesse, dallo Hegelmuseum Stuttgart, di una incisione di F. W. Bollinger da Chr. Xeller, CC BY 3.0

Carla Lonzi fa un’ipotesi controfattuale: se Hegel avesse riconosciuto l’origine storica, e non essenzial-divina, dell’oppressione femminile, probabilmente avrebbe trattato la questione attraverso la dialettica servo-padrone. Come già accennato in precedenza, la liberazione della donna non può essere descritta in questi termini, perché:

“sul piano donna-uomo non esiste una soluzione che elimini l’altro, quindi si vanifica il traguardo della presa del potere” (Ivi, p. 31).

Ecco il punto fondamentale: mentre il servo e il padrone mirano alla distruzione reciproca, la donna e l’uomo non possono. La soluzione di questo rapporto non sta, come nel caso della figura hegeliana, nella sostituzione dell’oppressore con l’oppresso, ma nella fine dell’oppressione stessa. Il femminino, considerato come eterna ironia della comunità, cerca di allearsi con il giovane e dileggia il vecchio. Lo farebbe per ragioni legate alla logica patriarcale: il giovane sarebbe più abile in guerra.

“In realtà noi”, commenta la Lonzi, “attraverso questo gesto della donna, vediamo in trasparenza il potere del patriarca su di lei e sul giovane” (Ivi, pp. 30-31).

Si prefigura, dunque, un’intesa tra il giovane anarchico, che rifiuta il paternalismo e il ricatto, sentendo su di sé l’angoscia del dominio, e la donna. Senza questo accordo, egli potrebbe cedere alla lotta organizzata di massa, dimenticando l’emancipazione dell’intera umanità, di cui anche le donne fanno parte, diventando così “rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale” (Ivi, p. 33).

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel Francesca Giannuzzi
La copertina del saggio di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, edizioni et al., foto di Francesca Giannuzzi

Riferimenti bibliografici

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Gammalibri, Milano 1982.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani, Milano 2000.


L’evoluzione è panglossiana?

L’evoluzione è panglossiana?

Nel 1979 i genetisti Stephen J. Gould e Richard C. Lewontin pubblicarono un articolo intitolato I pennacchi di San Marco e il paradigma panglossiano, con lo scopo di scongiurare ogni interpretazione di tipo provvidenzialistico dell’adattamento evolutivo. Prima di addentrarci nelle riflessioni dei due autori e delineare gli spunti epistemologici che esse offrono, è necessario fare un passo indietro e soffermarci brevemente sul suo titolo. Difatti, agli occhi di un lettore di filosofia, il termine panglossiano non sarà passato affatto inosservato: gli autori si riferiscono esattamente al dottor Pangloss, maestro di filosofia di Candido nella famosa opera volteriana del 1759.

L'evoluzione è panglossiana? L'attore americano Joseph Jefferson come Dr Pangloss nella commedia di George Colman the Younger, The Heir at Law (1797). Foto dal libro Famous actor-families in America di Montrose Jonas Moses (1906), digitalizzato Cornell University Library, in pubblico dominio

Il dottor Pangloss è descritto da Voltaire come colui che insegna “la metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia” (Candido, p. 3), dottrina sistematica per la quale tutto quanto sarebbe stato creato in vista del fine migliore. Con la sagace ironia che lo contraddistingue, è chiaro che il bersaglio polemico di Voltaire è la metafisica giustificazionista di Leibniz e la sua visione necessitarista e ottimistica del mondo espressa nei Saggi di teodicea (1710). Seguendo l’urgente prerogativa di rispondere all’apparente stridore tra l’esistenza di Dio e quella del male, Leibniz sostiene che il mondo in cui viviamo è il migliore fra i mondi possibili, poiché architettato da Dio secondo la regola del meglio.

L'evoluzione è panglossiana? Pierre Savart, ritratto di Gottfried Wilhelm von Leibniz. Dal libro di Louis Dutens, Gothofredi Guillelmi Leibnitii ... opera omnia, nunc primum collecta, in classes distributa, præfationibus et indicibus exornata, studio Ludovici Dutens / Gothofredus Guillelmus Leibnitius, tomo primo, Ginevra, 1768. Libro conservato alla Bibliotheek van het Vredespaleis; immagine digitalizzata da Bert Mellink e Lilian Mellink-Dikker per la partnership "D-Vorm VOF", CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication

In un simile sistema, tutto è interconnesso e possiede la propria ragione determinante, anche quando apparentemente qualcosa sembra trascendere l’armonia generale. Persino il male ha una sua giustificazione, giacché appartiene a un ordine prestabilito a priori da Dio, il quale ha visto in un colpo d’occhio tutte le connessioni possibili e intelligentemente deliberato per la migliore tra le alternative. Tuttavia, secondo Voltaire, il giustificazionismo leibniziano porterebbe ad accettare inevitabilmente qualsiasi disgrazia in virtù dell’economia del tutto. Fortemente turbato dal terribile terremoto di Lisbona del 1755, che aveva contribuito a mettere in questione l’ipotesi di un provvidenzialismo insito negli eventi storico-naturali, Voltaire tentò di confutare – seppur non dottrinalmente – la metafisica leibniziana, mostrando il lato grottesco di una simile filosofia quando le contraddizioni dei suoi insegnamenti sono portate agli estremi.

evoluzione panglossiana
L'evoluzione è panglossiana? Il grande terremoto di Lisbona del 1755, dall'Archiv für Kunst und Geschichte di Berlino. Immagine riprodotta da Jurema Oliveira, in pubblico dominio

Nel fare ciò, egli radicalizzò la forte dissonanza tra le drammatiche sventure di Candido e gli insegnamenti leibniziani di Pangloss, mostrando gli assurdi paradossi e i costi individuali di una simile visione del mondo. Candido, figura che esemplifica l’uomo ingenuo, guidato dal buon senso, non può che tollerare e rassegnarsi dinanzi agli accadimenti più nefasti che lo coinvolgono e accettarli in quanto necessari, dal momento in cui, a detta del suo maestro, tali misfatti sono soppesati in un sistema complessivamente armonico. Ma cosa ha a che fare una simile controversia con il pensiero evoluzionistico?

Per i biologi Gould e Lewontin, il programma adattazionista, diffuso in ambito inglese e statunitense, presenterebbe delle spiegazioni di tipo panglossiane, per le quali l’evoluzione si presenta come un presunto “agente ottimizzante” (Gould & Lewontin, 1979, p. 2). Basandosi sul presupposto di un disegno evolutivo teleologico, i panglossiani dell’evoluzione tenterebbero di spiegare i singoli caratteri che ineriscono all’organismo giustificandoli in un’ottica provvidenzialista; sicché, anche ciò che appare come inopportuno ed inutile possiede la sua necessità, in virtù di una presunta armonia generale.

L'evoluzione è panglossiana? Traslazione del corpo di San Marco, XIII secolo, portale di S. Alipio. Foto di Roman Bonnefoy, CC BY-SA 4.0

Seguendo tale logica, i due autori presentano un’analogia che mostra l’inconsistenza di un simile presupposto ottimistico: entrando nella cupola centrale della Cattedrale di San Marco a Venezia e rimanendo ammaliati dall’imponente architettura e dalle figure rappresentate, si potrebbe supporre che ogni suo elemento sia stato progettato minuziosamente a priori e che, dunque, abbia la sua ragione d’essere nella struttura generale.  Cosicché – riconducendoci al titolo dell’articolo – riconoscendo la generale armonia strutturale di San Marco e osservando i maestosi pennacchi raffiguranti i quattro evangelisti, un panglossiano ipotizzerebbe che l’intera architettura sia stata progettata al fine di ospitarli, quando, al contrario, essi sono stati inseriti solo posteriormente.

evoluzione panglossiana
L'evoluzione è panglossiana? Uno dei pennacchi della Basilica di San Marco. Foto di Maria Schnitzmeier, CC BY-SA 3.0

Alla luce dell’esempio descritto, secondo i due autori l’errore principale del programma adattazionista consisterebbe nel tentare di dissezionare l’organismo nei suoi singoli tratti e sostenere che essi siano emersi in virtù di un presunto disegno evolutivo, proprio come nel caso dei pennacchi all’interno della cupola. Le spiegazioni panglossiane proverebbero anche a dar conto di quei caratteri che risultano non essere vantaggiosi per l’organismo, poiché giustificati nel “bilancio della competizione fra le varie richieste della selezione” (Ibid.); qualcosa che riecheggia il soppesare leibniziano del male, integrato pur sempre nell’ordine generale. Tuttavia, una simile spiegazione sembra essere del tutto inconsistente agli occhi degli autori, i quali sostengono, invece, che talvolta i tratti specifici degli organismi possano essere il risultato contingente di altri processi; in altre parole, dei prodotti puramente accidentali. Bisogna dunque distinguere “l’utilità attuale dalle cause della loro origine” (Ibid.): qualcosa può risultare utile a posteriore, ma da ciò non consegue che sia stata predeterminata a priori proprio in virtù della sua utilità.

