Artonauti: un album di figurine emozionante ed educativo

Artonauti
ARTONAUTI, le figurine dell'arte

Dal 15 marzo 2019, in edicola, è possibile acquistare un album di figurine davvero emozionante ed educativo: ARTONAUTI! L’album di figurine dell’Arte!

Artonauti
ATTENZIONE! ARTE ALL'INTERNO! (foto Claudia Di Cera)

Accompagnati da Argo il cane (Odisseo ne sarebbe orgoglioso), Ale e Morgana, ragazzi allegri, curiosi, vivaci ed intelligenti compiono un’avventura nella Storia: dalla Preistoria alla prima metà del Novecento, dalle pitture rupestri al pittore Gauguin.

ALE, MORGANA E ARGO in esplorazione di una grotta preistorica con pitture

Il viaggio inizia in una caverna con le pitture preistoriche, continua nel Neolitico, prosegue nell'Antico Egitto, nell'Antica Grecia e nell'Antica Roma, per poi attraccare nel Tardo Antico, ammirando  i mosaici, e quindi approdare all'Arte Medievale con Giotto e il suo cerchio perfetto, mentre Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Raffaello e il divertente Arcimboldo ci accompagnano nel Rinascimento. In seguito conosciamo le artiste donna: Artemisia Gentileschi, Giovanna Garzoni, Marietta Robusti, Elisabetta Sirani, mentre per una breve sosta, il Canaletto ci traghetta a Venezia dal Seicento al Settecento, per poi ripartire alla volta di Parigi dove si parla di particolari voli in mongolfiera. Dal 1874 ammiriamo gli Impressionisti e il pittore amante dei colori Monet, ancora il pittore del movimento Degas e il pittore dello stile del “puntilismo” Seurat. L’olandese Van Gogh ci porta nel suo particolare mondo; il viaggio nella storia dell’Arte si conclude con il francese Gauguin, pittore europeo delle bellezze tahitiane e polinesiane.

GAUGUIN

Degno di nota, oltre all'intera trovata, la sezione dedicata all'arte al femminile.

ARTE AL FEMMINILE: ARTEMISIA
GENTILESCHI
GIOVANNA GARZONI
MARIETTA ROBUSTI
ELISABETTA SIRANI
(foto Claudia Di Cera)

Le figurine sono davvero ben realizzate. Alcune sono una perfetta riproduzione di un'opera d'arte sul fronte, mentre,  sul retro, è possibile leggere la didascalia che spiega l’opera o il reperto archeologico.

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FIGURINA FRONTE:
OPERA D'ARTE (MARIETTA ROBUSTI)
(foto Claudia Di Cera)

 

FIGURINA RETRO:
DIDASCALIA ESPLICATIVA OPERA D'ARTE (foto Claudia Di Cera)

 

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FIGURINA FRONTE:OPERA D'ARTE ( CLAUDE MONET, STAGNO CON NIFEE, ARMONIA IN VERDE) (foto Claudia Di Cera)

 

FIGURINA RETRO: DIDASCALIA ESPLICATIVA OPERA D'ARTE (foto Claudia Di Cera)

All'interno dell’Album troviamo non solo figurine da incollare, ma anche pillole di Archeologia, Storia e Storia dell’Arte, quiz e giochi.

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INIZIATIVE SPECIALI
(foto Claudia Di Cera)

Un grande plauso, dunque, a Daniela Re e Marco Tatarella, ideatori di questo album di figurine!

Non ci resta che attendere, speranzosi, l’uscita di un altro album, auspicando di trovare ancor più arte al femminile.


"Destino", un affresco a colori tenui

Negli ultimi anni anche la letteratura italiana si è interessata al romanzo storico, in particolare alle saghe e alle narrazioni che si estendono lungo un periodo di tempo abbastanza lungo. A questo filone appartiene anche "Destino" di Raffaella Romagnolo, docente e scrittrice. Il romanzo era stato candidato al Premio Strega dal linguista Giuseppe Patota, ma che non è rientrato poi nella rosa dei finalisti.

"Destino" di Raffaella Romagnolo è un romanzo storico che, attraverso due protagoniste femminili forti, come già la scrittrice aveva fatto nel suo libro precedente La Masnà, ci racconta non solo la storia di due famiglie, ma quella del nostro Paese e dei suoi abitanti.

La situazione di partenza è classica (tanto da potervi cogliere un'allusione a Italy di Pascoli): Giulia Masca, una giovane operaia tessile emigrata negli Stati Uniti, torna nella sua cittadina natale nel secondo dopoguerra.

Con questo escamotage narrativo, il romanzo immerge il lettore nella vita di Giulia, dell'amica Anita, che invece è rimasta nel luogo dove è nata, e del fidanzato che Giulia ha lasciato all'improvviso, Pietro Ferro. Le loro storie e quelle dei loro familiari si intrecciano alla storia sociale e politica dell'Italia.

Conosciamo Giulia e Anita mentre partecipano agli scioperi indetti dai socialisti nella filanda in cui lavorano. IPresto, però, per motivi sia intimi che sociali, le vite delle due amiche si divideranno per sempre. Giulia parte, Anita resta. Le sfide e il dolore che le vicende personali imporranno loro, però, farà sì che, pur nella lontananza, entrambe imparino, a carissimo prezzo, a resistere e a essere resilienti.

Quando Giulia prende la via dell'oceano Atlantico, aggiungendosi alla numerosa folla degli emigranti che tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento cercarono fortuna negli Stati Uniti, ci immaginiamo per lei una vita dura, di stenti e privazioni, perché la giovane è povera, disoccupata e incinta, ma ben presto il destino si trasformerà in buona sorte.

Al contrario Anita vive le trasformazioni dell'Italia: la Grande guerra, la nascita e l'ascesa del Fascismo, il disastro di Molare, la guerra e la Resistenza. Tutti eventi da cui Anita imparerà a non farsi travolgere, ma ad accettare e dominare anche nel dolore e nel lutto.

Le protagoniste sono due donne molto diverse, entrambe intraprendenti e forti, Giulia più individualista, Anita, anche per tradizione familiare, più politicizzata, ma non sono solo le loro voci a emergere prepotentemente.

