PASOLINI PITTORE

La mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Roma

Dal 29 ottobre 2022 al 16 aprile 2023

Roma, 28 ottobre 2022 – Pasolini Pittore è un progetto espositivo esclusivo completamente inedito nel suo genere, ideato per i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), che intende riportare l’attenzione su un aspetto artistico rilevante, spesso trascurato dalla critica, nel contesto creativo complessivo dello scrittore e regista, a oltre quaranta anni dall’ultima antologica completa su Pasolini pittore, del 1978, tenutasi a Palazzo Braschi.

Il progetto, curato da Silvana Cirillo, Claudio Crescentini e Federica Pirani per la Galleria d’Arte Moderna di Roma dal 29 ottobre 2022 al 16 aprile 2023, è promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, “Sapienza” Università di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Lettere e Culture moderne, Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia (PN) e Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con l’Archivio Giuseppe Zigaina e l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Partner Tecnologico LIEU.city. Radio Partner Dimensione Suono Soft.

Comitato scientifico composto da: Silvana Cirillo (Docente “Letteratura italiana contemporanea”, Facoltà di Lettere e Filosofia, “Sapienza” Università di Roma); Claudio Crescentini (Storico dell’arte, Sovrintendenza Capitolina); Gianluca Farinelli (Direttore, Fondazione Cineteca di Bologna / Presidente, Fondazione Cinema per Roma); Gloria Manghetti (Direttrice, Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, Firenze) e Federica Pirani (Storica dell’arte, Sovrintendenza Capitolina)

Oltre 150 opere, selezionate dal corpus della collezione del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, depositario della maggiore raccolta di opere dello scrittore e regista, ma anche dalla Fondazione Cineteca di Bologna, dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa, per la prima volta in mostra fuori dalla locale Casa Colussi, dall’Archivio Giuseppe Zigaina, oltre che da collezionisti privati.

La mostra parte dagli inizi pittorici di Pasolini che vanno di pari passo con le prime prove poetiche in friulano. Ritratti e raffigurazioni di corpi, maschili e femminili, che ricreano una sorta di mappatura visiva della famiglia e delle amicizie di Pasolini. Presenti anche nature morte e paesaggi rurali friulani dal sapore fortemente intimista che, da altro punto di vista, quello tecnico, documentano l’eccezionale abilità artistica e la sperimentazione del pigmento messa in atto da parte del giovane Pasolini.

Un’importante sezione sarà dedicata all’autoritratto e al ritratto, generi pittorici molto amati da Pasolini, in modo particolare il secondo con in esposizione quelli che potremmo considerare come i “ritratti dell’anima”. Quelli familiari – il cugino Nico Naldini, la madre Susanna, la cugina Franca – la serie legata ai protagonisti del mondo artistico di Pasolini – Giovanna Bemporad, Federico De Rocco, Giuseppe Zigaina – oltre a quelli del mondo cinematografico romano – Laura Betti, Ninetto Davoli – con un’attenzione particolare ai ritratti dell’amico poeta Andrea Zanzotto.

Una riflessione a parte riguarda i ritratti di tre protagonisti del mondo culturale e artistico di Pasolini: Ezra Pound, Roberto Longhi e Maria Callas, che danno vita a una “mostra nella mostra”, grazie ad un’attenta ricostruzione delle fasi di realizzazione e delle potenzialità d’investimento creativo e tecnico di Pasolini.

Altro focus interessa la serie di ritratti dello storico e critico d’arte Roberto Longhi, Maestro riconosciuto da Pasolini fin dagli anni degli studi universitari a Bologna. In seguito, lo scrittore manifesta il proprio debito con Longhi dedicandogli Mamma Roma (1962) e, oltre 10 anni dopo, la recensione per «Tempo» (8 gennaio 1974) dell’antologia di saggi longhiani Da Cimabue a Morandi (Milano, Mondadori, 1973).

Focus speciale è dedicato al rapporto artistico e di amicizia fra Pasolini e Fabio Mauri, con una serie di disegni bolognesi degli anni Quaranta-Cinquanta, di cui alcuni per la prima volta in mostra grazie alla collaborazione con lo Studio Fabio Mauri Associazione per l’Arte L’ Esperimento del Mondo, documenti essenziali della determinazione di un’amicizia, che è anche scambio continuo di idee e stili.

Una sezione della mostra è riservata al rapporto fra Pasolini e l’arte italiana del Novecento, attraverso l’esposizione di opere delle collezioni d’arte contemporanea della Sovrintendenza Capitolina (Galleria d’Arte Moderna, Museo Carlo Bilotti Aranciera Villa Borghese, Casa Museo Alberto Moravia, MACRO), con artisti di cui Pasolini ha fortemente apprezzato lo stile – Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi, Mario Mafai, Scipione e Antonietta Raphäel ecc. – e altri artisti considerati per la loro novità estetica nel panorama italiano della metà del Novecento. Come Federico de Rocco, Franco Gentilini, Virgilio Guzzi, Renato Guttuso, Carlo Levi, Giacomo Manzù, Toti Scialoja, Lorenzo Tornabuoni, Renzo Vespignani, Giuseppe Zigaina, ecc.

Proveniente in esclusiva dalla Collezione di famiglia è esposta per la prima volta anche un’accurata selezione di opere d’arte contemporanea di proprietà di Pier Paolo Pasolini, con l’intento di sottolineare come certe passioni artistiche e stilistiche abbiano attraversato la vita e la pittura di Pasolini, così come i suoi scritti d’arte e le stanze delle sue diverse case romane, con opere di Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Renato Guttuso, Carlo Levi, Alberto Savinio, Andy Warhol, ecc.

A chiusura della mostra un minimo omaggio al “volto” di Pasolini, tramite una serie di ritratti storici realizzati, con vari stili e in tempi diversi, da Ennio Calabria, Renato Guttuso, Carlo Levi, Milo Manara, Mario Schifano e altri.