La sola selezione non può spiegare tutte le variazioni possibili nella biosfera; secondo i due autori va adottato un approccio pluralistico nella considerazione delle cause alla base di un cambiamento evolutivo, escludendo così l’ipotesi panglossiana di un disegno adattivo. D’altronde, l’elaborazione più celebre di un provvidenzialismo insito nella natura organica era stata espressa nel 1802 dal filosofo e teologo inglese William Paley all’interno della sua opera Natural Theology. Osservando l’armoniosa struttura complessiva degli organismi e i loro notevoli adattamenti – sosteneva Paley – è legittimo supporre che essi siano il prodotto di un disegnatore intelligente, un orologiaio divino, il quale avrebbe predeterminato l’intera natura secondo un preciso piano ingegnoso.

evoluzione panglossiana
L'evoluzione è panglossiana? Foto di Jo EL

È chiaro, dunque, che l’interrogativo al quale ci conduce il saggio di Gould e Lewontin riguarda l’effettiva legittimità di una considerazione teleologica del processo evolutivo, ovvero la supposizione che si dispieghi secondo dei fini ben precisi. Ammettendo l’inconsistenza di un’ottica provvidenzialistica, come poter spiegare la struttura così apparentemente ordinata degli organismi viventi? Come non ipotizzare che ogni singola parte al loro interno sia stata ingegnosamente progettata a priori per adempiere degli scopi specifici? Come non supporre, insomma, che vi siano dei fini a guidare il processo evolutivo e che dunque esso sia intrinsecamente teleologico?

Rivendicando l’autonomia epistemologica della biologia, Francisco J. Ayala sostiene che l’indagine sugli organismi viventi non possa in alcun modo prescindere dall’impiego del linguaggio teleologico (Ayala, 1968); piuttosto, tale linguaggio distingue lo studio degli esseri viventi da quello condotto dalla fisica, cosicché il primo non possa essere ridotto alle pratiche del secondo. Difatti, un approccio meccanicista e riduzionista applicato allo studio evolutivo della biosfera sarebbe completamente sterile, dal momento in cui i mutamenti sono il frutto di iniziali eventi stocastici totalmente imprevedibili, che possiedono una propria dimensione storica unica ed irrepetibile. Tuttavia, lo stesso Ayala evidenzia, contro ogni ipotesi provvidenzialista, che le forme di adattamento biologico manifestate dagli organismi sono in realtà il risultato di quel “processo meccanicistico ed impersonale” (Ivi, p. 216) che è proprio la selezione naturale, la quale non è diretta in alcun modo verso la produzione di una qualche specifica proprietà.

Sicché è assolutamente legittimo – e anche necessario – l’impiego euristico di un linguaggio teleologico, ma da ciò non consegue che lo stesso processo evolutivo abbia uno scopo reale in vista del quale operare.  D’altro canto, secondo la prospettiva del biologo Ernst Mayr, è invece necessario distinguere i termini teleologia e teleonomia, rifiutando il primo e adottando unicamente il secondo all’interno dell’indagine sugli organismi (Mayr, 1992, 1998). Il termine teleonomia, coniato originariamente dal biologo Pittendrigh (1958), è adoperato per creare una cesura rispetto all’idea metafisica di un piano armoniosamente prestabilito, conservando, purtuttavia, l’imprescindibile e irriducibile nozione di end-directedness necessaria per l’indagine sugli organismi biologici.

Insomma, l’impiego del termine teleonomia risponderebbe all’esigenza di escludere definitivamente proprio la supposizione panglossiana di un provvidenzialismo insito nel processo evolutivo, supposizione che, agli occhi di Pittendrigh e Mayr, potrebbe essere implicata, invece, dal termine teleologia. Riprendendo il titolo di un celebre libro di Richard Dawkins (The Blind Watchmaker, 1996), qualora considerassimo la selezione come un agente teleologico, un orologiaio – riprendendo la metafora di Paley citata precedentemente – che si pone a monte del processo di selezione, esso si presenterebbe tuttavia come un orologiaio cieco, poiché incapace di prevedere a priori il meglio e dispiegarsi secondo un fine prestabilito.