Romagnolo, infatti, intreccia un romanzo corale, al quale, come a un balcone che guardi l'impetuoso fiume della storia del primo Novecento, si affacciano una miriade di personaggi diversi. Forse, dal punto di osservazione del lettore, questi personaggi ci appaiono distanti, nitidi, ma piccoli di statura, quasi un quadro del Tintoretto.

Tutti i personaggi, tranne uno.

Su ogni vicenda del romanzo su ogni persona, infatti, aleggia ineffabile il Destino, che, come già ci propone il titolo, è la vera chiave di lettura del romanzo, è forse il protagonista assoluto della narrazione.

Destino che è forza muta, che orchestra coincidenze, premia e abbatte con apparente casualità, ma facendo sempre collimare ogni frammento. Un Destino che permette anche alle storie di prendere anche sentieri già battuti, perché le storie e la Storia possono anche ripetersi.

Sullo sfondo della narrazione, ad accoglierne la maggior parte dei capitoli come una coperta familiare, troviamo una cittadina immobile nel tempo, il cui toponimo non è mai rivelato. Ma la maestra nel dipingere l'ambientazione piemontese e l'attenzione per il dettaglio paesistico e architettonico è tale che il nome non è necessario per rendere la località palese. Ma il realismo non è chiaramente lo scopo di questo luogo. La città e il suo castello, come un albero ben piantato sull'argine di un fiume in piena, sono il simbolo della resilienza e della permanenza dei secoli: sopravvivono alle due guerre mondiali, ai mutamenti politici, economici e sociali, persino al fango e all'alluvione, mentre tutto intorno, dalle ville dei nobili ai campi dei mezzadri crolla e si trasforma.

La scrittura è  piana, culla chi legge con il sapore di un'antica ninna nanna o di un racconto della nonna, dipingendo un affresco al femminile a colori tenui in cui spiccano ogni tanto, come preziosismi, ma senza ostentazione, frammenti di dialetto o di inglese, in un alternare di registri che rompe la voce del narratore.

Consiglio "Destino" a chi cerca una lettura scorrevole, che permette facilmente di immergersi nella storia, ma che dà della Storia una visione rassicurante e lineare.

Destino di Raffaella Romagnolo
Copertina di Destino di Raffaella Romagnolo

Invenzione a due voci: conversazione con Stefano Corbetta

Una conversazione con l'autore di Sonno bianco (Hacca 2018). Provocazioni, curiosità e divagazioni intorno alla scrittura e alle sue derive. Stefano Corbetta Sonno bianco

Che cos’è la letteratura oggi?

È quello che è sempre stata. I greci avevano l’epica e la mitologia che insegnavano loro il rispetto per gli dei, la convivenza nella città, la lealtà verso la famiglia, la stima per il nemico, l’ineluttabilità del destino. Noi non abbiamo più dei cantori, ma abbiamo ancora delle storie ed è evidente che il modo in cui possiamo raccontarle è influenzato dal tempo in cui viviamo, che lo si guardi da un punto di vista strettamente culturale, ma anche politico o sociologico. La letteratura, insomma, ci rende umani, e questo supera ogni tempo.

Lettura e scrittura: perché scrivere in un momento in cui si legge sempre meno? Per chi scrivere?

Si continua a scrivere per la stessa ragione per cui la medicina e la scienza progrediscono mentre gli uomini continuano a morire. Ci dicono che l’editoria è in crisi, che le persone leggono sempre meno, apriamo il quotidiano e leggiamo che la politica taglia i fondi per la cultura e via dicendo. Ma il punto è che scrivere, così come fare musica, teatro, arte, è un atto profondamente narcisistico – e quindi per sua natura prescinde dal grado di diffusione che riesce a raggiungere – e tuttavia mantiene un’accezione universale. Si scrive per se stessi, si scrive per comprendere il mondo, ma anche per metterlo in discussione; si scrive perché una storia, allo stesso modo in cui fa il mito, pone domande, e cerca di dare risposte. In altre parole, non mie, ma di un gigante come Igor Stravinskij, si fa arte – per lui era la musica, ovviamente – per il bisogno che abbiamo di far prevalere l’ordine sul caos. E mi sembra un’ottima ragione.

Lettura: quanto influisce sulla tua scrittura? Ritieni che sia un’attività imprescindibile o che al contrario possa inficiare, influenzare e rendere meno autentica la scrittura?

Io credo di essere stato influenzato più dall’immaginario dei romanzi che ho letto che non dalla scrittura in senso stretto. E credo anche che su di me abbiano avuto un impatto decisivo la lettura di saggi e la pratica del teatro, forme molto lontane dai meccanismi che entrano in gioco quando si costruisce una storia, qualunque sia la sua genesi. Penso al Mito di Sisifo di Camus, a La camera chiara di Barthes o ad alcune cose di Girard, e nel teatro alle improvvisazioni che si è soliti fare durante i training. Oltretutto c’è una questione che riguarda il processo imitativo, e su questo sono d’accordo con te: la scrittura di chi amiamo può ingannare, nel senso che il rischio, più o meno consapevole, potrebbe essere quello di non riuscire a far emergere la propria voce perché imbrigliata in un modello di riferimento da cui non riusciamo a distaccarci. Quindi sì, la lettura può in alcuni casi rendere meno autentica la scrittura, che è un processo creativo complesso, e solo in parte razionalizzabile, che richiede senz’altro controllo, ma non troppo.

Come sei approdato alla scrittura?

Ho iniziato a scrivere senza nessuna velleità di pubblicazione, non mi sono mai interessato al mondo editoriale. A un certo punto mi sono trovato a dare voce a delle immagini, a volte a dei personaggi, ma non ho mai ragionato in termini di trama. Parlo di immagini mentali che talvolta sono riuscito a ricondurre a esperienze vissute in prima persona e che altre volte invece non avevano nessuna connessione con una mia esperienza diretta, o comunque consapevole. Ho suonato jazz fino a quarant’anni, leggevo molto, certo, ma facevo esperienze collaterali non legate al mondo letterario (il teatro di cui accennavo prima), per cui i miei riferimenti sono sempre stati soprattutto extraletterari, diciamo così.

