Il ghiaccio che ricopriva l’area prealpina nei dintorni di Varese iniziò il proprio massiccio disgelo circa 15000 anni fa. Qualche millennio più tardi le prime comunità umane si insediarono lungo le sponde dei corsi d’acqua e dei laghi che da questo scioglimento ebbero origine. Qui piantarono pali in legno sui fondali e nei pressi delle rive e crearono piccoli abitati che restarono attivi per diverso tempo: sotto la superficie dell’acqua e negli strati di crollo delle palafitte si conservano tracce preziose e significative della nostra preistoria.

Lungo tutto l’arco alpino sono stati identificati circa 1000 siti palafitticoli, di cui una ventina collocati in territorio lombardo, tra i laghi di Varese, Monate, Comabbio e Biandronno e tre definiti patrimonio dell’umanità UNESCO nel 2011. Tra questi ultimi, sito di enorme importanza per la ricchezza delle testimonianze archeologiche riscontrate è il cosiddetto isolino Virginia, o isolino di Varese, a breve distanza dal molo di Biandronno: il piccolo isolotto altro non è che il risultato di un accumulo di depositi prodotti dall’uomo nei secoli di frequentazione del posto.

Le ricerche palafitticole iniziarono nel 1863 per dare risposta alla curiosità personale di alcuni ricercatori, tra cui tre noti pionieri degli studi palafitticoli, l’abate Stoppani, gli studiosi Desor e Montillet, che supponevano una possibile somiglianza e continuità culturale con le testimonianze rinvenute in territorio svizzero, presso il lago di Zurigo nel 1854, ovvero dal lato opposto dell’arco alpino. Era assolutamente plausibile, se non persino ovvio, supporre che gli antichi abitanti dei due versanti delle Alpi avessero avuto contatti per tramite del passaggio lacustre e che, in una situazione geologica e climatica simile, avessero condotto stili di vita del tutto equiparabili.

La prima esplorazione ebbe un clamoroso successo poiché alcuni pali furono avvistati emergere dalla superficie al loro primo arrivo all’Isolino: sono numerosi e conservati fino a pelo d’acqua. Un secolo e mezzo di scavi e ricerche ha permesso di definire l’isolino Virginia come il più antico abitato palafitticolo dell’area.

Il piccolo molo di approdo all’isolino. Foto di Jessica Lombardo

Per il Neolitico Antico e parte del Neolitico Medio perdurò nel luogo la modalità abitativa della bonifica e a seguire l’ideazione delle prime forme di abitazione a palafitta, ovvero in alzato sulla superficie dell’acqua, in una posizione dunque più protetta rispetto alla costa del lago alla quale potevano giungere gli animali selvatici dei boschi circostanti e, paradossalmente, meno umida proprio perché non a contatto con il terreno intriso di acqua. L’isolino, con le sue numerose stratificazioni diventa una vera e propria enciclopedia dei primi insediamenti della preistoria europea.

Nella stessa giornata del 28 aprile del 1863 i tre studiosi lasciarono l’isolino e si avvicinarono alla costa presso il comune di Bodio Lomnago, dove una seconda grande soddisfazione li attendeva: anche qui era possibile constatare la presenza di una stazione palafitticola di grandi dimensioni. Il loro obiettivo era raggiunto, dimostrare una continuità di cultura e civiltà tra i due opposti lati dell’arco alpino e con ciò aprire a nuove numerosissime possibilità di ricerca e conoscenza.

La Soprintendenza Archeologica della Lombardia avviò nel 2005 lo scavo metodico della palafitta di Bodio e la conseguente documentazione constatando che l’estensione del sito è ben maggiore rispetto a ciò che gli studiosi ottocenteschi avevano immaginato: è la palafitta più estesa del lago, come fosse stata il centro di riferimento per gli abitanti del territorio, il quale non consta di un villaggio unitario, ma di una serie di insediamenti che si sono sovrapposti nei millenni.

Lo scavo subacqueo di palafitte consente di prelevare campioni di pali di legno ben conservatisi nella torbida acqua del lago e ciò a sua volta consente datazioni dendrocronologiche ben precise: al XVII sec. a.C. sono stati datati, dal laboratorio di dendrocronologia di Verona, i 350 campioni di legno presi dai siti varesini. Oltre al legno molti furono i reperti raccolti nel contesto delle palafitte: l’abbondanza di elementi litici e materiali di scarto della lavorazione permettono di supporre che in loco fosse scheggiata la pietra necessaria ad ottenere strumenti litici utili per la caccia, per la lavorazione di carni e pelli e per altre quotidiane attività di sopravvivenza.

I reperti che si ritrovano però con maggiore frequenza sono frammenti di recipienti in ceramica di uso comune che, seppur piccoli, hanno fornito diverse informazioni sull’abitato frequentato alla fine della media età del bronzo. Le forme testimoniate sono quelle tipiche del periodo, vasellame da mensa e grossi vasi da stoccaggio per cibi e granaglie. È molto probabile infatti che sulle sponde del lago il terreno umido e fertile fosse coltivato a cereali e, come evidenziato dalla presenza di ossa bovine di medie dimensioni, gli animali da fatica fossero utilizzati come aiuto nel lavoro agricolo; è inoltre probabile che questi animali e ancora di più gli ovini fossero mantenuti in allevamento puro, cioè con fini esclusivamente nutrizionali. I cervidi infine, presenti nei boschi circostanti erano cacciati in natura come fonte di carne, corno e pellame.

Varese palafitte
Materiali provenienti dall’isolino Virginia – Museo Archeologico di Varese. Foto di Jessica Lombardo

Cuore di una civiltà di pescatori e agricoltori, il lago di Varese fu un primo antico ponte tra il mondo d’oltralpe e la cisalpina di cui, al formarsi dei primi centri urbani si era persa memoria. Al tempo dei Besozzi l’isolino era intitolato a san Biagio, poi si chiamò “Camilla” in onore della moglie del duca Litta Visconti Arese e passando di proprietà in proprietà si impose all’attenzione internazionale dopo le scoperte dell’800, quando ormai era parte dei possedimenti del marchese Andrea Ponti, che lo rinominò “Virginia” in omaggio alla consorte. Oggi meta di escursioni e attività didattiche la macchia verde dell’isolino ha molto da raccontare sul ruolo del territorio varesino e sulle prime fasi della sua frequentazione.

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Ricostruzione di una palafitta sull’isolino Virginia. Foto di Jessica Lombardo