Allo stesso modo, il biologo Theodosius Dobzhansky e il già citato Ayala definiscono la selezione naturale rispettivamente come un “processo creativo e cieco” (Dobzshansky 1973, p. 127) e un “processo opportunistico” (Ayala, 1998, p. 47). Gli effetti dell’evoluzione hanno un significato adattivo unicamente a posteriori e non a priori: non possono essere previsti con necessità, come non potrebbe esser previsto qualsiasi altro evento contingente e casuale futuro.  Sebbene vi siano dei graduali miglioramenti all’interno delle specie viventi, essi sono il risultato di un lungo processo cumulativo, determinato in parte dal puro caso, che produce possibili combinazioni di geni favorevoli per la sopravvivenza della specie.

Sembra dunque che la reale cifra dei mutamenti evolutivi non sia legata a un presunto agente ottimizzante, come sostenuto dal programma adattazionista, bensì all’accidente, alla pura contingenza. La conclusione più importante alla quale approdano tutti gli autori succitati è proprio l’idea che il caso sia parte integrante del processo evolutivo; sicché non vi è nulla di realmente panglossiano nei cambiamenti della biosfera.

[…] soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione.

(Monod, Il caso e la necessità, pp. 95-96)

Data la forte ingerenza di fattori casuali e stocastici, per i quali, riprendendo le parole di Jacques Monod, la selezione appare come “un’enorme lotteria” interna alla “roulette della natura” (Ivi, pp. 101-102), non sapremo mai se questa è e non è, effettivamente, la migliore delle biosfere.

L'evoluzione è panglossiana? Foto di PIRO4D

 

Riferimenti bibliografici:

Francisco José Ayala, Biology as an Autonomous Science, «American Scientist», Vol. 56, No. 3, 1968, pp. 207-221.

Id., Teleological Explanations versus Teleology, «History and Philosophy of the Life Sciences», Vol. 20, No. 1, 1998, pp. 41-50.

Id., Adaption and Novelty: Teleological Explanations in Evolutionary Biology, «History and Philosophy of the Life Sciences», Vol. 21, No. 1, 1999, pp. 3-33.

Richard Dawkins, The Blind Watchmaker. Why the evidence of evolution reveals a universe without design, W. W. Norton, New York/London 1996.

Theodosius Dobzhansky, Nothing in Biology Makes Sense except in the Light of Evolution, «The American Biology Teacher», Vol. 35, No. 3, 1973, pp. 125-129.

Stephen Jay Gould e Richard C. Lewontin, I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss. Critica del programma adattazionista, trad. di Marco Ferraguti, Einaudi, Torino 1979.

Gottfried Wilhelm von Leibniz, Saggi di Teodicea, in Scritti filosofici, vol. I, UTET, Torino 1967.

Ernst Mayr, The Idea of Teleology, «Journal of the History of Ideas», Vol. 53, No. 1, 1992, pp. 117-135.

Id., The multiple Meanings of ‘Teleological’, «History and Philosophy of the Life Sciences», Vol. 20, No. 1, 1998, pp. 35-40.

Jacques Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori, Milano 1971.

William Paley, Natural Theology: or Evidences of the Existence and Attributes of the Deity, Collected from the Appearances of Nature, 1802.

Colin Stephenson Pittendrigh, Adaptation, natural selection, and behavior in Behavior and Evolution, Yale University Press, New Haven 1958.

Voltaire, Candido, Garzanti editori, Milano 1981.


Religione e ribellione, il ritorno dell'Outsider di Colin Wilson

Carbonio Editore continua a sorprendere la sua cerchia di lettori con nuove opere fondamentali, tra queste impossibile non segnalare Religione e ribellione di Colin Wilson. Avevamo già incontrato l'autore britannico tramite l'analisi delle sue opere narrative, ma in questo caso siamo al cospetto di un opus saggistico-visionario di rara potenza, il sequel del famoso The Outsider. Religione e Ribellione infatti è il secondo titolo che compone il ciclo dell'Outsider, espande la coscienza dei lettori e riscrive la figura dell'Outsider in chiave salvifica e non solo anarchica e marginale.

Wilson trova lacune logiche nell'Esistenzialismo filosofico del suo tempo, teorizza infatti che l'umanità non può sopravvivere nelle epoche future senza una nuova religione capace di rispondere ai quesiti più profondi dell'esistenza. Religione e ribellione è anche una summa immaginifica e letteraria, filosofica, che analizza il panorama cognitivo dei pensatori otto/novecenteschi (e anteriori). Un vero catalogo di profeti ed esegeti del viaggio che l'uomo deve compiere oltre il reale per avvicinarsi alle istanze che detengono la verità. Colin Wilson continua la sua codificazione dell'outsider tra esperienze mistiche, poetiche, antimoderne e visionarie, portando l'umanità sull'abisso salvifico di una Nuova Religione.