A contrappunto mediale una serie di fotografie di Sandro Becchetti, Mimmo Cattarinich, Vittorugo Contino, Aldo Durazzi, Ezio Vitale, oltre a documentari e film concessi dalla Fondazione Cineteca di Bologna, RAI Teche, RAI Cinema e Palomar, fra i quali: Carpaccio (1947), cortometraggio di Roberto Longhi diretto da Umberto Barbaro; Pier Paolo Pasolini. La Ragione di un sogno (2001), un appassionante e poetico film di Laura Betti e Pasolini, Il Corpo e la Voce (2015) film-documentario di Maria Pia Ammirati, Arnaldo Colasanti e Paolo Marcellini.

A corollario della mostra sarà organizzata una serie di incontri culturali, readings e proiezioni di compendio alle tematiche affrontate nella mostra dal titolo “Pasoliniana. Intorno a Pasolini pittore”, a cura di Silvana Cirillo e Claudio Crescentini, che si svolgeranno presso la Galleria d’Arte Moderna. In tale contesto il Dipartimento di Lettere e Culture moderne della Facoltà di Lettere e Filosofia, “Sapienza” Università di Roma, ha in corso la realizzazione del “Progetto Pasolini” Convegno Internazionali di Studi, a cura di Silvana Cirillo e Claudio Crescentini, sul rapporto fra scrittura, pittura e cinema.

Un’attenzione particolare è stata dedicata all’accessibilità: per le persone con disabilità visiva è stato progettato, in collaborazione con il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, un percorso dedicato, dotato di disegni a rilievo e relative audiodescrizioni. Saranno inoltre disponibili visite tattili gratuite, guidate da operatori specializzati.

Il catalogo è edito da Silvana Editoriale. Grazie alla collaborazione del Partner Tecnologico la mostra sarà visitabile dall’8 dicembre 2022 nel Metaverso di LIEU.city.

SCHEDA INFO

Titolo PASOLINI PITTORE

Quando 29 ottobre 2022 – 16 aprile 2023

Dove Galleria d’Arte Moderna

Roma, Via Francesco Crispi, 24

Orario Dal martedì alla domenica ore 10.00-18.30

Ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura

Giorni di chiusura: lunedì, 1° gennaio, 1° maggio e 25 dicembre

Biglietti Intero € 7,50; Ridotto € 6,50

Per i residenti in Roma Capitale e nell’area metropolitana (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza): intero € 6,50

ridotto € 5,50. Il museo è gratuito con la MIC card.

Promotori Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali; “Sapienza” Università di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Lettere e Culture moderne, Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia (PN) e Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con l’Archivio Giuseppe Zigaina.

A cura di Silvana Cirillo, Claudio Crescentini e Federica Pirani

Organizzazione Zètema Progetto Cultura

Radio partner Dimensione Suono Soft

Partner tecnologico LIEU.city

Info mostra Tel. 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00

www.galleriaartemodernaroma.it www.museiincomune.it; www.zetema.it

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Nel fitto calendario di iniziative culturali che Roma Capitale ha messo in campo per celebrare i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini (5 marzo 1922) e che abbiamo voluto chiamare “PPP100 – Roma Racconta Pasolini”, la mostra “Pasolini pittore”, realizzata alla Galleria d’Arte Moderna, ha il pregio di offrire al grande pubblico un aspetto meno noto di uno dei massimi intellettuali del nostro Novecento. A più di quarant’anni dalla prima e ultima reale antologica realizzata sempre a Roma, a Palazzo Braschi, dall’allora sindaco Giulio Carlo Argan, per la cura dell’artista e fraterno amico del famoso scrittore e regista, Giuseppe Zigaina, nel 1978, a soli tre anni dal brutale omicidio di Pasolini. Il percorso espositivo della mostra – più di 150 opere tra dipinti, disegni, molti ritratti, nature morte e paesaggi – è strettamente legato alla vicenda umana, intellettuale e artistica di Pasolini, la cui produzione pittorica prende avvio dagli anni della giovinezza, passati tra Casarsa della Delizia e Bologna, in contemporanea con la produzione poetica, proseguendo fino alla morte, avvenuta a Ostia il 2 novembre 1975. Le opere esposte alla GAM, di cui molte poco note e altre mai esposte in precedenza, analizzate da approfonditi studi critici in questo bel catalogo ricco di documentazione e nuovi spunti scientifici, mostrano la naturale inclinazione di Pasolini nei confronti delle tecniche artistiche e la sua passione proprio per l’utilizzo dei diversi linguaggi tecnici dell’arte. Ma rivelano anche come la sua produzione sia stata profondamente influenzata dallo studio della storia dell’arte, che egli approfondì frequentando all’Università di Bologna le lezioni di Roberto Longhi, tra i più grandi storici e critici d’arte di tutti i tempi, al quale dedicò una serie di ritratti ma anche il film Mamma Roma. Sono, a mio avviso, particolarmente intensi i ritratti che Pasolini eseguì a Roma tra gli anni cinquanta e settanta, nei quali ritroviamo i volti degli amici più cari dell’artista – Ninetto Davoli, Maria Callas, Laura Betti, Franco Citti – che furono anche protagonisti di molta della sua produzione cinematografica e che vanno abbinati ai ritratti di quel mondo familiare che ha da sempre supportato l’attività di Pasolini, dalla madre Susanna Colussi al cugino e amico fraterno Nico Naldini, anch’esso poeta e pittore, oltre che attento biografo di Pasolini stesso. Opere che rivelano, probabilmente per la prima volta in maniera concreta, la continuità della pratica pittorica di Pasolini e la caparbietà tecnica con cui si confronta da protagonista con questa produzione. Così come del resto evidenzia anche molta documentazione presente in catalogo. Sono dunque grato alle istituzioni e agli studiosi che, per tramite dei curatori, del Comitato promotore e del Comitato scientifico, hanno contribuito a costruire, in quasi due anni di ricerche e studi, questo ambizioso progetto: la Sovrintendenza Capitolina, il Dipartimento di Lettere e Culture moderne della “Sapienza” Università di Roma, il Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, il Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia e la Fondazione Cineteca di Bologna.

