Bosch, Ernst e Michelangelo al Palazzo Reale di Milano:

quattro secoli di arte tra inquietudine, allegorie e meraviglia

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Da diversi anni il Palazzo Reale di Milano si propone come il più interessante contenitore culturale del capoluogo lombardo: molte e pregiate sono le mostre che, nelle ultime due decadi, vi hanno trovato ospitalità, talvolta in contemporanea grazie al gran numero di aree espositive presenti al suo interno. In effetti le monografiche attualmente in corso sono ben tre: all’occhio del visitatore occasionale o disattento, ciascuna di esse potrebbe apparire fin troppo diversa dalle altre due, tanto nella periodizzazione quanto nei linguaggi artistici presi in esame; eppure, visitandole (preferibilmente a distanza ravvicinata), emergono incredibili affinità tra i tre protagonisti, tali da creare un percorso di visita sorprendentemente armonioso.

Bosch e un altro Rinascimento a Palazzo Reale di MilanoÈ stata inaugurata il 9 novembre e proseguirà fino al 12 marzo 2023 Bosch e un altro Rinascimento, la retrospettiva-evento dedicata a uno degli artisti fiamminghi più noti e amati, Hieronymus Bosch. Il nome di questo pittore, vissuto nella prima metà del secolo XVI, evoca un intero universo popolato di esseri deformi e grotteschi, carico di sinistre allegorie e avvolto in un’oscurità occasionalmente squarciata da fiammate lontane; la mostra nasce con l’ambizione di dare nuova lettura a questo peculiare linguaggio.

Bosch e un altro Rinascimento, mostra a Palazzo Reale di Milano

Rimarrà forse deluso chi si approccia a questa mostra con la speranza di trovarci un gran numero di opere del Maestro olandese: nella pur nutrita esposizione, solo una manciata sono certamente attribuibili alla sua mano. Questa circostanza riflette in realtà la situazione generale del corpus boschiano, per molti versi ancora da indagare; al tempo stesso, tuttavia, risponde a precise esigenze scientifiche e museologiche. Le nove sezioni in cui si articola la mostra delineano un percorso al tempo stesso cronologico e tematico: si parte dalle fondamenta genetiche del linguaggio di Bosch, riscontrabili nella produzione fiamminga e miniaturistica del cinquantennio precedente al suo esordio, per poi mettere in evidenza la fortuna che esso ebbe non in patria, ma nel bacino del Mediterraneo e perfino in Sud America, anche grazie a una sapiente commistione stilistica, fino alle soglie dell’età Barocca; attraverso questa disamina vengono inoltre messi in luce alcuni aspetti in netto contrasto con l’idea che tradizionalmente si ha del Rinascimento.

Sono questi i secoli in cui il contrasto tra moralismo e libertà intellettuale genera i mostri che adombreranno i secoli a venire: la celebrazione dell’umano crea la diffidenza (e l’attrazione) verso il disumano, l’esaltazione della ragione porta all’indagine sull’inconscio; sono gli anni in cui la stregoneria è materia di studio, in cui il Giudizio Universale è al tempo stesso oscuro monito e fascinazione artistica; sono gli anni in cui alle suggestioni ariostesche si affianca l’Hypnerotomachia Poliphili, l’opera che maggiormente incarna i lati oscuri (e finora poco indagati) del Rinascimento. Allo stesso modo, le audaci architetture nei dipinti di Bosch fanno da contraltare al geometrico rigore delle costruzioni fiorentine; i suoi personaggi, provenienti dai recessi dell’incubo, esaltano il lato più istintivo dell’animo umano, e non la sua invincibile razionalità: è questo l’altro Rinascimento richiamato dal titolo della mostra.

Circa quattro secoli dividono Bosch da Max Ernst, protagonista della mostra ospitata nel Palazzo Reale fino al 26 febbraio 2023. Contemporaneo di Picasso, Dalì e Magritte, Ernst fu come loro protagonista del primo ‘900, ma al contrario dei suoi colleghi egli preferì l’eclettismo allo sviluppo di un linguaggio riconoscibile: le sue opere sono tutte profondamente diverse tra loro per stile, linguaggi e materiali adoperati; d’altronde Ernst fu pioniere di espedienti innovativi per l’epoca come il frottage e il collage, da lui spesso combinate alle tradizionali tecniche di pittura e scultura.

Max Ernst a Palazzo Reale di Milano

La monografica su Ernst, la prima a lui dedicata sul suolo italiano, conta circa 400 opere quasi esclusivamente autografe, ripartite in nove sezioni che ripercorrono la sua avventurosa carriera e al contempo ricostruiscono la sua debordante personalità. Visitando la mostra si passa quindi con nonchalance da opere di stampo prettamente surrealista ad altre di gusto cubista, fino a raggiungere le inquietudini della mezza età che, nel caso di Ernst, coincise con i prodromi della II Guerra Mondiale.

