Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (2021) – Recensione

Michela Murgia scrive, parla, intervista, spiazza. Lo fa da anni.

Da anni la conosco e ne ho visto la crescita e la progressiva occupazione di spazi, che detta così sembra una guerra.

In effetti sotto alcuni punti di vista è una guerra. Una guerra per riuscire a trovare i propri spazi e canali e non essere relegata a ruoli in cui lei non ha intenzione di farsi relegare: madre, donna che sta zitta, donna in secondo piano dove in primo piano può stare solo un uomo. Perché? Perché è ovvio che un uomo debba stare in primo piano mentre la donna è una sua appendice. O meglio, è qualcosa che non essendo uomo non può avere la minima autorevolezza per poter discutere alla pari, a volte persino meglio, di un uomo.

Stai zitta, un saggio di poche pagine – si legge in poche ore, sperimentato – , riporta puntualmente ciò a cui va incontro qualsiasi donna che si permetta di non voler essere relegata a ruoli stabiliti da maschi convinti che la femmina sia in fondo un’anomalia di sistema, e che non si debba permettere di provare ad avere una sua autonomia nel sistema stesso.

Il titolo prende spunto proprio dalla reazione scomposta di Raffaele Morelli, incalzato dalle domande di Michela Murgia sul ‘femminile innato’ di cui stava parlando durante un’intervista radiofonica di cui è ancora disponibile il filmato in rete.

Stai zitta Michela Murgia
La copertina del saggio Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2021) nella collana Super ET Opera viva

È un saggio che non dice nulla di nuovo, se si è stati bene attenti a ciò che succedeva negli ultimi anni a donne che gradualmente stanno dimostrando di non avere nulla da invidiare agli uomini che primeggiano nei loro stessi settori.

Vengono citate Samantha Cristoforetti e Vera Gheno, Rita Levi Montalcini, Liliana Segre.

La stessa Murgia racconta le sue esperienze personali, da cui in effetti prendono vita tutti i capitoli o quasi del libro. Sono tutte esperienze di cui si trova traccia in rete, verificabili. In rete si trova anche il chiacchiericcio di fondo che hanno scatenato, ma i fatti esistono ancora e si possono cercare.

Ogni capitolo parla di una frase che qualsiasi donna prima o poi ha incontrato nella vita.

Spesso se le è sentite rivolgere e le ha sentite rivolgere ad altre donne. A volte le ha rivolte lei stessa.

Sono tutte frasi tipiche di una cultura patriarcale. Oddio, il patriarcato. Che brutta parola. Ormai parlare di patriarcato fa venire i brufoli.

E invece è il caso di chiamare le cose con il loro nome. Sì, lo dice Michela ma la prima volta che ho sentito dire questa cosa non mi interessava il femminismo, perché pensavo di non averne bisogno e perché avevo altri problemi da risolvere. La prima volta che l’ho sentito ero seduta sulla poltrona della mia analista. Che ha detto anche un’altra cosa: quando dai un nome a qualcosa allora quella cosa esiste. Diventa reale. Paradossalmente diventa anche affrontabile.

Quindi chiamiamola col suo nome, questa cosa che ci portiamo dietro da quando nasciamo, tutti, indistintamente.

Perché il patriarcato non riguarda solo gli uomini.

 

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Riguarda anche le donne che vi sono cresciute in mezzo e che a causa del patriarcato si sono sentite dire ogni giorno della loro vita che un uomo conta di più, sempre e comunque.

Allora a una donna si può dire di stare zitta, quando sta parlando un uomo. Si può dire che può raggiungere tutti i risultati professionali che vuole ma se non ha un compagno e dei figli – soprattutto dei figli, perché una donna deve assolvere il suo compito primario di incubatrice – la sua vita non è abbastanza. Si può spiegare tutto, a una donna, anche quello che conosce già e spesso molto meglio dell’interlocutore, come se fosse una bambina da educare. Questo si chiama mansplaining, minchiarimento nella sua traduzione italiana per cui ringraziamo ora e sempre un amico di Giulia Blasi.

Si può dire, alle donne, che ogni riferimento volgare al loro corpo è un complimento di cui non devono lamentarsi. Perché le donne sono sempre a disposizione, in ogni momento. Anche quando vengono premiate per il loro lavoro. Anche quando sono sul lavoro. Anche quando camminano per strada e qualche uomo le nota e decide di esprimere apprezzamenti sul loro culo, o sulla loro persona. Spesso sono le donne stesse a difendere questi presunti complimenti, perché esistono donne a cui fanno piacere. Hanno imparato a farseli piacere. Aspirano a sentirli. Come se fossero davvero convinte che il loro unico scopo nella vita sia sentirsi fare un complimento volgare in un momento estemporaneo da uno sconosciuto.

Non dice nulla di nuovo, Michela Murgia. Eppure è un non dire niente di nuovo che ha un peso enorme. Perché è un niente di nuovo che per troppo tempo non è stato chiamato col suo nome.

E adesso che finalmente viene chiamato con il suo nome infastidisce soprattutto chi ha tutto l’interesse a non sentirlo mettere in discussione soprattutto da una donna.

Quindi sarebbe il caso di leggere questo libro che non dice nulla di nuovo ma lo dice a voce alta e con parole precise e puntuali.

Serviva, questa messa in fila di niente di nuovo. Serviva a me che spesso non trovo le parole giuste per esprimermi e serve soprattutto a chi non ha ancora trovato una definizione per questo niente di nuovo.