Miguel Gotor

Assessore alla Cultura di Roma Capitale

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In occasione dei cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, la Sovrintendenza Capitolina presenta una grande mostra focalizzata su un aspetto artistico spesso trascurato dalla critica, la pittura, ponendola di nuovo in rilievo nel contesto creativo complessivo della multidisciplinarietà dei linguaggi visivi utilizzati dal famoso scrittore e regista durante la sua carriera. Dopo oltre quaranta anni dall’ultima mostra antologica sulla pittura di Pasolini, tenutasi a Palazzo Braschi nel 1978, si apre al pubblico alla Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale un’esposizione completamente nuova nel suo genere per ricchezza di opere, assai poco conosciute o decisamente inedite, e per rarità dei documenti. Con essa si intende concentrare l’attenzione dei visitatori in modo puntuale sulla pittura pasoliniana. Un nucleo fondamentale di dipinti e disegni selezionati fra quelli appartenenti al sostanzioso corpus presente nel Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux – Archivio Contemporaneo “A. Bonsanti” – Fondo Pier Paolo Pasolini di Firenze che si vanno ad integrare a un piccolo nucleo di opere provenienti dalla Fondazione Cineteca di Bologna – Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini, dove sono raccolti dipinti, disegni e altra documentazione grafica provenienti dall’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma, fondata e diretta, dopo la morte dell’artista, da Laura Betti. Si tratta complessivamente di più di cento opere. È presente in mostra anche un piccolo nucleo di opere dell’inizio degli anni quaranta, provenienti dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, recentemente restaurate, che per la prima volta escono dal contesto locale della Casa Colussi-Pasolini, dove sono esposte permanentemente dal 2021: opere intense e vigorose che fanno riflettere il visitatore sulla pratica artistica di Pasolini in un periodo in cui, come lo stesso artista afferma, soprattutto dipinge e scrive poesie, per lo più in friulano, che rafforzano i confronti e rimandi visivi e mentali, concettuali e fisionomici fra parola e segno. È un segno pittorico, quello di Pasolini, vissuto sulla scia del realismo, per quanto riguarda i soggetti delle sue opere, e dell’espressionismo per quello che concerne l’uso del tratto grafico e del colore. La mostra segue un andamento per tematiche e focus, proprio a partire dalle opere di Casarsa, soffermandosi in particolare sugli autoritratti, sempre molto incisivi, e sui ritratti, dal sapore fortemente intimista e familiare: a partire da quelli dedicati alla madre, al fratello e agli amici friulani, continuando con quelli degli anni romani, quando la scrittura e il cinema diventano per Pasolini campi di un sempre più fervido crogiolo di esperienze artistiche e creative che in parte, ma solo in parte, lo allontaneranno dalla pittura come pratica, ma non come progress concettuale e interesse tecnico. I ritratti di questo periodo ricompongono ancora una volta il suo mondo amicale: Ninetto Davoli, Laura Betti, Andrea Zanzotto, Ezra Pound e altri, a sottolineare ancor di più il valore semantico della riproduzione del corpo e del volto umano che per Pasolini si riflette nella pittura attraverso la creazione di figure epigoni di una nuova suggestiva esperienza espressionistica, portata avanti sempre con grande coerenza stilistica per oltre tre decenni di attività artistica. Uno speciale focus è offerto dai ritratti di Maria Callas come Medea, accompagnati proprio da foto di scena del film Medea (1969) che bene mettono in rilievo la mediazione culturale e linguistica, per certi aspetti segnica, da sempre posta in atto dall’artista. A Pasolini del resto interessa sempre più la ‘composizione’ – coi suoi contorni – piuttosto che la ‘materia’, in linea quindi con quella fase pittorica dell’arte italiana che proprio fra gli anni sessanta e settanta andava sempre più definendosi anche per l’impegno civile di cui era saturata.

A corollario della mostra, una sezione dedicata alle opere degli amici artisti di Pasolini, di pittori e scultori da lui seguiti nel tempo e sui quali egli ha anche scritto interventi per mostre e saggi critici, partendo da Carlo Carrà, Giorgio Morandi e Filippo de Pisis, artisti da lui molto amati; passando poi alla cosiddetta Scuola di via Cavour, quella di Mario Mafai, Antonietta Raphaël e Scipione; per finire con i suoi giovani amici: Afro, Federico De Rocco e Giuseppe Zigaina. Quest’ultimo fu lungamente frequentato da Pasolini e con lui il sodalizio sarà decisamente più stretto e più lungo nel tempo, così come, ad esempio, avverrà in seguito con Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Toti Scialoja, Giacomo Manzù e altri. Tale sezione è composta da opere provenienti dalla collezione d’arte contemporanea della Sovrintendenza Capitolina (Casa Museo Alberto Moravia, Museo Carlo Bilotti, MACRO e Galleria d’Arte Moderna). Un’iniziativa, quindi, che dà la possibilità alla Sovrintendenza Capitolina di valorizzare e far conoscere nel modo migliore le collezioni pubbliche di Roma Capitale.

Claudio Parisi Presicce

Sovrintendente Capitolino

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INTRODUZIONE GENERALE

Pasolini Pittore è un progetto espositivo esclusivo, completamente inedito nel suo genere, ideato per i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) che intende riportare l’attenzione su un aspetto artistico rilevante, spesso trascurato dalla critica, nel contesto creativo complessivo dello scrittore e regista, a oltre quaranta anni dall’ultima mostra antologica su Pasolini pittore (Roma, Palazzo Braschi, 1978).

Esposte oltre 150 opere provenienti dal Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, depositario della più importante raccolta dello scrittore e regista, insieme a un piccolo ma fondamentale nucleo dei primi anni Quaranta del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, il paese friulano della madre Susanna Colussi. Presenti anche alcuni dipinti degli anni Sessanta, pochissimo conosciuti, della Fondazione Cineteca di Bologna, oltre ad altre opere dall’Archivio Giuseppe Zigaina, pittore grande amico di Pasolini, e ad altre collezioni private.