I modelli hanno ancora senso nella letteratura contemporanea? Se sì, quali? Esiste ancora un canone letterario a cui guardare o da rispettare?

L’unico rispetto di cui dovremmo preoccuparci è quello per l’autenticità di ciò che facciamo. Il discorso del canone letterario è talmente vasto che rischieremmo di non uscirne più, e poi a essere sincero io non credo proprio di essere all’altezza per sostenere una discussione su questo argomento. L’unica cosa che posso dire è che un canone letterario esiste per i classici, perché per costruire un canone serve mettere del tempo tra la contemporaneità e l’opera. Quindi un classico è tale se resiste alla prova del tempo. Esistono certamente dei contemporanei cui guardare, e sono tantissimi, anche se non sono ancora canonizzati. Forse si può dire che nella contemporaneità il canone sia più fluido e che ogni scrittore si costruisca il proprio. I modelli hanno sempre senso, credo sia impossibile non averne, si impongono, in qualche modo. E poi non si può creare niente dal nulla. Senza i modelli non esisterebbero le avanguardie, perché per rompere la tradizione e innovare bisogna conoscere ciò che c’è stato prima. A ben guardare, in realtà, anche questi fenomeni di rottura o sfumano dopo una prima fase di sperimentazione, o si strutturano creando un nuovo modello pronto a sua volta per essere infranto da una neoavanguardia successiva.

Come nasce l’idea di un romanzo? Come si struttura? Come si stratifica?

Nel mio caso è sempre un’immagine, o almeno è stato così finora, che poi significa uno o più personaggi nel contesto di quella specifica immagine, della loro insistenza a voler farsi raccontare. Parlo di insistenza perché bisogna essere consapevoli che scrivere un romanzo significa investire una quantità enorme di tempo ed energie in quella storia e credo non sia conveniente farlo se non si è certi di potersi fidare della tenuta di quel personaggio. Il che non significa che il personaggio sia autonomo rispetto alla volontà dello scrittore, ma è indubbio che una sua tendenza a sfuggire dalla penna sia normale, anzi, direi augurabile. Il mio lavoro consiste poi nel capire quale sia all’interno dell’immagine l’elemento che più racconta. Barthes lo chiamerebbe il punctum. Normalmente è un dettaglio apparentemente insignificante ed è facile che possa sfuggire. Per questo motivo aspetto settimane prima di iniziare a cercare di costruire la storia. Una volta preso atto che racconterò a partire da quell’immagine, inizio a farmi tante domande su cosa sia successo prima di quell’attimo catturato nella fotografia e cosa sia successo dopo. A quel punto identifico una linea narrativa e di pari passo mi documento nel caso in cui io debba raccontare di qualcosa che non conosco. Nel caso di Sonno bianco si è trattato di riprendere il tema del doppio e di indagare cosa fosse la condizione di stato vegetativo, che nel romanzo è solo un’arteria laterale e che spesso viene invece percepito come il fulcro della storia. La stratificazione la fa il tempo, ed è la parte più piacevole, perché è il momento in cui vai a camminare e pensi a tutto fuorché alla storia.

La giornata di uno scrittore: rituali, tic, manie, ossessioni, disciplina o autarchia?

Scrivo di notte perché durante il giorno faccio un altro lavoro, senza contare le energie da dedicare alla gestione familiare, per cui direi che non ho spazi per tic e manie legate alla scrittura. Quello che faccio è semplicemente mettermi alla scrivania quando sono abbastanza sicuro di non essere disturbato e provare a tenere la concentrazione per un numero sufficiente di ore, di solito tre o quattro. Mi capita anche di dover scrivere su un taccuino che porto sempre con me, di solito annoto indicazioni per una scena che poi svilupperò la sera stessa. A volte scrivere “di getto” e senza troppi freni è utile; a volte invece bisogna misurare ogni parola. In ogni caso, come in tutte le cose, tanta disciplina, tanto confronto, tanto lavoro.

È possibile secondo te “costruire” un successo letterario? Se sì, quali sono gli ingredienti necessari? Qual è il tuo rapporto con il successo?

No, non credo sia possibile. Un successo letterario è spesso imprevedibile e dipende da tanti fattori. I casi letterari più importanti degli ultimi anni sono diventati tali grazie al passaparola, pubblicati da case editrici di medie dimensioni, al di fuori dei grandi gruppi editoriali e senza enormi investimenti alle spalle. Penso a Stoner di John Williams, a un titolo come L’eleganza del riccio o a Kent Haruf, che era stato già pubblicato in Italia diversi anni fa prima di tornare in libreria per i tipi di NN. Perché hanno venduto centinaia di migliaia di copie? Credo che nessuno possa dirlo con certezza. Quello che invece può accadere è che da un caso editoriale si crei un nuovo filone, probabilmente accadrà qui da noi con la Ferrante. Gli ingredienti? Non so, forse c’era già tutto in Dostoevskij, Poe e Kafka, si tratta di capire come raccontarli nel nostro tempo. Il successo? Io sono contento di avere la possibilità di scrivere ed essere arrivato dove sono, pubblicando con una casa editrice come Hacca, avere lettori che mi contattano dopo aver letto Sonno bianco per il desiderio di dirmi cosa sia stato il romanzo per loro. Per me questo è un traguardo importante. Porto avanti una mia idea di narrativa, cerco di essere onesto in questo. Il resto conta meno.

Come è cambiato il rapporto con i lettori nel mondo della comunicazione social? La rete è una protezione o una trappola?

La rete non è né una protezione né una trappola, forse è soltanto un nuovo mezzo di comunicazione che dobbiamo imparare a padroneggiare. Non so, dipende da come la si usa. La mia impressione è che sia una grande opportunità. Ho conosciuto persone che condividono con me una certa idea di letteratura, con alcuni di loro ci siamo incontrati, ho letto libri che non avrei mai avuto l’occasione di leggere, insomma, ho imparato delle cose. Poi c’è il lato più delicato, che è quello rappresentato dal pericolo di farsi fagocitare nell’ottica di una maggiore visibilità. E poi ho scoperto una cosa curiosa: il come ci si pone in ambito social non è così distante poi da come si è nella realtà. Non dico che sia una forma di conoscenza, ma credo che questo non-luogo abbia il potere di svelare comunque una parte non irrilevante di noi, al netto di troll, gattini e selfie. A parte questo, i social network permettono un rapporto con i lettori più diretto. Non so se questa sia una buona cosa, ma resta un fatto.

