Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni:

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel 2022 Gianrico Carofiglio festeggerà i primi vent’anni della sua carriera letteraria: in questi due decenni lo scrittore ed ex-magistrato pugliese è stato in grado di produrre una quantità invidiabile di opere, tra racconti brevi e romanzi, e di guadagnarsi un seguito di tutto rispetto. Bisogna inoltre riconoscergli l’estrema coerenza nella scelta delle tematiche da affrontare, nei toni da adoperare e nel tratteggio dei propri personaggi; ne consegue che, nonostante il loro grande numero, i suoi testi siano quasi tutti riconducibili a due filoni principali: il legal thriller, cui appartengono i romanzi che hanno per protagonista l’avvocato Guido Guerrieri, e il noir puro, inaugurato da Il passato è una terra straniera (2005) e di recente serializzato con l’introduzione di un secondo personaggio ricorrente, il commissario Fenoglio. Gli esemplari pertinenti all’uno o all’altro canone (e, a dirla tutta, anche le sporadiche deroghe) sono sempre permeati da una certa malinconia, dal rimpianto per il tempo trascorso e dalla disillusione dell’età adulta; si svolgono inoltre in luoghi notturni densi di ricordo, popolati da personaggi romanticamente complessi e vivacizzati da ardite sinestesie: una sorta di universo che i lettori hanno imparato a conoscere e apprezzare.

La misura del tempo, uscito negli ultimi mesi del 2019 per Giulio Einaudi Editore e oggi candidato al Premio Strega, vorrebbe forse proporsi come un compendio della produzione carofigliana: esso risulta pienamente ascrivibile a entrambe le tipologie predilette dall’autore e presenta in grande spolvero tutte le componenti basilari dei suoi libri, giungendo a un risultato decisamente interessante.

Palazzo Mincuzzi a Bari. Foto di Elias Nössing

Nella sua sesta avventura, l’avvocato barese Guido Guerrieri è stavolta alle prese con la difesa di un giovane accusato dell’omicidio di un piccolo spacciatore; il caso è reso particolarmente spinoso dal fatto che il ragazzo, delinquente conclamato, sia già stato condannato in primo grado, e soprattutto dalla scomoda figura di sua madre Lorenza.

Ella è una vecchia fiamma di Guido: quando lui era ventenne lo aveva iniziato a una vita bohémienne priva di inibizioni, facendogli perdere la testa per poi abbandonarlo e riapparire a distanza di trent’anni, nelle vesti di una donna disincantata e ambigua. L’inquietudine del protagonista nei suoi confronti si riflette inevitabilmente sulla percezione del caso, portandolo a non essere mai pienamente convinto della colpevolezza o dell’innocenza del suo assistito.

Lorenza è in effetti la personificazione dei temi portanti del libro, espressi efficacemente già dal titolo stesso del romanzo: l’umano straniamento nel rendersi conto che il tempo scorre in una sola direzione, la potenza autolesionistica della nostalgia e al tempo stesso la possibilità che, a un riesame a distanza, il ricordo possa rivelarsi fallace fino a raggiungere conclusioni opposte a quelle iniziali, a loro volta scorrette.

La narrazione si snoda pertanto su due piani narrativi che si intersecano tra loro: il presente di Guerrieri, che include l’indagine che questi compie assieme al suo variopinto team, e un corposo flashback in cui viene narrata l’avventura tra Guido e Lorenza; quest’ultimo blocco, a sua volta, alterna la rievocazione di episodi significativi ad altri molto meno interessanti, risultando forse eccessivamente lungo e, in molti frangenti, monotono.

Esiste poi un terzo piano narrativo che trascende in maniera subdola gli altri due: quello delle divagazioni. Nel capitolo 13, parlando del romanzo di Laurence Sterne La vita e le opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo, elogiandolo come “un grande romanzo di divagazioni” Guerrieri afferma: “le divagazioni sono la mia passione, in tutti i campi”. Non è difficile riconoscere in questa dichiarazione la voce dello stesso Carofiglio, poiché la sua poetica si basa su un massiccio utilizzo di questa tecnica narrativa.

Non fa eccezione La misura del tempo, nel quale la narrazione si interrompe spesso per lasciar spazio a parentesi brevi o lunghe, entro le quali l’autore inserisce ricordi, opinioni, aneddoti, perfino ricette: ciò accade all’interno di singoli paragrafi, talvolta addirittura nel bel mezzo di dialoghi e periodi; interi capitoli, infine, deviano dalla storia principale per presentare delle scene d’intermezzo.

Non sempre queste digressioni risultano efficaci o propedeutiche allo svolgimento della vicenda: se alcune di esse aiutano a entrare nella quotidianità di Guerrieri e/o a meglio comprenderne comportamenti e stati d’animo, molte altre sembrano fini a loro stesse. È il caso della sequenza ambientata nella libreria notturna dal suggestivo nome “l’Osteria del Caffelatte”, luogo inventato da Carofiglio e amato dai suoi lettori: per quanto affascinante, questa lunga scena (che comprende perfino una dissertazione filosofica di ben tre pagine) risulta del tutto priva di utilità, facendo sorgere il dubbio che l’autore l’abbia inserita per pure questioni di fanservice.

Le digressioni risultano quantomai deleterie se si considera che la vicenda giudiziaria alla base del romanzo sia una delle più avvincenti mai costruite da Carofiglio. La storia di Iacopo, figlio di Lorenza, è studiata per instillare nel lettore lo stesso dubbio che affligge Guerrieri, portandolo di volta in volta a propendere per innocenza o colpevolezza.

Ne risulta che i frangenti più godibili e riusciti del libro siano quelli in cui l’indagine e il successivo procedimento giudiziario vengono narrati con l’asettica linearità di un verbale, inframmezzata al massimo dalle inevitabili (ma utilissime) spiegazioni per i non addetti ai lavori; il continuo rovesciarsi dei ruoli e il rimpallo tra accusa e difesa non scioglie affatto il dubbio alla base della storia, riflettendo in pieno l’ambiguità della Legge italiana: non toglieremo al lettore il piacere di scoprire la sorprendente conclusione, anche perché essa si basa su particolari meccanismi narrativi che la rendono difficilmente riassumibile, ma che di certo causeranno un piacevole spiazzamento.

È dunque nel nucleo narrativo alla sua base che La misura del tempo si rivela un libro valido e appassionante; meno riuscito sembra invece il lavoro “di fino” finalizzato a dare corposità e sentimento a una storia che, per quanto bella, si esaurirebbe in un centinaio di pagine.

La città di Bari è sullo sfondo degli scritti di Gianrico Carofiglio e pure nel romanzo La misura del tempo. Foto di NuvolaBianca

Tematiche, luoghi e atmosfere tipici degli scritti di Carofiglio risultano infatti privi di smalto e ben più opachi rispetto al passato: la città di Bari, altre volte presente fin quasi a risultare essa stessa un personaggio, è qui resa in maniera stanca e priva di personalità; i personaggi di contorno, pur ben costruiti, piacciono senza affascinare, forse anche a causa della mancanza di spazio sufficiente a delinearli con efficacia sviluppandone al contempo caratteristiche e vicende personali.

In ogni caso, complice anche la prosa snella e la semplicità degli intrecci, La misura del tempo rimane un libro ad alto grado di leggibilità, facile da assimilare e in grado di stuzzicare il lettore, sia esso già avvezzo alla lettura dei testi di Carofiglio o meno.

La misura del tempo Gianrico Carofiglio
La copertina del romanzo La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.