In mostra molti ritratti, nature morte e paesaggi dal sapore fortemente intimista fino alla serie di donne e ragazzi raffigurati seduti o sdraiati in ambienti domestici o naturali.

Un focus speciale è dedicato al rapporto di Pasolini con Fabio Mauri, cominciato a Bologna agli inizi degli anni Quaranta, come prova di un’amicizia che è stata anche scambio continuo di idee e che ruota anche intorno alle teorie estetiche di Roberto Longhi, il famoso storico dell’arte di cui Pasolini segue le lezioni universitarie e al quale chiede la tesi di laurea incentrata sulla pittura italiana del Novecento, da Carlo Carrà a Giorgio Morandi e Filippo de Pisis, artisti da lui stesso molto amati.

Dagli anni Cinquanta l’arrivo a Roma, la scrittura e il cinema diventano per Pasolini i tempi di un sempre più fervido crogiolo di esperienze artistiche e creative che in parte, ma solo in parte, lo allontaneranno dalla pittura come pratica ma non come progress concettuale e interesse tecnico. Così come risulta da molte sue opere in mostra.

L’interesse per la materia, il confronto con il contemporaneo e la specifica del ritratto diventano in questi anni per Pasolini i tratti identificativi della sua realtà pittorica in continuo progress e molto spesso dedicata ai suoi “amici del cuore” del mondo cinematografico: Franco Citti, Ninetto Davoli, Maria Callas, Laura Betti (opere dei decenni Cinquanta-Settanta), che bene sottolineano il valore semantico della riproduzione del volto umano da parte di Pasolini. Ritratti che rivelano proprio la continuità della pratica pittorica di Pasolini e la caparbietà tecnica con cui si confronta da protagonista con questo linguaggio artistico, di pari passo con quello della scrittura e del cinema.

In mostra anche una sezione di opere provenienti dalle collezioni della Sovrintendenza Capitolina, dedicata agli artisti italiani del Novecento che hanno ispirato Pasolini, con altri che sono stati suoi amici e sui quali ha scritto presentazioni o saggi, a riprova di un suo interesse per l’arte contemporanea che è stato sempre vivo e coerente nel tempo.

DAVANTI AL MIO CORPO. IL VOLTO DI PASOLINI

In Poeta delle Ceneri Pasolini scrive «(…) vorrei soltanto vivere / pur essendo poeta / perché la vita si esprime anche solo con sé stessa. / Vorrei esprimermi con gli esempi. / Gettare il mio corpo nella lotta». E il «Gettare il mio corpo nella lotta» di Pasolini si è mutuato in una sperimentazione continua di tutti i possibili linguaggi artistici e visivi a sua disposizione, dalla poesia al cinema alla pittura, ponendo così, nel primo piano della sua creazione e delle scelte creative, sempre tutto sé stesso. Il suo corpo, il volto, metafora e “corpo” stesso della sua arte, tanto che Davanti al mio corpo, un disegno del 1942, diventa l’incipit della mostra stessa. L’inizio ideale di un percorso che non poteva essere intrapreso se non dal corpo di Pasolini o meglio dal suo volto – ormai riconosciuto e riconoscibile a livello mondiale – e quindi dai suoi autoritratti che attraversano decenni, iconografie e tecniche diverse pur rimanendo coerenti fra loro. Partendo dall’Autoritratto con la vecchia sciarpa (1946), con quel distacco prospettico fra la figura in primo piano e lo sfondo appena accennato che rimanda ad un’iconografia “all’antica”, aggiornata però dal dato post-cubista. Successiva la realizzazione del più simbolico e famoso autoritratto di Pasolini, Autoritratto con fiore in bocca del ’47, un dipinto da considerare in qualche modo come metafora dei tempi e del suo pensiero. L’accentuata diagonalità della posa scelta da Pasolini nel ritrarsi e quindi nel porsi al pubblico, quel suo inserirsi come media proporzionale fra primo piano ed esterno, propone già un taglio visivo che diventerà poi tipico, ad esempio, nel cadenzare le descrizioni fisionomiche dei protagonisti dei suoi primi romanzi, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959). Così come nella progressione prospettica di primi piani utilizzati nei film della sua trilogia romana, Accattone (1961), Mamma Roma (1962) e la Ricotta, inserito nel film a episodi Ro.Go.Pa.G. (1963), a conferma della coerenza e della consequenzialità del multilinguismo dell’artista. Per la prima volta esposto insieme a questo autoritratto è il Ritratto di Pasolini (1947) di Federico De Rocco, l’artista che ha preso parte alla formazione pittorica del giovane Pasolini. I due quadri sono legati da un medesimo fil rouge strutturale e iconografico, a partire dall’anno di realizzazione – 1947 – dal luogo di realizzazione, il casarsese, dalle misure molto simili fra di loro, passando poi al rapporto costruttivo del “quadro nel quadro”, con l’inserimento del disegno in secondo piano che rimanda direttamente alla loro stessa pittura. In primo piano, quasi a sfondare il piano limite dei due quadri stessi, il fiore tenuto in bocca da Pasolini, metafora e segno ermetico che sembra svelarsi ancora nell’incontro fra le arti: «Deserto fiore campestre, / non sera grondante di lumi. / Non pastori bagnati dalla rugiada, / teneu fuoco delle siepi» (Ode a un fiore, a Casarsa, 18 luglio 1941).