Chi vincerà lo Strega 2019? Perché?

Se mi stai chiedendo una previsione, purtroppo non ho elementi per esprimermi. Sto leggendo alcuni dei libri proposti, ma non è abbastanza. Quest’anno il regolamento è cambiato in alcune parti rispetto alle edizioni precedenti, per cui le dinamiche più o meno consolidate fino a oggi potrebbero cambiare e risultare imprevedibili. E poi è accaduto più volte che vincesse un romanzo sul quale pochi avrebbero puntato. Non credo che l’anno scorso Helena Janeczek fosse la favorita. Ogni libro ha un suo destino, esattamente come accade agli uomini, ed è sempre misterioso.


La danza dell'assenza. Una lettura di Sonno bianco di Stefano Corbetta

Ho sempre avuto uno strano rapporto con il bianco. È per me un colore freddo, respingente, ostile. Un vuoto gelido denso di attese. Come un foglio che, immobile, freme dal desiderio di essere violato. Come un silenzio sospeso, racchiuso nello spazio avvolgente di un punto coronato.

Per questo ho sfogliato con un misto di cautela ed inquietudine Sonno bianco di Stefano Corbetta, indugiando a lungo sull’immagine di copertina, sostando in punta di piedi sulla soglia di un’immagine eloquente e terribile, che richiamava alla mente altre immagini, altrettanto eloquenti e terribili. Un tavolo e quattro sedie vuote, una delle quali riversa sul pavimento. È strano il modo in cui affiorano i ricordi, all’improvviso. Ricordi che non sospettavo neppure di aver trattenuto nella mente e che invece sono riemersi, prendendo posto attorno a quel tavolo, lasciando quella sedia irrimediabilmente riversa e vuota. Non voglio mai sapere nulla di un libro che sto per leggere, perché ogni dettaglio possa dirmi qualcosa, suggerire una possibile interpretazione, ipotizzare una probabile direzione. Sonno, bianco, vuoto. Tre elementi difficili da maneggiare, sfuggenti, vaghi, indefiniti. La parola rischia di tradire, di violare, di dire più del necessario. Una famiglia spezzata, due gemelle divise da un destino beffardo, una imprigionata nel sonno, l’altra che reca nel corpo il segno indelebile di quella violenta cesura sono i temi apparenti attorno ai quali si avvolge la narrazione. Un presagio iniziale, appena accennato. Fotogrammi che si susseguono lenti, precisi, paralleli. La gita delle bambine, la separazione esitante, il rientro dei genitori a casa: qualcosa nel ritmo della scrittura suggerisce la rottura dello specchio, l’improvviso disastro, l’interruzione del rassicurante flusso della quotidianità, lo scontro con l’abnorme. E qualcosa accade, in effetti, incarnandosi nell’immagine di una pallina che rotola oltre, di un silenzio gelido, di uno squarcio insanabile. Eccoli i veri protagonisti del romanzo di Corbetta: il vuoto, il silenzio, l’assenza. L’unità di una famiglia che si schianta in mille pezzi, la comunicazione che si raggela in un muto silenzio accusatore, l’assenza tangibile (e paradossalmente sempre presente) dell’unica persona che avrebbe il potere di rimettere ogni cosa a posto e che giace invece immobile, lontana, dormiente. Stefano Corbetta Sonno BiancoQuello che l’autore indaga è un tacito gioco al massacro tra personaggi costretti a recitare una parte che ormai non ha più senso: un uomo che continua imperterrito a fingere di avere una moglie e due figlie e che in realtà ha perso tutto, compreso sé stesso. Una donna che non sa più essere madre né moglie e si rifugia in un mondo di parole altrui, perché la sua voce non riesce più a valicare l’impenetrabile muro di silenzio che si è costruita attorno. Una sorella monca, che vede sé stessa riflessa nel corpo della gemella dormiente e cova nel profondo un ambivalente senso di colpa. Sulla carta, ingredienti ghiotti e al tempo stesso pericolosi: il doppio, la gemellarità, la crisi familiare, la delicata questione della vita in stato vegetativo. In mano a chiunque altro questa vicenda si sarebbe tramutata ben presto in una fiction strappalacrime da mandare in prima serata su Raiuno. E invece la forza di questo romanzo sta proprio nel pudore della scrittura, nella delicatezza con cui l’autore sfiora la superficie delle cose e la accarezza, per giungere più a fondo, fino ai nervi scoperti, fino alle cicatrici profonde, agli squarci di un dolore che non si può dire ma solo accogliere, metabolizzare, incorporare. Fino a quel silenzio bianco e inviolabile di fronte al quale l’autore si ritrae, lasciando in sospeso domande che forse non avranno mai risposta. Domande che non hanno realmente bisogno di risposta. Perché la scrittura è ricerca di senso, di direzione, di autenticità; il bianco è lì, abbacinante, provocatorio, totale. E ci lascia sulla soglia, in punta di piedi, incompiuti e monchi a sognare di ritornare interi. Come quella tavola vuota attorno alla quale siedono fantasmi impalpabili, reminiscenze lontane, ricordi avvolti in un buio lattiginoso e vorace che inghiotte ogni cosa, restituendola in forma di parole nude, prive di inutili orpelli, essenziali. Parole che continuano ad aleggiare nell’aria e dicono di altri silenzi e di altri vuoti e di altre fratture. Parole che fioriscono attorno alle voragini, in mezzo alle macerie, tra le schegge di vetro e i cocci di bottiglia.


Augustus John Williams Ottaviano Augusto

L'uomo del destino: Augustus di John Williams

Chi era veramente Augusto? Il devoto figlio che vendicò il padre assassinato? L’ultimo difensore di quella Repubblica che Antonio voleva abbattere? Il pacificatore del mondo? L’inventore del principato (la versione tutta ‘romana’ dell’assolutismo)? Il restauratore degli ‘antichi costumi’? Un dio in terra? Queste sono alcune delle maschere che Ottaviano Augusto indossò nella sua lunghissima e cinquantennale carriera politica (morì infatti a 76 anni a Nola nel 14 d.C.). In ogni epoca la sua figura fu vista come un modello, positivo o negativo: ora sovrano perfetto, venerato dagli autocrati, ora cinico tiranno, disdegnato dai filosofi. Di nessun uomo si è mai scritto tanto pur conoscendo così poco della sua vita privata.