Religione e ribellione Colin Wilson
La copertina del saggio di Colin Wilson, Religione e ribellione, pubblicato da Carbonio Editore (2021) con traduzione di Nicola Manuppelli nella collana Zolle

La creazione di una religione non può passare senza i contributi di personaggi come Jacob Böhme, Nicholas Ferrar, Blaise Pascal, Emanuel Swedenborg, William Law, John Henry Newman, Søren Aabye Kierkegaard, Bernard Shaw, Ludwig Wittgenstein e Alfred North Whitehead (ad ognuno è dedicato un capitolo del saggio). Interessante l'esclusione di figure femminili, forse l'Outsider si aggancia troppo all'archetipo del superuomo; o forse Wilson ha semplicemente operato una selezione delle sue preferenze.

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom OrdelmanCC BY-SA 3.0

Il volume inoltre ha un'introduzione firmata proprio da Colin Wilson, anzi una doppia introduzione: retrospettiva e autobiografica. Il volume, tradotto da Nicola Manuppelli, presenta anche un apparato bibliografico per districarsi nel mare magnum citazionistico e culturale dell'autore.

Edvard Munch, Friedrich Nietzsche (1906). Immagine The Munch Museum, CC BY 4.0 International

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Avicenna Libro della Guarigione non esistente

L'ospite indesiderato: il non esistente secondo Avicenna

L'ospite indesiderato: il non esistente secondo Avicenna - Libro della Guarigione

All’ingresso sistematico del nulla assoluto nel discorso filosofico ha contribuito certamente la dottrina creazionista, secondo cui Dio ha creato il mondo «a partire dal nulla». Per l’impianto scientifico aristotelico, che non contemplava il vuoto, il niente si è sempre configurato come un ospite indesiderato. Molti pensatori, stretti fra istanze religiose e filosofiche, hanno dovuto provvedere all’accoglienza di questo visitatore indiscreto.

Tra questi c’è Avicenna, autore del Libro della Guarigione, che tenta di delineare la questione del nulla assoluto attraverso l’analisi semantica di alcune parole e la confutazione di teorie erronee riguardanti l’argomento. Per trattare del non esistente occorre occuparsi, in prima istanza, dell’esistente e della cosa. Si tratta di termini il cui significato è evidente e che, dunque, non necessitano di essere conosciuti attraverso una definizione.

Avicenna Libro della Guarigione non esistente
Ritratto di Avicenna da un vaso in argento presso il Museo del Mausoleo di Avicenna, Hamadan. Foto Flickr di Adam Jones, CC BY 2.0

Le asserzioni riguardanti l’esistente e la cosa hanno, al massimo, una funzione rammemorativa, cioè richiamano alla memoria nozioni già presenti nell’anima (Avicenna, Libro della Guarigione, I, 5, § 2.1). Per chiarire, per quanto possibile, il contenuto di questi concetti, Avicenna ricorre alla distinzione tra esistenza ed essenza. L’esistente è ciò che è realizzato, cioè l’esistenza concreta nella realtà extra mentale; la cosa è ciò che rende qualcosa ciò che è, cioè l’essenza della specie a cui appartiene (Avicenna, Libro della Guarigione, I, 5, § 2.2; § 2.2.1). Facciamo un esempio. Il Socrate-esistente è l’individuo storico, vissuto ad Atene; il Socrate-cosa è l’essenza della specie a cui è appartenuto, cioè, aristotelicamente, un animale razionale. Concluso l’esame terminologico, inizia la trattazione della questione del nulla assoluto.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene; al centro Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani. Foto di Rafael in pubblico dominio

La prima tesi confutata è quella della scuola teologica Mu'tazilita, secondo cui la cosa talvolta è assolutamente non esistente. Da questo asserto possiamo trarre due conclusioni: in primis, la possibilità della non esistenza assoluta della cosa e, in secundis, la possibilità che la non esistenza assoluta sia oggetto di enunciazione. La prima, secondo Avicenna, è falsa, perché una cosa può non esistere in un oggetto concreto ma non può non esistere nemmeno nella mente. Se non esistesse nemmeno nella mente, non sarebbe nemmeno oggetto di enunciazione. Quindi la cosa può non esistere in senso relativo, perché può non esistere nel mondo esterno, ma non in senso assoluto, come vorrebbero i Mu'taziliti (Avicenna, Libro della Guarigione, I, 5, § 3.1). Per intenderci, il Socrate-cosa, cioè la sua essenza, ovvero il suo essere un animale razionale, può non possedere un’esistenza concreta – infatti nel 2021 Socrate non circola per le strade delle nostre città – ma deve possedere un’esistenza mentale.