«IO LEGGO POCO, DIPINGO MOLTO IN COMPENSO»

A Luciano Serra, amico di Pasolini fin dagli anni del liceo a Bologna (fine anni Trenta), l’artista scrive: «Io leggo poco, dipingo molto in compenso: 6 quadri finora, di vario valore, di cui almeno due mi sembrano buoni: i miei migliori. Ho raggiunto una tavolozza mia, ed anche una mia maniera. Spero di continuare in questa maniera, senza stupidi mutamenti da dilettante» (Casarsa, agosto 1941). Una minimale prova documentale, fra le tante, che ci aiuta a capire come già dall’inizio degli anni Quaranta Pasolini dipinge. Pasolini “è” pittore. Oltre che poeta. E la pittura non è uno sfogo dilettantistico, anzi per Pasolini è molto di più, è un’accanita ricerca della forma così come della tecnica, con questa specificità della rappresentazione del corpo posto sempre in primo piano. Riproduce figure femminili – spesso legate al proprio ambiente familiare, la madre, la zia – che si pettinano, si guardano allo specchio, sedute o in piedi. Così come corpi di ragazzi, tratti dal mondo contadino friulano ma non solo, ritratti di profilo, seduti oppure nell’atto di dipingere o di scrivere. Una varietà umana che contraddistingue i soggetti di Pasolini e che dominerà la sua pittura anche nei decenni successivi. Specificità alla quale dobbiamo affiancare la sperimentazione tecnica. Pasolini adopera soprattutto tempera e inchiostro, ma non rifiuta di testare impasti e pigmenti più corposi con matite grasse e pastelli, oltre che materie volutamente più sperimentali, come ad esempio le carte da lucido o il cellophane, dall’artista utilizzato per le sue molteplici possibilità di rifrangenze tonali e luministiche. Il cellophane è un materiale che si trova molto agevolmente in quel periodo (dal 1929) e Pasolini ne fa ampio uso probabilmente sulla scia del materismo avanguardista dei primi decenni del secolo, dalla Bauhaus al Futurismo, accoppiandolo però ad uno stile grafico prettamente espressivo. Se da una parte il disegno di Pasolini si rifà a Filippo De Pisis e Giorgio Morandi, artisti da lui molto apprezzati, con però una nota costruttiva più forte e decisa, realista. Dall’altra la sua sperimentazione materica lo pone già concretamente “in avanti” rispetto al periodo, con una volontà che spiega lo stesso Pasolini per mezzo della figura di Pietro, l’artista protagonista del suo Teorema (1968), il quale «prova nuove tecniche, per vedere di superare la vergogna delle tecniche normali. Ha intorno, in disordine, mescolati senza nesso, colori a olio, ad acquerello, a tempera, a pastello: ma ciò che più è impressionante è la presenza di mucchi di materiali tutti trasparenti: cellophane, grosso e leggero, carte veline, garze e vetri».

PASOLINI E CASARSA DELLA DELIZIA.

«ORA TUTTO QUELLO CHE LA CAMPAGNA MI PUÒ DARE LO POSSO AVERE»

Casarsa della Delizia, in Friuli, è il paese della famiglia materna di Pasolini, i Colussi, da lui considerato come un “luogo dell’anima”. Il luogo delle vacanze estive, il rifugio dai tempi della guerra e dai doveri cittadini, quello da cui dovrà dolorosamente sfollare a causa dei bombardamenti (marzo 1945) e poi tragicamente fuggire verso Roma (1950) a causa della denuncia e relativo procedimento penale per atti osceni e corruzione di minore, da cui ne uscì assolto nel ’52. Ma Casarsa è anche lo spazio rigenerante e di prolifica produzione artistica estiva, soprattutto poesia e pittura. Il luogo dove nascono i suoi primi quadri ma anche gli iniziali componimenti poetici in dialetto friulano, Poesie a Casarsa (1942). Pasolini reputa Casarsa come il luogo dove «Cullavo in me un’infinità di teneri proponimenti, amicizie, solitudini ecc. Mi vedo appena sceso dal treno, nella strada tanto famigliare per dove al principio di ogni estate si giungeva alla casa materna: ora il paesaggio era un’immensa piaga luminosa». Un ambiente naturale e sociale che colpisce molto il giovane Pasolini e che lo porterà in futuro, a seguito della crescente delusione, sua come di altri intellettuali italiani, nei confronti del “nuovo” mondo dell’Italia degli anni Cinquanta alle soglie della cultura di massa, del potere del consumismo e della crisi dell’impegno marxista, a rileggere il mondo rurale e contadino come l’emblema perduto di una società migliore, superata da quella che lo stesso Pasolini definisce come «mutazione antropologica» che è anche, in estrema sintesi, fenomeno di «omologazione culturale totale» e di «conseguente genocidio culturale» (nel virgolettato ancora definizioni di Pasolini). Prova concreta e vitale il suo pensiero sull’argomento pubblicato sulle pagine di importanti quotidiani nazionali e poi raccolte in Scritti corsari (1975) e nel postumo Lettere luterane (1976). A Casarsa Pasolini vive quasi in isolamento familiare rispetto ai periodi di studio e lavoro passati, in questi anni Quaranta, a Bologna. «A Casarsa vivevo in un ozio, dove tutte le mie crisi “poetiche” e “morali” trovavano un terreno propizio. A parte (poche) ore dedicate alle amicizie paesane, che tanto mi vellicavano il cuore ancora ben munito di gioia e bontà verginali, e le (poche) ore dedicate alla poesia, tutte le altre erano impegnate all’attesa e alla ricerca dell’amore».