Oedipus Rex di Max Ernst  a Palazzo Reale di Milano
Oedipus Rex, 1922
Olio su tela, 93 x 102 cm
Collezione privata, Svizzera
Album / Fine Arts Images /
Mondadori Portfolio
© Max Ernst by SIAE 2022

E qui si arriva ai primi sorprendenti esiti della giustapposizione delle due mostre. Pur distanti tra loro per linguaggio e cronologia, Bosch e Ernst condividono un immenso patrimonio di simboli e allegorie: impossibile, ad esempio, ignorare la somiglianza tra le dita trafitte da una morsa di Oedipus Rex, che apre la mostra di Ernst, con le orecchie tagliate da una lama del boschiano Trittico delle Delizie (il cui pannello centrale è presente in una copia coeva); allo stesso modo, nei dipinti di entrambi gli artisti si possono osservare colibrì, civette, upupe e altri volatili ingigantiti o minuscoli, impegnati in attività non convenzionali e carichi di un simbolismo difficile da sciogliere.

Impossibile, infine, non ravvisare nell’Angelo del Focolare, l’opera scelta come immagine rappresentativa della mostra di Ernst, chiari rimandi ai giganti della Visione di Tundalo di Bosch: in entrambi i casi le mostruose deformità incarnano le inquietudini interiori dei due artisti, pur in contesti storico-sociali profondamente diversi.

Quanto scritto finora basterebbe a giustificare una visita congiunta delle due esposizioni; eppure a fungere da ulteriore, inaspettato trait d’union tra esse è la terza e ultima mostra, dedicata alle Tre Pietà di Michelangelo, in programma fino all’8 gennaio 2023.

Le Pietà di Michelangelo, a Palazzo Reale di Milano

Nella celebre Sala delle Cariatidi trovano ospitalità i calchi in gesso dei tre capolavori dello scultore fiorentino: la celebre Pietà Vaticana, la mutila Pietà Bandini e l’incompiuta Pietà Rondanini. Il visitatore viene accolto da un suggestivo videomapping volto a disvelare una dopo l’altra le tre sculture e i molti particolari che l’illuminazione fissa museale non consente di apprezzare appieno; terminata l’introduzione, si può visitare liberamente la mostra e ammirare i tre gruppi scultorei da vicino e girando loro attorno a 360° (cosa molto difficile per la Bandini e per la Vaticana addirittura impossibile).

Le pietà di Michelangelo  a Palazzo Reale di MilanoLa compresenza delle tre riproduzioni permette di riassumere in una sola occhiata l’intera carriera di Michelangelo: si passa dalla composizione meditativa e posata della Vaticana al fremente dinamismo della Bandini, per finire col tormento interiore ravvisabile nella Rondanini. La stessa Sala delle Cariatidi, danneggiata dai bombardamenti del 1943 e mai del tutto ricostruita, diventa parte integrante dell’esposizione: i telamoni in frantumi sembrano far da eco al non-finito michelangiolesco, mentre gli enormi specchi alle pareti riflettono mille volte le Pietà creando scenografie involontarie ma di notevole impatto.

Le Pietà di Michelangelo

Cosa lega Le Tre Pietà alle altre due mostre? Asserire che la personalità straziata di Michelangelo si accosti con facilità alle stravaganze di Bosch ed Ernst sarebbe giusto, ma riduttivo. La possibilità di osservare le tre sculture in simultanea offre invece l’occasione di soffermarsi sull’essenza stessa della loro composizione: le figure di Gesù e Maria esprimono visioni differenti (ma identiche nella sostanza) del rapporto archetipico tra la componente maschile e quella femminile dell’animo umano. I volti di madre e figlio, di volta in volta vicini e lontani, sono sempre carichi di una tensione emotiva che riflette quel complesso di Edipo che Max Ernst sublimò nel già citato Oedipus Rex, o in altri dipinti come Festa a Seillans; lo stesso stilema della Pietà fu da reinterpretato dall’artista tedesco ne La Rivoluzione della Notte, che sembra farne un’irriverente parodia. Tutte le opere citate sono presenti nella mostra meneghina.

Nel corso dei decenni in cui si sviluppa l’esperienza michelangiolesca, inoltre, i corpi dei due protagonisti si diluiscono progressivamente l’uno nell’altro fin quasi a costituirne uno solo: la stessa cosa è riscontrabile nei dipinti di Bosch, dove la fusione di corpi maschili e femminili è spesso usata per rappresentare il peccato e le sue conseguenze. Lo si vede chiaramente nel Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio, che apre il percorso espositivo, ma anche nel già citato Giardino delle Delizie; le pulsioni libidinose e le grottesche deformazioni messe in scena da Bosch sono diametralmente opposte alla ieratica compostezza modellata da Michelangelo, eppure gli esiti sono straordinariamente simili. Non è un caso che l’influenza di entrambi i Maestri sia riscontrabile nelle opere di artisti quali El Greco, Gerolamo Savoldo e perfino Tiziano, tutti presenti in catalogo.

Le mostre in corso al Palazzo Reale di Milano costituiscono insieme un’esperienza completa e variegata, che inevitabilmente porta a riflettere su come l’arte trascenda tempi e luoghi e, seppur con le dovute cesure e con manifestazioni diverse, sia sempre in continuità con se stessa; le tre esposizioni chiudono inoltre un 2022 straordinario per il contenitore milanese, e preludono a un 2023 altrettanto memorabile.

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