Se non la possedesse, non potremmo nemmeno scriverne in questo momento. La seconda conclusione è altrettanto falsa, come potremmo già intuire, perché, dato il rapporto indissolubile tra enunciazione ed esistenza mentale, affermare che la non esistenza assoluta è oggetto di enunciazione è contraddittorio. Sia dire ciò che il nulla assoluto è, sia dire ciò che esso non è, presuppone una serie di designazioni, cioè di esistenze mentali che negano la non esistenza assoluta (Avicenna, Libro della Guarigione, I, 5, § 3.2; 3.2.1). Se dicessimo: «il nulla assoluto è Socrate» oppure «il nulla assoluto non è Socrate», l’atto stesso di attribuire o non attribuire qualcosa al nulla assoluto sarebbe in contrasto con la sua natura. Esso, inoltre, non è nemmeno oggetto di una conoscenza vera e propria.

La conoscenza ha una natura predicativa, cioè avviene attraverso l’uso di proposizioni in cui il soggetto e il predicato si uniscono. Affinché si verifichi questa liaison, è necessario, però, che la cosa conosciuta abbia una relazione comprensibile con il mondo esterno. Non è il caso del nulla assoluto, che non ha alcun legame del genere con la realtà extra-mentale. Di ciò che non esiste assolutamente possiamo solo riconoscere il fatto che non esiste. Nulla di più (Avicenna, Libro della Guarigione, I, 5, § 3.3). In poche parole, i concetti di cosa, enunciazione e conoscenza sottintendono una qualche esistenza, dunque sono in contraddizione con il non esistente assoluto.

Avicenna critica anche la dottrina Mu'tazilita della resurrezione dei corpi secondo cui qualcosa che ha cessato di essere viene riportato all’esistenza, data la priorità del non esistente rispetto all’esistente. Il nucleo della confutazione è lo stesso: qualunque cosa che implichi l’esistenza del nulla assoluto è da considerarsi assurda, pertanto lo è anche la resurrezione dei corpi (Avicenna, Libro della Guarigione, I, 5, § 7).

 

Riferimenti bibliografici

Avicenna, Libro della Guarigione, a cura di Amos Bertolacci, UTET, Torino 2015.


Byung-Chul Han La scomparsa dei riti

Se i riti scompaiono – Per un reincanto del mondo

Byung-Chul Han La scomparsa dei riti. Una topologia del presente - recensione

Nel 1960 il mitologo Mircea Eliade auspicava la possibilità di «vedere dei segni, dei significati nascosti, dei simboli, nelle sofferenze, nelle depressioni, negli inaridimenti di tutti i giorni»; in questo modo, sosteneva ancora lo studioso, sarebbe stato possibile rintracciare un messaggio pregno di senso «nello scorrere amorfo delle cose e nel flusso monotono dei fatti storici». Erano gli anni del boom economico, quelli in cui la furia dello sviluppo imperversava e una fiducia collettiva nel futuro, dopo i disastri della guerra, occultava i pericoli legati a un progresso sfrenato e irriguardoso. Oggi il filosofo di origini coreane Byung-Chul Han, nel solco di una ricerca portata avanti con ammirevole pregnanza nello scorso decennio, in un recente saggio edito da nottetempo denuncia La scomparsa dei riti.

Un’avvertenza posta in apertura del volume mette in guardia il lettore: non si tratta, per l’autore, di un nostalgico desiderio di ritorno a quella ritualità che ha caratterizzato il nostro passato, ma di una lucida topologia del presente, come recita d’altra parte il sottotitolo del libro. Tuttavia, l’analisi delineata da Byung-Chul Han, ben lungi dall’essere neutra, sottende l’assunto netto per cui il progressivo allontanamento dal simbolo e dal sacro non coincide con una vera emancipazione, ma con una patologica erosione del senso di comunità.