ANCORA CASARSA DELLA DELIZIA. OPERE DA CASA COLUSSI

Grazie alla collaborazione con il Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia e con la Regione Autonoma Friuli Venezia-Giulia, per la prima volta al di fuori del contesto friulano, è inserito in mostra un nucleo composto di opere di Pasolini degli anni Quaranta. Opere restaurate di recente ed esposte in maniera permanente a Casa Colussi, oggi sede stessa del Centro Studi. Opere, quindi, presenti nel luogo di nascita della madre di Pasolini, Susanna Colussi, nel luogo dove Pasolini ha trascorso la sua gioventù, dove ha mosso i primi passi artistici. Luogo di esperienze, di formazione e di emancipazione culturale che, così come Pasolini lo descrive in Un paese di temporali e di primule – scritti che vanno dal 1945 al ‘51, pubblicati postumi nel 1993 – sembra partire proprio da «quel momento imprescindibile del mio arrivo a Casarsa (…). Sapevo che in quei prati favolosi un altro “presente” mi avrebbe gettato nelle sue possibilità infinite, benché io, vestito di verde con la cartella in mano, fossi per camminare sopra certi determinatissimi fili d’erba, certo determinatissimo fango. Seduto sulla dura panca, guardavo il paesaggio veneto, e quel verde rosicchiato dall’autunno, quelle case isolate dove si diceva “pare”, “mare”, “fradèo”, “gèrimo”, “l’è morto” … entravano nel buio dietro a la mia schiena, sfiorandomi appena l’occhio impotente». In Casa Colussi, oltre ai dipinti di Pasolini, sono custoditi anche manoscritti delle sue opere a stampa del periodo friulano e le prime edizioni a stampa delle sue opere successive. La ricostruzione documentale non marginale del mondo artistico di Pasolini, di cui la pittura ne diventa in qualche modo il fattore dominante. Estrapolate da tale contesto le opere esposte diventano vera e propria caratterizzazione visiva del mondo creativo del giovane Pasolini. Di quello familiare, con i ritratti della madre e della cugina Franca, volti che molto spesso ritornano nelle sue opere, i corpi di giovani ragazze e ragazzi, un ragazzo che dipinge (un autoritratto?) metafora del medesimo impegno creativo di Pasolini in questi anni, quando, come ricorda nel 1991 il cugino Nico Naldini, anch’esso poeta e pittore, «Per molti anni è stato attratto dall’idea di diventare pittore, unendo magari strettamente l’attività pittorica e quella poetica. Cominciò a dipingere a Casarsa nel 1941: quadri dipinti a olio e con l’acquaragia secondo le antiche ricette degli impressionisti. Come un vero vedutista usciva di casa con il cavalletto e la cassetta dei colori legati alla canna della bicicletta e si inoltrava nei campi che circondano il paese».

PASOLINI E FABIO MAURI. ORIGINARIE PROSPETTIVE VISUALI

In un percorso espositivo definito dalla ricostruzione delle peculiarità pittoriche di Pasolini, non poteva essere dimenticato il rapporto con Fabio Mauri, un rapporto che va sicuramente definito come di “consanguineità” creativa, inseribile nella tradizionale categoria di “discepolo-maestro”. L’incontro fra i due è situabile all’inizio degli anni Quaranta, a Bologna, intorno alla rivista mensile «Il Setaccio». Un giornale, come scrive Pasolini, «non (…) per giovani, ma di giovani», rivista ufficiale della Gioventù Italiana del Littorio. «Il Setaccio» inaugura a novembre del 1942 con un disegno di Pasolini in copertina e continuerà ad essere pubblicato fino al maggio ’43, riportando spesso, al suo interno numerosi disegni e scritti sia di Pasolini che di Mauri. Un rapporto intenso, continuo, con toni forti e a volte intransigenti soprattutto da parte del “più grande” Pasolini (nato nel 1922) che stimola alla disciplina del lavoro creativo ed editoriale il “più giovane” Mauri (nato nel 1926). La pittura dei due artisti in questo periodo va comunque al di là dell’esperienza de «Il Setaccio», costruendo da una parte le basi per il futuro artistico di Mauri e consolidando, dall’altra, il segno grafico di Pasolini. Si veda il confronto diretto dei disegni dei due artisti in questo periodo, quelli di proprietà di Pasolini e ora al Gabinetto Vieusseux di Firenze, con quelli ritrovati ed esposti grazie alla collaborazione con l’Archivio Fabio Mauri di Roma. Si tratta di scelte stilistiche che caratterizzano già in concreto la pittura di Pasolini, delineandola anche per i decenni successivi, e che invece Mauri segue fino quasi alla fine degli anni Cinquanta, prima del suo azzeramento della pittura e dei suoi iniziali Schermi monocromi (dal 1957). Ma fra gli anni Quaranta e Cinquanta la consequenzialità stilistica fra i due artisti resta notevole, come dimostrano anche le opere esposte alla prima personale di Mauri a Roma, alla Galleria L’Aureliana (10-21 giugno 1955). Ad accompagnare il dépliant la presentazione di Pier Paolo Pasolini, il quale coglie acutamente quel senso della deformazione segnica, di carattere espressionista, eseguita da Mauri nella sua pittura, il quale, circa 20 anni dopo questa mostra, a riprova di un’amicizia ancora in atto, coinvolgerà lo scrittore e regista nell’azione Intellettuale, nella quale, in occasione dell’inaugurazione della nuova Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, il 31 maggio 1975, sulle scale esterne dello museo, il corpo di Pasolini viene trasformato in uno schermo umano su cui è proiettato il suo film Il Vangelo secondo Matteo (1964). Il film scorre sul corpo, fattosi schermo, di Pasolini che resta seduto su una sedia, fermo, immobile. E il corpo si fa storia evangelica tramite l’arte, ricostruita dall’uomo per l’uomo. Riflessione stessa di quel corpo pubblico di Pasolini, da sempre in mostra, fino alla sua tragica fine (2 novembre 1975) avvenuta solo pochi mesi dopo l’azione di Mauri e che rimarrà forte e indelebile nella mente dell’artista, tanto da ispirargli un ricordo “d’arte” vivo e possente, Fabio Mauri e Pier Paolo Pasolini alle prove di “Che cosa è il Fascismo” 1971 (2005), un’opera emblematica e rappresentativa di un rapporto mai spento nel tempo, con quella voce di Pasolini che legge La Guinea, riempiendo fisicamente la struttura stessa ideata da Mauri.