Mausoleo di Augusto sul Campo Marzio: qui dovevano essere poste le tavole bronzee con incise le Res gestae, foto di Russel YarwoodCC BY-SA 2.0

Dalle fonti antiche ne vien fuori un ritratto inevitabilmente parziale: da un lato la storia ‘sacra’, ossia il racconto di come Augusto divenne il ‘primo cittadino’ della Repubblica, racconto che lui stesso modellò e scrisse nei (perduti) Commentarii de vita sua e fece incidere sulla ‘faraonica’ stele bronzea delle Res Gestae; dall’altro la versione dei suoi nemici e detrattori, i pettegolezzi, le manie e le superstizioni, l’ossessione per le congiure, il suo perfido sarcasmo, la fragile salute, i compromessi e le efferatezze di cui si macchiò sin da giovanissimo per conquistare e preservare il proprio potere.

La copertina della prima edizione di Augustus, Viking Press, 1972, Fair use

Se la critica storiografica difficilmente potrà darci un ritratto univoco di una personalità così complessa e a tratti inaccessibile, forse può farlo il romanzo. Ad intuire, infatti, il potenziale romanzesco di una vita come quella di Augusto fu lo scrittore americano John Edward Williams che, con il suo quarto ed ultimo romanzo, Augustus, fu insignito, nel 1973, del National Book Award for Fiction ex aequo con Chimera di John Barth. Williams, morto nel 1994, resta ancora oggi un personaggio poco noto: docente universitario di Letteratura Inglese nell’Università del Missouri, il suo talento letterario è stato apprezzato e rivalutato soltanto di recente. Non bastarono il National Book Award e le ottime recensioni della critica a fare di lui uno scrittore di successo in vita. Il suo terzo romanzo, Stoner (1965), è stato solo negli ultimi anni un acclamatissimo caso letterario che ha spinto in Italia la Fazi a ripubblicare tutte le sue opere. Riabilitato dalla New York Review of Books nel 2006 ed elogiato da scrittori come Ian McEwan, Nick Hornby e Bret Easton Ellis, oggi Williams è riconosciuto come uno dei massimi talenti americani del ‘900. Ed Augustus conferma a pieno questo giudizio.

Il romanzo, polifonico, si struttura in tre parti: nel Libro I, Williams assembla documenti originali e fittizi (lettere, diari, dispacci, memorie) di amici, nemici, conoscenti del giovane Ottaviano, ricostruendo indirettamente e cursoriamente, da romanziere e non da storico, il ‘castello di carte’ che ha portato il figlio adottivo di Cesare al vertice dell’Impero; il Libro II, è incentrato sul rapporto fra il princeps e sua figlia Giulia, costretta anche lei a diventare un personaggio nella grande ‘recita’ del padre: prima è obbligata a sposare in serie tutti i successori designati del padre e infine viene mandata in esilio; nel Libro III, leggiamo finalmente le parole di Augusto, autore di tre lunghe lettere, scritte poco prima di morire, testamento spirituale di un uomo che aveva compreso, prima di tutti gli altri, che il proprio destino fosse quello di «cambiare il mondo». Sono queste senza dubbio le pagine più ispirate del romanzo, insieme a quelle del diario di Giulia e alla descrizione della battaglia di Azio, il punto di svolta definitivo della vita e della carriera del princeps.

Chi ben conosce e ha studiato gli eventi che hanno portato Augusto al potere, potrà storcere il naso dinnanzi a certi passaggi di questo romanzo: non mancano omissioni, semplificazioni ed errori che tuttavia non stravolgono la verità storica (d’altronde Williams mette le cose in chiaro sin dalla nota prefatoria: «Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia»).

Pertanto, Augustus va letto per ciò che è, ossia un romanzo sull’amicizia (tema molto caro all’autore), sul potere e la solitudine, sul dovere e sulla rinuncia agli affetti. Williams rischia (come chiunque approcci una materia così incandescente), ma riesce nell’impresa: scava in quel «luogo segreto» del cuore dove l’imperatore si è nascosto per tutta la vita «per obbedire al proprio destino» e lo fa con una scrittura elegante ed efficace, molto spesso mimetica dello stile con cui realmente si esprimevano i protagonisti di questa vicenda.

La grandezza del romanzo di Williams sta nella capacità dell’autore di sondare le emozioni dietro le difficili decisioni e gli eventi dolorosi che costellarono la vita di Augusto e dei suoi familiares senza fare di lui né un vecchio saggio né un freddo ‘Stalin togato’, ma tracciando da più punti di vista il ritratto di un essere speciale, andando più a fondo di quanto sia concesso alle armi della critica storiografica.

«Non è mai stata la mia politica, quella di svelare ad altri il mio cuore» fa scrivere Williams all’imperatore morente, racchiudendo in un giro di frase una delle caratteristiche peculiari della personalità di un uomo talmente indecifrabile, stando allo storico Svetonio, da mettere per iscritto i propri discorsi prima di affrontare una qualunque discussione, persino con sua moglie Livia.

Il “Grand Camée de France”, dettaglio con Augusto e Livia, cameo in onice, 23 d. C. circa, Cabinet des Médailles, Parigi, foto di Carole RaddatoCC BY-SA 2.0

Non è forse un caso se Williams considerasse proprio Augustus e non Stoner (vita di un professore universitario) il suo ‘vero’ romanzo autobiografico: come Augusto, anche Williams vide per primo qualcosa che gli altri non potevano vedere. Infatti, secondo la sua ultima moglie, Nancy Gardner, in un’intervista concessa a Repubblica nel 2014, Williams «non ha mai sofferto la fama sfuggitagli in vita». Forse (ci piace pensare) intimamente convinto che prima o poi il valore della sua scrittura sarebbe stato riconosciuto.

«Il resoconto delle mie gesta, dunque, dovrà essere limitato a circa diciottomila caratteri. Mi sembra del tutto appropriato che io debba scrivere di me stesso rispettando queste condizioni, per quanto arbitrarie possano essere; perché come le mie parole devono conformarsi a questa pubblica necessità, così è accaduto alla mia vita. E come fecero le mie gesta, così le mie parole devono nascondere la verità, nella stessa misura in cui la espongono; essa resterà sepolta da qualche parte, sotto a queste parole incise nel bronzo, nella dura pietra che avvolgeranno. E anche questo è appropriato; perché buona parte della mia vita si è svolta nel segreto». Queste sono le illuminanti parole ‘testamentarie’ che fa scrivere al vecchio Augusto John Williams, lo scrittore che, dice Nancy, «ogni tanto amava immaginarsi nei panni di un imperatore».


Il sale, romanzo di salsedine e ferite

"Il sale": il titolo di questo romanzo di Jean-Baptiste Del Amo non poteva essere più appropriato.
Il sale, infatti, richiama l’ambientazione (Sète nella regione francese dell’Occitania), anzi la salinità e il mare sono un elemento così persistente e costante della narrazione che sembra quasi di sentirne l’odore leggendo le pagine, ma il sale è anche quella sostanza, che messa sulle ferite, le fa bruciare di nuovo.

Jean-Baptiste Del Amo a Barcelona (2011) per la presentazione del libro che l'ha rivelato al grande pubblico, Une Éducation libertine, foto Editorial Cabaret VoltaireCC BY-SA 3.0

La trama di questo romanzo è all’apparenza minimale: cosa succede nella giornata prima che una famiglia, composta da madre e figli ormai adulti con le relative famiglie si ritrovi insieme la sera a cena. In realtà l'attesa di questo evento è l'occasione per scavare nella psicologia dei personaggi e nel loro dolore, andando ad aprire, con precisione chirurgica, le ferite delle loro vite.

Così scopriamo che la madre, Louise, ormai vedova, è intrappolata in una vita miserevole e solitaria, dopo aver investito la sua esistenza nella relazione con il marito violento, Armand, e aver dedicato tutta se stessa ai tre figli.

Figli, però, che oltre a essere distanti, non sono poi così felici.

Fanny è intrappolata nel lutto senza fine per la morte della figlia Lèa, ha messo la propria vita in pausa e vive sospesa tra tristezza e rancore, incapace di comunicare col marito e con l'altro figlio.

Albin, così simile al loro padre-padrone, ne ha ricalcato le orme, senza mai chiedersi se era quello che volesse davvero. La sua violenza, esercitata forse più con le parole che con i gesti, provocherà l'allontanemnto della moglie, la quale deciderà (giustamente) di porre una fine alla loro relazione.

Infine c'è Jonas, il figlio minore, omosessuale, per cui l'autore sembra avere un occhio di riguardo. Mai accettato dal padre nè dal fratello, ha un compagno innamorato e amorevole, ma non riesce a scacciare il ricordo e i sentimenti per un vecchio amore, morto di AIDS.

Jean-Baptiste Del Amo durante Le Livre sur la Place (2016), foto ActuaLitté, CC BY-SA 2.0

Il libro è architettato magistralmente, con cura ed equilibrio nel narrare le varie vicende e nel ricondurre tutti i fili insieme, verso una catastrofe (o una catarsi?) che non sapremo mai se arriverà.

Credo, però, che il punto forte di tutto il romanzo sia soprattutto lo stile (e grandi complimenti per questo al traduttore, che ha ben saputo rendere la sintassi e il lessico dell'autore in italiano). Le parole scavano, in una sintassi piana, incalzante: non c'è una frase imperfetta, una parola fuori posto. Se c'è un difetto che posso trovare è che la perfezione formale mi ha portata a lasciare in secondo piano la trama, che non mi ha coinvolto, in favore di lasciarsi trascinare dalla magia della lingua.

È un libro che consiglio a chi sa apprezzare lo stile di una storia, la cesellatura delle parole, che costruiscono personaggi anche con il ritmo e la musicalità.

Jean-Baptiste Del Amo il sale Francia libriIl sale  di Jean-Baptiste Del Amo, traduzione di Sabrina Campolongo, Neo Edizioni, 2013 (ed. or. Le sel, Gallimard, 2010).


Lo spazio bianco

Che suono ha il silenzio? Me lo domando sfogliando lentamente questo libro consunto, le cui pagine si tengono insieme grazie a un filo di cotone sottile che resiste ostinato alle angherie del tempo, mentre la carta, ingiallita e sfatta, reca tracce del passaggio delle nostre mani. Prima edizione, 1947, di Se questo è un uomo. Ricordo di averlo letto a dodici anni, in una estate afosa e interminabile trascorsa al mare, alternando nuotate e compiti per le vacanze, solfeggi parlati e cantati e risoluzioni di accordi. Ricordo l’odore di quelle pagine, sopravvissute a numerosi traslochi e all’aria salmastra che le aveva rese umide e grevi, come la terra di un cimitero. Seguivo le macchie di muffa disegnando nella mente figure senza senso. E leggevo cose incomprensibili. Scritte con parole nude, spoglie, prive di orpelli. Soppesate al milligrammo, con una bilancia di precisione, stilistica e morale, che impedisse l’esubero, il superfluo, il sentimentale.

Se questo è un uomo, copertina della prima edizione, Fair use

Parole che giungevano al limite e improvvisamente tacevano, arretrando di fronte alle fauci spalancate del silenzio. Pagine costellate di spazi vuoti, cicatrici del testo che non potevano rimarginarsi e continuavano ad esporre la loro nudità ai miei occhi impreparati, alla mia mente incapace di comprendere ciò che non si può comprendere.

Lunghe pause che racchiudevano l’indicibile in un vuoto sospeso e atemporale, un punto coronato che interrompeva la narrazione con una dissonanza stridente e impossibile da risolvere. In quella voragine di bianco il senso più profondo dell’opera, il vuoto che nessuna parola può colmare, l’abisso di non senso in cui precipitare per tentare di sopravvivere a una realtà feroce, sconcertante, incomprensibile.

Nelle edizioni successive, probabilmente per esigenze tecniche, gli spazi bianchi si sono ridotti fin quasi a scomparire. La parola ha ritrovato il suo flusso tranquillizzante, il silenzio è stato relegato a chiudere, come una doppia stanghetta, ogni singolo capitolo. Un tentativo di normalizzazione, di ricercato ordine, di ripristinata consuetudine. Il tempo passa e leviga ogni spigolo, attenua i contrasti, ricopre le contraddizioni e gli errori con una coltre spessa di polvere. Che tuttavia non cancella dalla mia mente quella lingua paralizzata e impietrita, fatta di frammenti aguzzi di vetro trasparente, di sangue vivo e pulsante.

Schegge che si conficcano nella carne e restano sotto pelle, ferite sotterranee di una coscienza collettiva che tenta invano di ignorarle, relegandole in una parentesi della storia e illudendosi che mai si ripeterà.
C’era un silenzio irreale a Dachau. Era il 4 luglio del 2014, lo ricordo bene. Camminavo nell’enorme spiazzo assolato, nel quale erano asserragliati plotoni di studenti provenienti da ogni angolo d’Europa. E scalpitavano, annoiati e accaldati, desiderosi che la visita finisse prima possibile. Li osservavo camminare in fila senza guardarsi attorno, intenti a giocare con i telefonini e a fare battute tra loro. Anche davanti ai forni del crematorio nuovo non hanno fatto una piega, quasi fosse normale, assodato, banale che in quelle bocche spalancate avessero trovato la morte a migliaia.

Campo di concentramento di Dachau, Krematorium. Foto di Erik DrostCC BY 2.0

Un silenzio della ragione soffocato dal continuo brusio, dal chiacchiericcio osceno, dalle urla improvvise e trattenute a stento. Un silenzio che aveva il suono del vento tra le foglie e l’odore aspro e pungente della resina, il colore screziato dei sassi e il sapore di sangue rappreso. Come se i boschi avessero voluto ingoiare quello squarcio di terra e di morte, occultandolo nell’erba spessa, tra i fitti rami verdissimi. E le risate leggere, feroci come pugnalate. Dissonanti, abnormi, mostruose. Pietre ovunque, piccole, tonde, colorate. E canti di uccelli tutto attorno. La natura che sopravvive all’orrore. Alberi giganteschi, le cui radici si fanno largo tra le ossa.

Dachau, MemorialePubblico Dominio

Cosenza: presentazione "L’arte e il paesaggio. Le belle contrade"

Presentazione volume

L’ARTE E IL PAESAGGIO

Le belle contrade

Galleria Nazionale di Cosenza

Cosenza – Palazzo Arnone – Salone “Giorgio Leone”

Martedì 18 dicembre 2018 – Ore 16.30

Martedì 18 dicembre 2018, alle ore 16.30, a Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Cosenza, Salone “Giorgio Leone”, sarà presentato il volume di Giorgio Ceraudo dal titolo L’ARTE E IL PAESAGGIO Le belle contrade (Rubbettino Editore).

Interverranno all’iniziativa, moderata dallo scrivente, Domenicantonio Schiava, dirigente Regione Calabria; Mario Pagano, soprintendente SABAP CZ- CS – KR; Anna Cipparrone, storico dell’arte; Mariano Bianchi, architetto direttore area paesaggio SABAP CZ - CS – KR; Maria Francesca Corigliano, assessore Regionale alla Cultura; Gino Crisci, rettore Università della Calabria. Sarà presente l’autore.

L'arte e il paesaggio Giorgio Ceraudo libriL’architetto Giorgio Ceraudo – come riportato nel volume – è stato Soprintendente della Calabria per un quinquennio. Ha ideato e realizzato diversi progetti e interventi di restauro e valorizzazione sui più importanti monumenti della Regione, tra i quali il progetto delle “città d’arte” e della “rete museale” con notevoli concretizzazioni come la prestigiosa Galleria Nazionale di Cosenza, il Museo Statale di Mileto e la definitiva sistemazione del Parco Archeologico e Museale della Roccelletta di Borgia (Catanzaro) ed è autore di numerose pubblicazioni inerenti ai temi della tutela e conservazione del patrimonio storico-artistico.

Il lavoro dell’architetto Ceraudo è un viaggio nell’arte e nella bellezza di una regione che ha tesori inestimabili e indiscusse potenzialità.

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Castro. Il Parco archeologico. Presentazione della guida

Giorno 5 dicembre, alle ore 16.30 sarà presentata al pubblico la guida “Castro. Il Parco Archeologico” a Roma presso il Palazzo Patrizi Clementi-Sala Conferenze, sede della Soprintendenza. Di recente istituzione da parte del Comune di Ischia di Castro, il Parco Archeologico Antica Castro, gestito da Fondazione Vulci e Cooperativa Zoe, comprende tutta l’area della città antica e una porzione delle numerose necropoli etrusche che si estendono intorno all’isolata rupe.

Numerosi sono i reperti rinvenuti in queste ultime dei quali alcuni famosissimi, come la biga in bronzo, scoperta nel 1967 e oggi esposta al Museo Nazionale di Viterbo, o gli impressionanti animali fantastici scolpiti nel nenfro che stavano quale imponente scenografia della Tomba dei Bronzi. Ma la sua notorietà si deve soprattutto ai Farnese ed in particolare ad Alessandro, meglio conosciuto come Papa Paolo III, che volle farne la capitale di Famiglia. Per questo chiamò a seguire i lavori di ristrutturazione del modesto borgo già esistente Antonio da Sangallo il Giovane, il quale rifondò la città a partire dalla realizzazione di un imponente circuito difensivo che però non bastò a difendere i castrensi dall’ira di Papa Innocenzo X che nel 1649 la distrusse completamente.

L’ agile ma completa guida si pone alla fine di un lungo lavoro svolto negli anni dalle Soprintendenze ministeriali, l’architettonica, l’archeologica e la storico-artistica, oggi riunite in un unico Ufficio: un lavoro fatto di studio, di tutela e di restauro che, grazie al coordinamento con gli enti locali, ha portato alla nascita del Parco e alla sua fruizione.

Dopo i saluti del Soprintendente Margherita Eichberg, del Sindaco di Ischia di Castro Salvatore Serra e del Sindaco di Montalto di Castro Sergio Caci, presenta la guida Enzo Bentivoglio, Professore Ordinario di Storia dell’Architettura. Intervengono: Andreas Steiner, Direttore della rivista Archeo; Carmelo Messina, Presidente di Fondazione Vulci; Giuseppe Simonetta,  già Funzionario architetto MIBAC e Docente di Restauro Architettonico; Fabiano Fagliari Zeni Buchicchio, Ispettore Onorario della Soprintendenza; Renzo Chiovelli, Docente presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Sapienza-Università di Roma; Gianfranco Gazzetti, già Funzionario Archeologo della Soprintendenza;  Maria Letizia Arancio, Funzionario Archeologo di zona; conclude Michele Trimarchi, Economista della cultura.

Sarà presente l’autore, Carlo Casi.


I libri di Michel Vovelle che dovreste leggere

Due libri di Michelle Vovelle, La mentalità rivoluzionarie e I giacobini e il giacobinismo, nell'edizione italiana per i tipi Laterza.

Il 6 ottobre scorso si è spento Michel Vovelle, lo storico francese che ha saputo coniugare una rigorosa impostazione marxista allo studio della mentalità sociale e dell'ideologia. Ammetto che mi è scesa una lacrima, perché gli studi di Vovelle hanno acceso e alimentato la mia passione per la storia.

Vovelle ha scritto tantissimo, ma non tutti i suoi testi hanno avuto uguale fortuna in Italia (molti a lungo non sono stati tradotti). Io ve ne voglio consigliare tre che non potete perdervi e che vi faranno innamorare del suo modo di fare storiografia.

 

La morte e l'Occidente

Questo è forse lo studio più famoso. È un'indagine accuratissima su come la percezione della morte, il rapporto con essa e dunque le ritualità sia cambiato in Europa dal Medioevo a oggi. Il libro combinadati statistici (ove disponibili), fonti storiche di vario genere, metodo antropologici e persino letterario per ricstruire come le persone abbiano affrontato il mistero della morte, quali spiegazioni abbiano dato, quali siano state le visioni oltremondane che hanno attraversato i secoli. Non soltanto, La morte e l'Occidente si occupa anche di riti e ritualità e indaga il rapporto, spesso complesso e contraddittorio tra rito (pubblico e privato) e sentimento di lutto.

Oltre a essere una lettura scorrevole, che di fatto attraverso il tema ripercorre la storia delle nostre radici culturali, il libro è interssantissimo dal punto di vista metodologico perché mostra come un sapiente approccio multidisciplinare potenzi la nostra conoscenza e come il rigore del materialismo storico dia forse i suoi risultati più strabilianti in combinazione con altre metodologie.

 

La mentalità rivoluzionaria

La mentalità rivoluzionaria è il saggio che consiglio sempre a chi si avvicini al periodo della Rivoluzione Francese, anche solo per vie traverse (per esempio a chi sia interessato al nostro Ugo Foscolo). Se si vuole davvero capire cosa sia stata la Rivoluzione Francese oltre la fattualità storica e come abbia cambiato per sempre la mentalità occidentale, bisogna leggere questo studio. La mentalità rivoluzionaria è stato il primo studio a rispondere alla domanda per nulla banale sulle motivazioni psicologico-antropologiche del processo rivoluzionario e sul suo effetto nel modificare le visioni del mondo preesistenti e nel crearne di completamente nuove.

Il saggio si articola in sei parti, che si occupano rispettivamente dei prodromi della Rivoluzione, della distruzione del mondo passato, della costruzione di un nuovo universo di valori e riferimenti e infine delle reazioni di rifiuto del cambiamento. Inutile dire che la parte più interessante è proprio quella centrale (parti terza, quarta e quinta), nelle quali si ricostruisce la complessità della costruzione sociale, teorica e pratica, dei rivoluzionari, attraverso l'analisi delle dottrine politiche, ma anche della quotidianità. Particolarmente affascinante e nodo centrale per immergersi davvero nel modo di pensare dei rivoluzionari francesi sono i capitoli dedicati a quello che Vovelle chiama l'homo novus rivoluzionario. Proprio la definizione di un'umanità ideale, con una nuova socialità e nuovi spazi di vita, il cui fare deve essere il bene comune, è uno dei temi portanti della Rivoluzione, terreno di dialogo e di scontro acceso tra i più importanti politici dell'epoca.

 

I Giacobini e il Giacobinismo

Dei tre libri che ho segnalato, forse I Giacobini e il Giacobinismo è quello più tecnico e anche il più politico. Il libro è lo studio più approfondito sulle differenti correnti dell'ideologia giacobina.

Chi si aspetta un libro sugli anni 1789-1794 si troverà spiazzato dalla prefazione del libro: solo una delle tre parti, infatti, è dedicata a quello che Vovelle chiama "giacobinismo storico", indossolubilmente legato agli eventi della Rivoluzione Francese, mentre le altre due sono dedicate al giacobinismo "trans-storico", cioè a come gli ideali teorizzati da Robespierre e dagli altri teorici giacobini siano sopravvissuti alla fine della rivoluzione e, attraverso trasformazioni e rinnovamenti nel linguaggio, siano diventati parte del dibattito storico-politico novecentesco e contemporaneo (a tal proposito basti ricordare che sull concetto giacobino di vertu si è imperniata la campagna elettorale di Mélanchon). Scritto con il consueto stile accessibile anche ai non specialisti, il libro è anche una riflessione sulle radici della sinistra europea, sul rapporto tra marxismo e giacobinismo e su quanto sia necessario, oggi più che mai, lo studio e la comprensione dei processi rivoluzionari perché, dice Vovelle, "Quan'danche non restasse altro di quest'eredità che la memoria di una volontà collettiva di cambiare il mondo e di unire a questo scopo le volontà individuali in un gigantesco sforzo di generosità, di proselitismo e di azione concertata, il giacobinismo [...]lascia ancora il ricordo di un'esperienza esaltante. E ci sorprendiamo a sperare che, sul banco su cui Jaurès sognava, attraverso il tempo, di andare a sedersi accanto a Robespierre al club dei giacobini, ci sia ancora un posticino per noi."