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Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Foto di Bianca Sorrentino

In questo tempo inabitabile, sottoposto alla legge dell’impermanenza, l’essere non è mai a casa, il mondo non è mai un posto affidabile: senza simboli e metafore in grado di cementare la comunità, si smarrisce l’orizzonte della stabilità e il miracolo della durata non può avverarsi. I giorni trascorrono così nel trionfo sterile della contingenza, della coazione a produrre e a prodursi, fino all’esaurimento. Byung-Chul Han associa la scomparsa dei riti alla «crescente atomizzazione della società», all’imperante narcisismo collettivo che ignora il prodigio dell’attenzione profonda.

La continua ricerca di stimoli ed esperienze inedite non è altro che una coercizione verso il nuovo che di fatto impedisce l’accasamento: illudendosi di rincorrere l’innovazione, si produce invece soltanto una stanca routine, che è la degenerazione della ripetizione, ovvero il tratto essenziale dei riti. Senza la risonanza che le cerimonie collettive incoraggiano, infatti, senza questo ritmo comune al quale ognuno deve accordarsi, l’unico suono che si percepisce è l’eco del sé, una finta comunicazione che non ha corpo e che condanna all’isolamento, con inevitabili ricadute sull’equilibrio emotivo dei singoli e della società.

Pagine di grande intensità sono dedicate poi alla festa e al gioco, dimensioni che impregnano di sé le forme rituali e che ci aiutano a leggere il reale in una chiave magica, grazie alla quale al baccano che infesta oggi la comunicazione si sostituisce un silenzio che ha a che fare con il sacro e che ci riconnette quindi alla parte più profonda del sentire nostro e dell’Altro.

Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Foto di Bianca Sorrentino

Lo stile apodittico dell’autore, che apparentemente sembra non dare adito a obiezioni, non può lasciare indifferente il lettore e finisce per coinvolgerlo in un confronto dialettico effervescente intorno ai temi del contemporaneo. Che si concordi entusiasticamente con le posizioni del filosofo o si prenda le distanze da alcune osservazioni radicali, resta innegabile che la tensione che anima il volume costringe chi legge a dare del tu al proprio tempo e a riconoscerne con onestà intellettuale contraddizioni e ambiguità. Al netto della risolutezza con cui Byung-Chul Han smaschera pose e ipocrisie, l’intento ultimo risulta particolarmente propositivo: «da un reincanto del mondo (…) ci si potrebbe aspettare un’energia curativa in grado di contrastare il narcisismo collettivo», conclude l’autore.

Dopo decenni di consuetudine al ridimensionamento di ciò che è grave, serio, formale, ufficiale, dopo decenni di tenace lavorio finalizzato alla relativizzazione e all’umiliazione di ciò che fino a quel momento era stato percepito come intangibile e inviolabile, ecco l’auspicio che il simbolo torni salvifico a ricordarci il suo essere venerando e a riunirci in un nuovo senso di comunità.

Byung-Chul Han La scomparsa dei riti
Byung-Chul Han La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, con traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, pubblicato da Edizioni Nottetempo (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


L'etica spinoziana: la felicità del pensiero

L'etica spinoziana: la felicità del pensiero - Baruch Spinoza, Etica. Dimostrata con Metodo Geometrico

Spinoza Etica Ethica
Baruch Spinoza, Ethica Ordine Geometrico demonstrata, 1677. Immagine in pubblico dominio

L’antropocentrismo, cioè il ritenere che la specie umana costituisca un’eccezione rispetto al mondo naturale, è, secondo Baruch Spinoza, l’errore più rilevante compiuto da coloro che si occupano di filosofia pratica. Rendere specifica, e non derivante dalle leggi di natura, la condizione di passività in cui versa ogni individuo è un’inesattezza, dovuta proprio alla visione antropocentrica.

Non tentare di comprendere, ma stigmatizzare emotivamente questa passività, attraverso il pianto, la derisione o il disprezzo, è un inciampo gnoseologico altrettanto diffuso (B. Spinoza, Etica, III, Prefazione). L’obiettivo polemico sembra essere un certo pensiero di matrice religiosa: la dottrina del peccato originale, la cui elaborazione più celebre è quella di Agostino d’Ippona. Adamo, infrangendo il decreto divino, ha condannato l’intera umanità al peccato. Nessuno, dalla caduta dei progenitori in poi, può essere felice autonomamente. Soltanto la grazia divina garantisce la beatitudine.

In questa visione, certamente l’uomo risulta un ente eccentrico rispetto all’ordine naturale. Inoltre, la passività umana, sotto il nome di peccato, viene attribuita all’essenza della specie e non viene compresa in un sistema più ampio di ragioni. Infine, nessun atto, che non sia effettuato da Dio, permette il raggiungimento della salvezza.