I “RITRATTI DELL’ANIMA”, ALTRI VOLTI (E SEGNI)

Determinante fil rouge della mostra è sicuramente il corpo, e nello specifico il volto, che nella ritrattistica Pasolini studia nella sua definizione fisionomica per poi (ri)costruirlo o destrutturarlo attraverso un disegno e una tecnica sempre precise che bene evidenziano la conoscenza delle tecniche artistiche da parte di Pasolini ma anche la sua volontà di costruzione di un proprio mondo estetico, multilinguistico, dove il dipingere, come lo scrivere, il girare film, diviene manifestazione dell’opera che era lui stesso e la sua arte. A partire da quella serie di Viso maschile o Testa maschile, ai quali è difficile accostare oggi il nome del rappresentato ma che, per la loro qualità grafica e i particolari fisionomici, bene specificano la peculiarità e unicità di essere ritratti di un personaggio reale, non ancora identificabile. A questi vengono abbinati quella serie che possiamo considerare, fra gli anni Quaranta e Settanta, come ritratti amicali e familiari – gli amici friulani Augusto e Tonuti, il cugino Nico Naldini, la madre Susanna, la cugina Franca – e la serie che abbiamo definito come «Ritratti dell’anima», di cui fanno parte molti protagonisti del mondo artistico di Pasolini – Giovanna Bemporad, Federico De Rocco, Giuseppe Zigaina – oltre a quello cinematografico – Laura Betti, Franco Citti, Ninetto Davoli – con un’attenzione particolare ai ritratti dell’amico poeta Andrea Zanzotto, di cui sono stati recuperati, grazie alla collaborazione con l’Archivio Giuseppe Zigaina, esemplari dove si può ammirare proprio l’abilità della sperimentazione cromatica di Pasolini. Distinta riflessione verso i ritratti di due dei protagonisti del mondo culturale e artistico di Pasolini: Ezra Pound e Maria Callas come Medea. Ritratti che danno vita a una “mostra nelle mostra”, grazie ad una ricostruzione delle fasi di realizzazione e delle potenzialità d’investimento creativo e tecnico che Pasolini stesso mette in atto. Un posto a parte è definite dalla serie di ritratti dedicata a Roberto Longhi, il Maestro riconosciuto da Pasolini, fin dagli anni degli studi universitari a Bologna (1940-41). In seguito, Pasolini manifesta il proprio debito con Roberto Longhi dedicandogli Mamma Roma (1962) e, oltre 10 anni dopo, recensisce per «Tempo» (8 gennaio 1974) l’antologia di saggi longhiani Da Cimabue a Morandi (Milano, Mondadori, 1973) dov’è inserita in copertina una fotografia in bianco/nero con Longhi ripreso di profilo. Fotografia che colpisce Pasolini, oltre ovviamente alla lettura di quegli scritti ma anche alla memoria di quei lontani anni formativi, tanto da fargli dipingere, fra il 1974 e il ’75, una serie di ritratti del Maestro, per mezzo della quale interpreta – reinterpreta – quasi maniacalmente il profilo di Longhi pubblicato nella copertina. Sono disegni di vari formati, dal tratto denso e pregnante, veloci ma ben costruiti, minimali nella loro singolarità ma proficui per quanto riguarda lo studio della sua ritrattistica di questo periodo, elaborata su variazioni grafiche che sanciscono e definiscono gli stessi ultimi anni della pittura di Pasolini.

DALLE STANZE DI PASOLINI

Grazie alla collaborazione con l’Archivio di famiglia vengono presentate per la prima volta in una mostra un’accurata selezione di opere d’arte contemporanea di proprietà di Pier Paolo Pasolini. Dalle stanze della sua casa al museo, con l’intento sempre di cercare di sottolineare come certe passioni artistiche e stilistiche hanno attraversato la vita e la pittura di Pasolini, così come i suoi scritti d’arte e le stanze delle sue diverse case romane. Molte di queste opere sono frutto di regali di amici-artisti, ad esempio Anna Salvatore, Renato Guttuso, Carlo Levi, oppure scambi di opere con altri artisti-amici, come nel caso di Giuseppe Zigaina che a sua volta possedeva numerose opere di Pasolini. Altre invece sono il frutto di omaggi di persone che volevano in qualche modo ringraziare l’artista di collaborazioni, suggerimenti, aiuti, come per le litografie di Henry Matisse e di Massimo Campigli. Senza dimenticare le opere già presenti nella collezione di famiglia così come gli acquisti personali di un artista che ha sempre considerato l’arte figurativa e la realtà espressa da questa come una delle espressioni più alte della linguistica e dell’estetica contemporanea. Come minimale riprova di tale considerazione i ritratti fotografici di Pasolini realizzati da Sandro Becchetti nelle abitazioni romane dell’artista. In quelle stanze di vita quotidiana, studio e creatività, Becchetti lucidamente documenta gli spazi domestici di Pasolini, con alle pareti dipinti dell’artista stesso ma anche le opere d’arte della sua collezione, a riprova di un gusto che Pasolini stesso trasferiva dal privato al pubblico.

NEL VOLTO DI PASOLINI

Il ritratto è sicuramente il genere artistico che ha caratterizzato di più l’evo moderno e contemporaneo dell’arte occidentale, attraverso una serie di fondamenti che si possono focalizzare in due elementi primari: nell’individuazione della caratterizzazione fisionomica e nell’ansia del ritrattista di entrare “dal vivo” nella storia del rappresentato. Senza dimenticare il senso del ricordo, della memoria, ma anche “del fermare il tempo” «nel volto». Dal volto di Pasolini ritratto da sé, inserito in apertura della mostra, a quello stesso volto ritratto da altri artisti, amici per lo più, che vanno a chiudere la mostra stessa, nella determinazione di un percorso comune, un ideale comune, fra ritratto e ritraente. Come nel caso, ad esempio, dell’opera di Carlo Levi, dal segno deciso e inconfondibile. Levi ritrae Pasolini altre volte, con Franco Citti ad esempio, in un disegno per la sovraccoperta dell’edizione a stampa della sceneggiatura di Accattone che Pasolini prepara, nel 1961(Edizioni FM). Di estremo interesse il particolarismo anche psicologico del volto di Pasolini realizzato da Ennio Calabria, il quale ritornerà più volte su quei tratti, a sancire quindi uno studio continuo sul personaggio, anche in serie serigrafiche più recenti, in una dimensione d’investigazione e specificità fisionomica tipica dell’investigazione mnemonica e grafica dell’artista stesso. Gli artisti presentati in mostra ovviamente vanno considerati come un minimale – indicativo – viatico all’interno della ritrattistica su Pasolini che ormai ha raggiunto vette quantitative ineguagliabili per la memoria di qualsiasi altro artista del Novecento. Un viatico incardinato sulla ricerca di un volto, ormai conosciuto mondialmente, che artisti amici o solidali hanno percorso fra XX e XXI secolo. Eccezionalmente in prestito dalla Fondazione Cineteca di Bologna i due ritratti di Pasolini realizzati in tempi e stili molto diversi, quello di Renato Guttuso, del 1976 e di Mario Schifano, del 1985. Ancora più eccezionale la presenza del ritratto di Pasolini creato da Milo Manara, un’opera molto potente sia nella definizione grafica che nell’iconicità del rappresentato. A chiusura della sezione possiamo considerare un ritratto “altro” anche la performance di Fabio Mauri Intimità di Pasolini (2005), nella quale l’artista ricorda gli anni di amicizia, solidarietà e condivisione artistica passati a Bologna con Pasolini, in un ricordo trasformato appunto in performance e messo in scena dallo stesso Mauri a 30 anni dalla scomparsa del famoso regista-scrittore.

IL NOVECENTO DI PASOLINI

La passione per l’arte da parte da Pasolini risulta ormai come uno degli argomenti più dibattuti e analizzati, soprattutto per quanto riguarda il versante filmico. I Primitivi trecenteschi, Piero della Francesca, il Manierismo, Caravaggio, solo per ricordarne i più approfonditi. Nel contesto di Pasolini pittore diventa invece sostanziale verificare il rapporto di conoscenza e scrittura d’arte di Pasolini sulla contemporaneità, il Novecento quindi, attraverso le opere di artisti italiani di cui Pasolini ha scritto e indagato. Si è cercato di comporre una mappa visiva costruita proprio attraverso le opere di alcuni di questi artisti presenti nelle collezioni d’arte della Sovrintendenza Capitolina, iniziando dal Ritratto di Longhi (1924) di Amerigo Bartoli Natinguerra. Lo storico e critico d’arte Roberto Longhi rappresenta per Pasolini un vero e proprio Maestro, riconosciuto dall’artista stesso negli anni, a partire dalle sue lezioni seguite da Pasolini all’Università di Bologna (1941-42). Ma Longhi è anche, negli anni Venti, l’appassionato esegeta e mentore della cosiddetta Scuola di via Cavour a Roma, Mario Mafai, Scipione e Antonietta Raphäel, in questo contesto considerati soprattutto per l’espressionismo del loro stile che influenzerà anche la pittura di Pasolini. Dei primi due artisti in particolare ne scriverà fin dal 1943 sulle pagine della rivista bolognese «Il Setaccio», considerandoli, insieme ad esempio a Franco Gentilini, Virgilio Guzzi e Renato Guttuso come le «vere espressioni» di rinnovamento dell’arte italiana. All’interno di questa prospettiva rientra anche Afro, conosciuto dallo scrittore e regista negli anni Quaranta in Friuli, considerato per l’alto valore tonale della sua stessa pittura, in una «combinazione che pur nel suo rigore ha un fantastico dovuto ai profitti della sontuosa materia di fonte mafaiana (romana)» (1947). Questo del tonalismo, matrice espressiva che parte proprio dalla Scuola di via Cavour per invadere molta Scuola Romana degli anni Venti-Cinquanta, si pone come vera e propria guida delle passioni e degli scritti di Pasolini su Carlo Levi, altro suo amico, e Lorenzo Tornabuoni, artista proveniente dall’influenza pittorica di Armando Spadini e ancora quindi dal cromatismo espressivo romano. All’interno di questo contesto dobbiamo ricordare Carlo Carrà, Filippo de Pisis e Giorgio Morandi, parti integranti dell’argomento della tesi di laurea che Pasolini propone a Longhi nell’estate del ‘42: «(…) sull’odierna pittura italiana (intorno a cui possiedo già una preparazione abbastanza approfondita, quasi appassionata)». La bozza dei primi capitoli della tesi andò persa dallo stesso Pasolini nei giorni dell’armistizio dell’8 settembre del ’43. Per tornare alla pittura contemporanea, oltre al tonalismo e all’espressionismo, ricordiamo il realismo, altro stile definito nella pittura di Pasolini e affrontato nei suoi scritti sull’arte. Quelli in particolare su Guttuso e i suoi epigoni anni Quaranta-Cinquanta, come nel caso di Renzo Vespignani o dei suoi amici, fin dagli anni Quaranta friulani, Giuseppe Zigaina e Federico De Rocco. Ancora sull’onda lunga del realismo ricordiamo la scultura di Giacomo Manzù – «produttore di arte libera», come scrive Pasolini nel 1943. Padre riconosciuto della corrente realista perseguita anche dalla pittura di Pasolini, è sempre Guttuso, del quale Pasolini ad esempio, anche in relazione ai soggetti affrontati, esalta l’uso del colore rosso, considerato per la sua forza pittorica così come simbolo politico. Siamo negli anni Cinquanta-Sessanta, altresì definiti, nel mondo dell’arte romana ma non solo, dalla polemica fra realisti e astrattisti che coinvolse anche Pasolini e che lo porterà, ad esempio, a chiudere i rapporti con Toti Scialoja, di cui apprezzava le prime soluzioni figurali espressioniste e poco l’espressionismo astratto della metà degli anni Cinquanta e ancora meno le successive Impronte gestuali. Una polemica che chiude questo ideale cerchio novecentesco pasoliniano e che, fra la fine anni Sessanta e la metà dei Settanta, si apre verso nuovi fronti, fra controversie stilistiche e critica militante, con Pasolini schierato contro, ad esempio, l’arte concettuale così come la Pop Art, esplicito segno, per l’artista, del dilagare coerente del capitalismo e della mercificazione di massa.

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Testi e foto da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura

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