In netta discontinuità con questa prospettiva, Spinoza ritiene che qualunque modificazione possa essere compresa dalla mente e inserita in un ordinamento causale naturale, poiché tutto, compresa l’umanità, fa parte della natura.

Rivolgersi alla volontà divina, interrompendo il processo di comprensione razionale, è l’“asilo dell’ignoranza” (Etica, I, Appendice, p. 120). L’uomo è evidentemente passivo: subisce continuamente dei cambiamenti. Gli stati derivanti da queste modificazioni, che possono accrescere o meno la potenza del corpo, si chiamano affetti (Etica, III, Definizione III). Il termine affetto può dirsi in due modi: passione, che ha origine da idee inadeguate, o azione, che nasce, al contrario, da idee adeguate (Etica, III, Proposizione I). Se ne deduce che la passività e l’attività, per ciò che attiene all’uomo, non ineriscono alla qualità delle modificazioni che subisce, ma alla conoscenza che ha di esse. In altri termini, è l’idea che la Mente ha dell’affectus a fare la differenza.

Spinoza Etica Baruch Spinoza Ethica spinoziana
Statua di Baruch Spinoza, L'Aia. Foto di Leon Kunders, CC BY 2.5

L’uomo può diventare attivo attraverso un uso corretto della ragione. Non si tratta di una teoria del dominio assoluto degli affetti, come voleva Cartesio, ma della loro comprensione nell’ambito naturale (Etica, III, Prefazione). Riscontriamo l’enorme fiducia che Spinoza ripone nell’atto conoscitivo. Ad un accrescimento di sapienza corrisponde sempre un accrescimento di potenza.

Uno degli scopi della quinta parte dell’Etica, intitolata Della Potenza dell’Intelletto, ossia della Libertà Umana, è proprio mostrare “quanto il sapiente sia più potente dell’ignorante” (Etica, V, Prefazione, p. 291). Ci si occupa, in sostanza, del modo in cui la mente può ottenere un dominio relativo sulle passioni, realizzando una beatitudine tutta umana. D’altronde, la potenza dell’intelletto e quella degli affetti si trovano in un rapporto di proporzionalità inversa, anche se la seconda non raggiunge mai lo zero.

Il primo presupposto che fonda la potenza umana è l’identità tra l’ordine delle idee e l’ordine delle cose che si riflette, nell’uomo, nell’identità tra mente e corpo. Il pensiero e l’estensione non sono, cartesianamente, due sostanze diverse ma due manifestazioni dell’unica sostanza divina. Per questo, mente e corpo interagiscono, sono in perenne contatto l’uno con l’altro (Etica, V, Proposizione I, Dimostrazione). Oltretutto, dato che è possibile formarsi idee adeguate di ogni modificazione che afferisce al corpo, non esistono affetti di cui non si possa tentare di diminuire l’influenza (Etica, V, Proposizione IV).

Ma qual è una delle strategie principali per tenere a freno le passioni? Riconoscere che tutte le cose sono necessarie e sono determinate da un nesso infinito di cause. Spinoza fornisce un esempio concreto: la tristezza, generata dalla perdita di un bene, viene mitigata dalla consapevolezza che quel bene non poteva essere conservato in nessun modo.

Allo stesso modo, è impossibile biasimare un bambino per il fatto che è inconsapevole di sé (Etica, V, Proposizione VI, Dimostrazione, Scolio). Non pensare in termini di necessità significa non pensare in termini naturali e ritenere, dunque, che vi sia qualcosa che esula dalla natura stessa, il che è assurdo. Abbiamo delineato l’inizio dell’itinerario della mente che conduce all’amore intellettuale di Dio, la massima beatitudine realizzabile dall’uomo.

Spinoza, in queste prime pagine della quinta parte, pone le condizioni affinché si attui la libertà della mente, attraverso la quale, il saggio può emanciparsi da uno stato di minorità con le sue sole forze. Una salvezza umana è possibile. L’impotenza non è endemica né irreversibile. Non esiste alcun peccato originale che impedisce la felicità.

Baruch Spinoza. Fotocollectie Anefo / Londen Reportage / Serie : P [Portraits/Persons] / Anefo Londen serie. Negativo di ignoto (1940-1945), Nationaal Archief, CC0
Riferimenti bibliografici:

Baruch Spinoza, Etica. Dimostrata con Metodo Geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Editori Riuniti, Roma 1988.


letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni